Più Trump, meno Obama: la metamorfosi di Renzi in quaranta giorni

Gli esclusi? Vanno difesi. L’innovazione? Da temere. L’identità? Non va lasciata alla destra. Il ritorno in campo dell'ex premier, con un’intervista fiume a Repubblica, sancisce un radicale mutamento nella narrazione renziana. Banditi crescita e cambiamento, spunta la tradizione. Ricorda qualcuno?

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16 Gennaio Gen 2017 0950 16 gennaio 2017 16 Gennaio 2017 - 09:50

La risposta incriminata arriva alla venticinquesima domanda, al centro esatto della lunghissima intervista di Ezio Mauro a Matteo Renzi, pubblicata domenica 15 gennaio su La Repubblica, quaranta giorni dopo la sconfitta dell’ex premier al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso.

“Sta pensando che la famiglia socialista appartenga al passato?”, chiede Mauro a Renzi. “Niente affatto”, risponde Renzi. Aggiungendo però che la sinistra “per vincere e convincere” debba “tenere insieme le tradizioni e il futuro”. Una frase che sembra buttata lì, ma che in un colpo solo spazza via tutta la retorica renziana del cambiamento, della rottamazione, dell’innovazione radicale. Usando una parola - tradizioni - che a memoria nostra non è mai nemmeno lontanamente entrata nel lessico renziano.

Nella risposta successiva, Renzi declina ancora meglio il concetto, e le sue polarità, in una triade di parole, come suo vezzo. Solo che quelle tre parole, il 13 settembre del 2012, quando sfidò Bersani alle primarie del centro-sinistra erano Europa, Futuro e Merito. Oggi - quattro anni e mezzo e mille giorni a Palazzo Chigi dopo - sono Esclusi, Identità e Innovazione. Gli esclusi che “sono la vera nuova faccia delle disuguaglianze”. L'identità, che è “ciò che noi siamo, senza muri e barriere” e che “non dobbiamo lasciarla alla destra”. E l'innovazione - udite udite - declinata come qualcosa da arginare, che fa paura, della quale Renzi si duole di aver parlato “in termini troppo entusiastici”, perché “bisogna pensare anche ai posti di lavoro che fa saltare”.

La sensazione, latente, è che il Renzi che tornerà in campo sarà molto più tribuno e molto meno istituzionale. Molto più propenso ad accarezzare la rabbia e la paura, anziché provare a sopirla con la speranza e con la favola del Paese che conquisterà il mondo con la bellezza. Lo possiamo dire? Molto meno Obama, e molto più Trump

Oplà, la metamorfosi è servita. E non è un caso che in due pagine fitte d'intervista, parole chiave del renzismo come crescita o cambiamento non compaiano mai. Con un linguaggio aderente allo spirito dei tempi, ecco il nuovo Renzi che abbandona la furia rottamatrice e lo storytelling della rinascita nazionale per abbracciare una narrazione più consona ai tempi cupi che stiamo vivendo. Una narrazione che sottintende, nemmeno troppo velatamente, quel che ogni italiano, in cuor suo teme: che domani staremo peggio di oggi. E che si debbano, tutt’al più, limitare i danni, anche in modo non convenzionale.

La sensazione, latente, è che il Renzi che tornerà in campo sarà molto più tribuno e molto meno istituzionale. Molto più propenso ad accarezzare la rabbia e la paura, anziché provare a sopirla con la speranza e con la favola del Paese che conquisterà il mondo con la bellezza. Lo possiamo dire? Molto meno Obama, e molto più Trump.

Il dubbio, alla fine, è uno solo: basterà assumere parte delle istanze di chi oggi vota Movimento Cinque Stelle o Lega Nord, per batterli alle urne? Oppure, tra l’originale e copia, gli elettori preferiranno il primo? Saranno i prossimi mesi a dircelo. E sarà interessante confrontare la parabola renziana con quella dell’enfant prodige della sinistra riformista francese, quell’Emmanuel Macron che, uscito dal partito socialista francese, si è candidato alle presidenziali del prossimo aprile sfidando il populismo a viso aperto, plaudendo all’Europa, promettendo liberalizzazioni e l’abbassamento del costo del lavoro, per portare la Francia nel ventunesimo secolo. Un po' come fece Renzi dal 2012 al 2014, dal camper a Palazzo Chigi. Chissà. A volte, la strada più breve non è necessariamente la più sicura.

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