Putin ha fatto vincere Trump? Non diciamo sciocchezze

Quantomeno improbabile, se non ridicola, l’idea che un rivale storico possa spostare il consenso in un paese. Sostenere queste tesi, come fanno i giornali americani ed europei, fa solo il gioco di Putin

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10 Gennaio Gen 2017 1320 10 gennaio 2017 10 Gennaio 2017 - 13:20

La vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni sarebbe “merito” di Putin e degli hacker del Cremlino, che hanno agito su ordine diretto del presidente russo. Questa è la vulgata che sta passando su una parte dei mass media, americani e non solo, imbeccati in questo senso dall’establishment del partito democratico americano. Si tratta – secondo diversi esperti – di un colossale abbaglio, oltretutto pericoloso perché fa il gioco della Russia.

L’attività di propaganda proveniente da un Paese estero, specie se da uno storico rivale, difficilmente è in grado di spostare in modo determinante il consenso. Quanto all’attività degli hacker il loro compito in ambito di intelligence non era, e non è, quello di influenzare la campagna elettorale, quanto piuttosto di preparare il terreno per ciò che viene dopo il voto.
Ne abbiamo parlato con una fonte, che chiede di restare anonima, dell’intelligence di ambito europeo.

«Dopo aver letto il rapporto dell’intelligence americana il quadro che mi sono fatto è che la Russia si sia mossa inizialmente con l’intenzione di acquisire quante più informazioni possibile non solo sul partito democratico, ma anche su quello repubblicano», spiega. «Questa è una condotta che la Russia attua regolarmente e non al fine di influenzare le elezioni. Non è che sia stata una novità del 2016. Semplicemente è utile avere delle armi di pressione da spendere nei confronti del presidente di un Paese rivale, quindi ovvio che le cerchino. Poi, sapendo che la Clinton era potenzialmente un soggetto ostile agli interessi russi, Mosca ha anche cercato fin da subito di scavarle la terra sotto i piedi, delegittimandola in primis presso l’opinione pubblica russa e in seconda battuta presso le opinioni pubbliche europee. I canali della propaganda russa – come RT ad esempio – hanno infatti target specialmente euro-asiatici, sull’opinione pubblica americana non hanno presa o quasi».

L’attività di propaganda proveniente da un Paese estero, specie se da uno storico rivale, difficilmente è in grado di spostare in modo determinante il consenso. I canali della propaganda russa hanno infatti target specialmente euro-asiatici, sull’opinione pubblica americana non hanno presa o quasi

«Dunque i russi», riprende la fonte, «pensavano inizialmente che la Clinton avrebbe vinto e si stavano preparando da un lato a delegittimarla con una serie di interlocutori comuni, come i partner europei, i partiti europei “populisti” su cui Mosca ha maggior presa e le opinioni pubbliche europee, storicamente non compatte nell’essere filo-americane. Dall’altro miravano ad acquisire informazioni segrete potenzialmente utili. Quelle che hanno speso per screditarla non erano certo “esplosive”. Infine puntavano a delegittimare il sistema elettorale democratico americano nel complesso, fomentando i sospetti di brogli che lo stesso Trump agitava alla vigilia del voto».

Una gamma di azioni, insomma, che rientrano nella prassi delle relazioni tra potenze rivali. A un certo punto però una qualche svolta c’è stata. «La svolta c’è stata quando tutti, inclusi Putin e i suoi, si sono resi conto che Trump avrebbe vinto», dice ancora l’esperto di intelligence. «Inutile dire che a quel punto era troppo tardi per Mosca per influenzare le elezioni più di quanto non avesse già fatto - o più di quanto non avesse fatto l’Fbi diffondendo a 10 giorni dal voto la notizia che erano state riaperte le indagini sulla Clinton - anche se indubbiamente la notizia dell’esito elettorale ha rallegrato il Cremlino. Ma questa svolta, appunto, non l’ha impressa Mosca prima del voto ma il quartier generale dei Democratici americani dopo, quasi a giustificare la propria sconfitta contro un “impresentabile” come Trump, accreditando Putin di un potere che in effetti non ha e ingigantendo lo spauracchio dell’influenza russa. Un caso insomma di profezia auto-avverante. È infatti palese adesso, dopo questa reazione quasi isterica di una parte di establishment americano, come il soft-power russo sia aumentato».

Con i partiti “populisti” in Europa occidentale che hanno una chance senza precedenti di conquistare il potere, e con i partiti al potere dell’Europa orientale sempre più tentati dal rivolgere lo sguardo a est, Putin potrebbe decidere di fare nella Ue quello che l’hanno accusato di fare negli Usa

Una notizia questa che molto deve far preoccupare l’Europa. Se infatti gli Stati Uniti è quasi impossibile che subiscano un’influenza determinante da parte del soft-power russo altrettanto non si può dire del vecchio Continente. “Storicamente la Russia ha delle reti di contatti, politici ed economici, in Europa tramite i quali può esercitare la propria influenza”, prosegue la fonte. “Il crollo dell’Unione sovietica e la scomparsa (o quasi) dei partiti comunisti europei non hanno fatto scomparire del tutto queste reti che, anzi, negli ultimi anni pare siano tornate ad avere maggiore vitalità”.

«Adesso, complice la congiuntura storica, con i partiti “populisti” in Europa occidentale che hanno una chance senza precedenti di conquistare il potere, e con i partiti al potere dell’Europa orientale sempre più tentati dal rivolgere lo sguardo a est, Putin potrebbe decidere di fare nella Ue quello che l’hanno accusato di fare negli Usa: influenzare in modo determinante il voto», e conclude, «la reazione americana gli sta sicuramente gonfiando le vele in questa direzione».

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