Senza Europa siamo fottuti

I grillini che hanno votato per l’adesione all’Alde avranno letto il documento di presentazione alla candidatura di Verhofstadt a Presidente dell’Europarlamento? Dentro ci sono tutti i motivi per cui un’Unione più forte e stretta è necessaria. Pena, la morte del Vecchio Continente

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10 Gennaio Gen 2017 1028 10 gennaio 2017 10 Gennaio 2017 - 10:28

Chissà se almeno uno dei militanti Cinque Stelle che hanno votato l’ingresso (poi respinto al mittente) del Movimento nell’Alde, l’unione europea dei liberal-democratici, ha letto il programma con cui il loro leader Guy Verhofstadt si è candidato a presiedere il parlamento europeo dopo le dimissioni del socialdemocratico tedesco Martin Schultz.

Sarebbe stata una lettura istruttiva per capire perché senza Europa saremmo col sedere a terra, al di là di ogni alibi, di ogni paranoia anti-capitalista, di ogni tentazione sovranista. Intendiamoci: non stiamo parlando dell’attuale, parziale, versione dell’Unione, un mostriciattolo inutile, se non dannoso, fatto di regole che nessuno rispetta, di promesse mantenute a metà, di una burocrazia tutta protesa a definire tragicomiche regole d’ingaggio all’interno del Vecchio Continente, mentre il nemico è fuori.

Già, il nemico. Anzi, meglio: i nemici. Il breve documento che Verhofstadt presenta a sostegno della sua candidatura è brutale nel puntarvi contro l’indice. Siamo l’unico continente al mondo in cui il Pil decresce, anziché aumentare, nonostante siamo il più grande mercato del mondo, quasi cinque volte quello statunitense. Abbiamo il welfare più generoso del mondo, debiti pubblici in crescita esponenziale e siamo l’unico continente in cui la popolazione diminuisce e invecchia. L’unico continente, di conseguenza, meta di una migrazione millenaria dal sud al nord del mondo, incapace di organizzarla, di darle un senso.

Siamo l’unico continente al mondo in cui il Pil decresce, anziché aumentare, nonostante siamo il più grande mercato del mondo, quasi cinque volte quello statunitense. Siamo dipendenti dall’energia altrui, ma non abbiamo alcuna strategia comune per far valere il peso della nostra domanda. Non abbiamo nessuna tra le più grandi e innovative aziende tecnologiche del mondo, ordinatamente disposte sulle due sponde dell’Oceano Pacifico. Questo è il male, e solo un Europa forte e unita può essere la cura

Ancora: siamo dipendenti dall’energia altrui, ma non abbiamo alcuna strategia comune per far valere il peso della nostra domanda. Non abbiamo nessuna tra le più grandi e innovative aziende tecnologiche del mondo, ordinatamente disposte sulle due sponde dell’Oceano Pacifico, nessuna idea per colmare quel gap e la minaccia concreta che l’onda distruttiva della terza rivoluzione industriale, dopo aver rottamato taxi, alberghi e negozi, finisca per cambiare i connotati anche al settore bancario e a quello dell’automotive. Una rivoluzione, questa, che stiamo subendo passivamente - compreso l’uso dei nostri dati per finalità di business e l’elusione fiscale dei profitti prodotti in Europa - senza riuscire a incidervi o a guadagnarci nemmeno un po’, da almeno dieci anni.

Questo è il male, e solo un Europa forte e unita può essere la cura. Se invece pensate che si guarisca meglio da soli, che ventotto micro-nazioni siano il modo migliore per rispondere alla globalizzazione dei grandi blocchi che sta nascendo sotto ai nostri occhi, che l’Europa sia solo il posto dove prendere due soldi con alleanze farlocche, abbaiare alla Luna e trovare colpevoli da dare in pasto all’opinione pubblica per le proprie disavventure politiche, accomodatevi. Sul Titanic si sta stretti, ma c’è ancora posto.

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