Prandelli, un italiano piccolo piccolo

Il fallimento di Valencia, dopo Istanbul e Mangaratiba, sancisce la pochezza di colui che volle farsi "uomo" prima che allenatore

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13 Gennaio Gen 2017 1100 13 gennaio 2017 13 Gennaio 2017 - 11:00

La scorsa settmana, abbiamo ripreso qui su LK un pezzo di Valderrama sull'anno orribile di Prandelli, il 2014. Pubblichiamo ora una sorta di seguito di quell'articolo, alla luce del fallimento dell'avventura del tecnico italiano a Istanbul e Valencia.

Un uomo con i pantaloni aderenti e un giacchino imbottito e lucido è chino sul cofano aperto della propria macchina, nella neve. Un auto accosta. L’uomo si volta: ha i capelli all’indietro, intrisi di gel, e un sorriso un po’ ebete che mostra una ampia fessura fra gli incisivi. Parte l’inno di Mameli. “Ma, è Cesare Prandelli!”.

Il minuto scarso del cammeo dell’ex CT nel cinepanettone Natale a Cortina è emblematico di un personaggio la cui costruzione inizia all’incirca nel 2004, quando a causa della malattia della moglie si ritira dalla panchina della Roma. Davanti ai rari successi e ai frequenti fallimenti, giornalisti e pubblico hanno sempre, a partire da quell’evento, anteposto “l’uomo” all’allenatore. Si può dire oggi, rileggendo le tante, troppe interviste di Prandelli non attinenti allo sport di questi anni, che tale retorica non sia stata ridimensionata dall’allenatore, bensì alimentata, coltivata, più o meno premeditatamente usata come scudo davanti alle inevitabili critiche al suo lavoro, alla disarmante povertà delle sue idee. È dunque per questo che Prandelli non va trattato da allenatore, né da uomo. Per delinearne la parabola senza farsi confondere dalle chiacchiere, né perdersi in numeri e dettagli (non è l’assenza di trofei nella sua bacheca a determinarne la mediocrità), Prandelli va trattato da personaggio. Come tale, egli ha interpretato una parte, sostenuto una finzione sempre dominante rispetto alla quotidiana realtà di allenamenti, tattica e rapporti coi giocatori. Cose da piccoli uomini, da provinciali. Il coro di quello che spesso è suonato come un pianto greco, è stato in questi anni scandito da articoli forzatamente compiacenti o apologetici, da commenti di stima di spettatori e colleghi nazionali, “compatrioti” come li avrebbe definiti Prandelli stesso quando era CT.

Nonostante i fugaci e opportunistici afflati di patriottismo, uno dei pezzi forti del repertorio di Prandelli è sempre stato il biasimo del rapporto fra Paese e Pallone: nell’emanciparsi dal catenaccio per un non meglio precisato “calcio propositivo” e camaleontico, nell’abbandono di un tifo esasperato, polemico e rissoso, o in un maggiore attaccamento alla maglia (come quello degli uruguagi), Cesare sembrava credere che all’estero tutto fosse migliore. Deve essere stato allora ancora più amaro il boccone ingoiato prima in Turchia e poi in Spagna, dove i commentatori non hanno mantenuto lo stesso atteggiamento ossequioso verso i suoi lunghi monologhi da guru di un calcio moderno e illuminato, concentrandosi invece sulla pochezza dei suoi risultati. È difficile giudicare quanto il personaggio Prandelli sia stato l’origine o il palliativo per il male terminale che sembra aver colpito la carriera del Prandelli allenatore. È però evidente che il mondiale in Brasile, apice e baratro del suo calcio e forse del calcio in generale, ne abbia definitivamente sancito la diagnosi. La casetta Manaus, più tardi ridicolizzata dai giocatori a ogni intervista, è stata l’incubatrice del personaggio Prandelli e del virus che ne ha reso le squadre impotenti, sterili, schiacciate dagli avversari più mediocri. E lo stesso può dirsi dell’albergo di Mangaratiba, delle mogli in ritiro, dei calciatori rintronati da ore e ore di analisi video, sigarette, cocktail sulla spiaggia.


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