Fcpa, così la legge americana anti-corruzione è diventata un’arma commerciale

Colpisce anche le imprese straniere che commerciano con gli Usa, anche se hanno corrotto altrove. Esiste dal 1977, ma le multe si sono impennate solo negli ultimi anni, soprattutto ad aziende straniere. Ora che succederà, con Trump alla Casa Bianca?

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12 Gennaio Gen 2017 1330 12 gennaio 2017 12 Gennaio 2017 - 13:30

Che la corruzione è un problema lo sappiamo bene, qua in Italia. Che anche la corruzione internazionale lo sia, lo sappiamo meno, ma ci vengono in soccorso i numeri. Quelli del Fondo Monetario Internazionale, ad esempio, che raccontano come ogni anno, nel mondo, se ne vadano giù dallo scarico - testuale - da 1500 ai 2000 miliardi di dollari di danno, tra mancata crescita, mancato gettito, mancate risorse da redistribuire.

Quel che è più difficile da accettare è che anche le normative anticorruzione, soprattutto quelle più severe, possono essere un problema. In particolare, che lo sia la madre di tutte le normative contro tangenti e affini, quella americana. Che si chiama Fcpa - acronimo di Foreign Corrupt Practises Act -, che compirà quarant'anni il prossimo 19 di dicembre - auguri! -, ma che tuttavia sta balzando solo ora agli onori delle cronache non tanto per il numero delle imprese pizzicate, quanto piuttosto per l’entità delle multe comminate. In totale, lo Stato Federale americano, su 115 azioni in nove anni tra il 2007 e il 2015, ha raccolto qualcosa come 6.37 miliardi di dollari.

«C’è una ragione di tipo pratico che spiega questa escalation - spiega Marianna Vintiadis di Kroll, azienda leader mondiale nel settore della corporate investigation - Ci sono molto meno entrate fiscali, e comminare multe di importo significativo è un modo per fare cassa. Parliamo di multe da centinaia di milioni di dollari, alcune anche di miliardi». La media, a voler far i precisini, è di 55 milioni di dollari, ma negli ultimi anni svettano i casi della tedesca Siemens, che nel 2008 pagò 450 milioni, della giapponese Marubeni, che ne pagò 54,6 nel 2012 e 88 nel 2014 per tangenti pagate in Nigeria e Indonesia, o dell’americana Alcoa che sempre nel 2014 ne pagò 175 per aver corrotto ufficiali del Bahrain. Piccolo e non trascurabile dettaglio: sì, l’Fcpa può colpire anche imprese non americane, a patto che abbiano un qualsivoglia legame economico con gli Stati Uniti d’America. Sì, l’Fcpa può comminare multe anche su casi di corruzione in altri Paesi. Giusto per fare un esempio: un impresa tedesca che paga tangenti in Cina può essere bersaglio dell’Fcpa, se fa affari anche con gli Usa.

Può un Paese può estendere la sua giurisdizione in questo modo o è un atteggiamento prevaricante nei confronti delle legislazioni dei partner commerciali degli Stati Uniti? «Loro non ti vengono a guardare in casa se non commerci con gli Usa - continua Vintiadis - Io vorrei vederlo anche in altri settori. Vuoi commerciare con l’Italia? Rispetta i diritti minimali del lavoro, ad esempio. È diverso dall’imporre coattivamente le tue normative. Il problema è che noi non abbiamo una normativa simile, e qualche distorsione può nascere».

Cè un grande sospetto che grava sull’Fcpa: che gli Stati Uniti, oltre a fare i gendarmi del mondo e a fare cassa, usino la loro normativa anti-corruzione come arma di guerra commerciale, contro le imprese straniere che competono con quelle americane sul mercato statunitense o su quelli esteri. Ci sono paper che parlano esplicitamente di una tassa commerciale per le imprese che esportano negli Stati Uniti

Vediamole, allora, queste distorsioni. Quella con la Germania, ad esempio, un Paese non esattamente severo con la corruzione all’estero. O, all’opposto, con l’Italia, Paese che ha nel suo ordinamento l’obbligatorietà dell’azione penale, cosa che rende molto difficile l’eventualità che un azienda italiana possa fare self reporting - tradotto: autodenunciarsi - all’Fcpa americana, cosa che oltreoceano evita di passare per i tribunali dopo aver pagato una multa, mentre in Italia no.

Un’ulteriore problema riguarda le fusioni e le acquisizioni: «Se c’è un cambio di proprietà e scatta un indagine Fcpa su casi di corruzione avvenuti prima del cambio di proprietà si interviene lo stesso. Non c’è responsabilità penale, certo, ma c’è danno economico - spiega Vintiadis -. Di fatto, questo riguarda soprattutto una pluralità di settori sensibili: quelli sotto licenza, o la sanità, l’energia. È un problema per realtà come la nostra: vanno messi sotto la lente tutti i contratti». E ancora: se altri Paesi dovessero imitare gli Usa e adottare una legge simile alla Fcpa, come si gestisce una pluralità d’indagine? Un’azienda che opera in tutto il mondo potrebbe trovarsi costretta a pagare decine di multe contemporanee: «Gli interessi sono contrapposti ed è possibile che un Paese faccia partire un’indagine verso un’impresa sgradita per far sì che altri seguano a cascata - riflette Vintiadis -. È evidente che la strada per risolvere questo genere di controversie siano accordi bilaterali tra Paesi, magari tra macroaree omogenee come Usa ed Europa. Di certo, non mi affiderei ai tribunali internazionali, che sono molto poco efficaci in questo genere di questioni».

Dietro quest’ultima questione c’è il grande sospetto che grava sull’Fcpa: che gli Stati Uniti, oltre a fare i gendarmi del mondo e a fare cassa, usino la loro normativa anti-corruzione come arma di guerra commerciale, contro le imprese straniere che competono con quelle americane sul mercato statunitense o su quelli esteri. Ci sono paper che parlano esplicitamente di una tassa commerciale per le imprese che esportano negli Stati Uniti: «Indubbiamente i casi più eclatanti sono quelli che riguardano imprese estere - osserva ancora Vintiadis -, ma non mi azzarderei a dire che c’è dietro una strategia».

Cosa accadrà con Donald Trump, in particolare, è imperscrutabile. Nel 2012 non era stato assolutamente tenero con l’Fcpa, tanto che in molti avevano previsto che le indagini sarebbero crollate, sotto la sua amministrazione: «Lasciamo che siano il Messico o la Cina a indagare sui loro casi di corruzione? A cosa ci serve educare la Cina ad essere onesta? Che ognuno vada in quei Paesi e faccia quel che deve fare. Sembriamo i poliziotti del mondo, è ridicolo», aveva detto in quell’occasione. «Attenzione, però. L’Fcpa è una pistola carica per chi vuole fare politiche protezioniste», osserva Vintiadis. Chissà che The Donald non ci ripensi.

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