Boldrin: «l’Italia non crescerà mai più, Europa e Fmi, bocciature annunciate»

L’economista già animatore di Fare per Fermare il Declino: «Renzi ha sprecato l’ultima apertura di credito di cui l’Italia ha potuto godere. Ora arriva il conto. Sulle banche si stanno solo sprecando miliardi, l’unica via è un intervento dell’Esm come in Spagna. E il nuovo protezionismo fa ridere»

Boldrin Dettaglio

Michele Boldrin (Jacopo Raule/Getty Images)

17 Gennaio Gen 2017 1015 17 gennaio 2017 17 Gennaio 2017 - 10:15
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«L’Italia non crescerà mai più, finché non cambia qualcosa in modo drastico». Michele Boldrin parla dalla Washington University di St. Louis, dove insegna da dieci anni. Dopo la fine dell’esperienza politica con Fare per Fermare il declino, di cui è stato fondatore e nell’ultimo anno coordinatore (fino alla fine del 2014), interviene meno nel dibattito italiano, se non dalle colonne di NoiseFromAmerika. Ma ha le idee molto chiare sulla gravità della situazione dell’economia italiana, sulle responsabilità politiche di Matteo Renzi e sulle possibili soluzioni, che passano in primo luogo dall’intervento dell’Esm (il Meccanismo europeo di stabilità) per risolvere il problema di Monte dei Paschi di Siena. Lo abbiamo raggiunto al telefono al termine di una giornata in cui il nostro Paese ha incassato la doppia batosta della revisione al ribasso delle previsioni del Fmi sul Pil e della richiesta di una manovra aggiuntiva da parte di Bruxelles.

Professore, cominciamo dalla fine. La Repubblica ha anticipato che l’Ue ha intenzione di chiedere all’Italia una manovra di aggiustamento da 3,4 miliardi di euro. Se non la faremo, rischiamo una procedura di infrazione per deficit eccessivo. Se n’era parlato prima del referendum, adesso sembra arrivare il conto.

È così. Anni fa, in quel mio breve passaggio politico per l’Italia, del tutto non pianificato, ho teso a dar fiducia a Renzi. Ma l’uomo è stato dannosissimo per il Paese, perché si è giocato l’ultima chance per l’Italia di avere una persona seria al governo. Gli è stato dato un credito enorme e gli europei hanno scommesso su di lui. Poi però non ha fatto quello che doveva fare e adesso gli arriva il conto. È una cosa annunciata: l’Italia per due anni o tre è riuscita a convincere la Commissione europea a chiudere un occhio, ma non si può andare avanti all’infinito. Non c’è nulla di strano in tutto questo e non possiamo che ringraziare Matteo Renzi e le sue scelte di politica economica.

Poco prima, sempre lunedì 16 gennaio, era arrivata la revisione al ribasso del Fmi sul Pil italiano.

Anche in questo caso non è una sorpresa. Queste previsioni del Fmi sono delle macchinette un po’ sciocche, che tendono a incorporare il passato: c’è ancora un po’ di memoria di crescita italiana e il modello continua ad assumere che ritorneremo a crescere. Poi con l’andare dell’anno si rendono conto che la crescita non ci sarà. Chi ci lavora sa che sarebbe successo così.

In Europa ora non sembra più esserci la differenza tra falchi e colombe. Come siamo riusciti a mettere tutti d’accordo nella richiesta di una manovra correttiva?

La distinzione tra falchi e colombe è un’idea della stampa italiana che ama inventare amici e nemici. In Italia ora siamo tutti abituati a prendercela con i tedeschi, con Linkiesta tra le poche eccezioni. In Europa sono tutti d’accordo perché un Paese che fa cialtronate da 15 anni, con una breve parentesi fallita anche quella per approssimazione e fretta, con il governo Monti, non può più avere credito a livello europeo. Tutte le cose che stanno succedendo sono non sorprendenti, sono il segno di un Paese che continua a declinare economicamente, che è incastrato. Che non vuole fare quello che c’è da fare, si trastulla su follie, pensa che il problema sia l’Europa e l’euro. Questa cosa va avanti da troppi anni.

«Renzi è stato dannosissimo per il Paese, perché si è giocato l’ultima chance per l’Italia di avere una persona seria al governo. Gli è stato dato un credito enorme e gli europei hanno scommesso su di lui. Poi però non ha fatto quello che doveva fare e adesso gli arriva il conto»

Questa lettura quindi prescinde dalla gestione e dall’esito del referendum.

Ma certo. Renzi ha voluto fare il referendum, si è giocato tutto in una partita di poker, perché doveva prendere il potere. L’effetto è stato disastroso: ha non solo perso il referendum ma ha cercato di vincerlo e per questo evitato di fare politica economica per un anno e mezzo, ha buttato via soldi in regalie. La cosa che mi dà fastidio è che purtroppo so che, se invece di Renzi ci fosse stato Berlusconi o Salvini o Grillo, avrebbero fatto le stesse cose, forse ancora più malamente. C’è un problema culturale profondo: il popolo italiano vuole la luna nel pozzo.

Riguardo a questa mini-manovra aggiuntiva, si aspetta più tasse o si comincerà con qualche taglio?

Sa bene che le condizioni per i tagli non ci sono. In ogni caso è irrilevante: 3,4 miliardi sono nulla, in un Paese che ha un Pil di 1.500 miliardi. Ma non è quello il punto. Il punto è che se siamo arrivati ai 3,4 miliardi di manovra richiesta è perché non c’è alcuna intenzione da alcuna parte politica di fare alcun intervento strutturale sul funzionamento dello Stato. Pensi a quello che è successo con la scuola. La Buona Scuola è diventata una pagliacciata. Noi dalla Commissione avremmo un credito infinito per sforare i vincoli di bilancio se mettessimo sul terreno un piano quinquennale di vera riforma dello Stato italiano. Ma vera, non una presa in giro.

Sia nelle revisioni al ribasso del Fmi sia nel declassamento di venerdì 13 del rating sull’Italia da parte di Dbrs si citano due fattori principali: l’instabilità politica e soprattutto il problema irrisolto dei crediti deteriorati nelle banche. Il governo ha creato il fondo da 20 miliardi. C’è una discontinuità rispetto al modello di intervento di Atlante o è un altro modo per non far togliere il potere sulle banche a chi lo ha già?

I soldi che stanno mettendo sono solo soldi politici e sono sprecati, sia chiaro. Servono a due obiettivi: in primo luogo a pagare chi abbia acquistato obbligazioni subordinate Mps e impedirgli che perda i soldi, per evitare un’insurrezione popolare e la perdita di voti. In secondo luogo ricapitalizzare evitando interventi esterni. Non ho particolare simpatia per le imprese politiche di Corrado Passera, ma la sua proposta di entrata in Mps mi sembrava l’unico piano di investimenti industriali credibile. Ma siccome Passera non fa parte del club di chi deve controllare Mps non l’hanno nemmeno preso in considerazione. L’altra parte di quei 20 miliardi serve quindi per garantire che il controllo manageriale di Mps non scappi da dove non deve scappare.

Qual è l’alternativa?

L’alternativa, e l’abbiamo detto per anni, è fare bail-in. Se ci sarà un problema politico di ingiustizia verso gli obbligazionisti truffati, li si potrà compensare a parte. Dopodiché bisogna ammettere che si è nei guai. Ammettere che abbiamo un sistema bancario agli sgoccioli, per insipienza e mancato governo da 20 anni a questa parte. Chiedere l’intervento dell’European Stability Mechanism (Esm) e fare di Monte dei Paschi quello che gli spagnoli hanno fatto di Bankia, che non a caso ha funzionato. A quel punto si risparmiano anche i 20 miliardi.

«I soldi pubblici che stanno mettendo nelle banche sono solo soldi politici e sono sprecati, sia chiaro. Servono a due obiettivi: evitare perdite di voti e garantire che il controllo manageriale di Mps non scappi da dove non deve scappare. Per questo il piano di Passera per Mps non fu neanche preso in considerazione»

Lei ha sostenuto con un lungo intervento, ripreso anche su Linkiesta, che la via spagnola resta la priorità. Ci si può arrivare più facilmente con il governo Gentiloni?

No, perché non sono pronti a pagare il prezzo politico, che è alto. Nella stessa Spagna c’è stato uno scontro pesantissimo su Bankia, perché il Partito Popolare voleva mantenerne il controllo politico. Poi vinse la Commissione e perse il Pp, che aveva fatto di Bankia una macchina clientelare. Ci fu un prezzo politico: dovettero ammettere le truffe, ammettere che avevano venduto a migliaia di azionisti di minoranza azioni con prospetti falsi. Alcuni dirigenti finirono in galera. Ci sono insomma delle conseguenze a fare le cose bene. Nella misura in cui il sistema politico italiano queste conseguenze non è disposto a pagarle, continua a fare le cose in casa e a metterci 20 miliardi.

Al di là del prezzo politico, che prezzo dovremo pagare in termini sociali in caso di intervento dell’Esm, cioè di una parte dell’ex Troika?

Non c’è alcun prezzo sociale, che anzi è positivo. Ci sarebbe un guadagno sociale, perché se si fa un bail-in come si deve, si ristruttura la banca e si comincia a farla fruttare rapidamente. Bankia in otto mesi ha ricominciato a funzionare.

Quando si parla di Esm viene sempre in mente la Grecia. Perché sarebbe diverso in Italia?

La Grecia grazie a dio è ancora lontana. In Grecia c’era stato un collasso gigantesco, erano uno Stato completamente fallito a un livello a cui noi non siamo ancora arrivati.

Intanto la nostra classe politica ha cominciato a parlare di protezionismo, soprattutto in chiave anti-francese relativamente a Mediaset e Unicredit e poi Generali. Lo ha fatto anche con voci autorevoli come quella del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che ha parlato di una rete di imprese e istituzioni nazionali da mettere in piedi come risposta a un nazionalismo protezionistico che rialza la testa nel mondo.

Sono le solite chiacchiere. Ammesso e non concesso che in giro per il mondo si faccia una politica industriale di successo controllata dallo Stato, se la si fa, si fa politica industriale. In Italia c’è una patetica proposta di mantenimento del controllo parapolitico su alcune grandi aziende italiane. Si parla a sproposito di Mediaset come asset strategico. Leonardo Del Vecchio di Luxottica, che ha più di 80 anni, ha dato l’ennesima lezione alla classe politica italiana. Ha mostrato la differenza tra l’essere un capitalista, un imprenditore con gli attributi, ed essere un parassita monopolista legato alla politica come Berlusconi. Del Vecchio la fusione con i francesi l’ha fatta e vedrete che funzionerà.

Poi c’è il caso Alitalia.

Alitalia va chiusa, va buttata alle ortiche, va sparso il sale sul grattacielo all’Eur. Siamo al terzo o quarto salvataggio. Che diventi Ryanair la compagnia nazionale. Sono chiacchiere per mantenere poteri acquisiti, come per Mediaset. Ora vogliono fare un favore a Berlusconi perché hanno bisogno dei suoi voti nel caso si vada a elezioni, quindi ricomincia l’amore tra Pd e Berlusconi.

«Con un intervento dell’Esm ci sarebbe un prezzo politico che nessuno vuole pagare. Mentre non ci sarebbe alcun prezzo sociale. Ci sarebbe un guadagno, perché con un bail-in fatto come si deve una banca come Mps ricomincerebbe in breve tempo a fruttare»

Su Trump lei è stato molto duro durante la campagna elettorale. Dopo la vittoria molti stanno decidendo di dargli credito. Anche lei pensa che sia il caso di fare un’apertura di credito?

Siamo obbligati a dargli credito. Io ho sbagliato completamente la previsione sull’elettorato americano. È peggio di quel che pensavo. Da quello che vedo in giro, i suoi stessi elettori non sono contenti. Ma questo è un Paese con un sistema costituzionale solido e con regole che si rispettano. Lui governerà. Da quel che Trump sta annunciando, siamo tutti col paracadute in tasca. Io sono tutt’altro che un elettore di sinistra, avevo firmato per Bush. Ma quest’uomo mi sembra pericolosissimo, da qualunque angolo la si guardi.

Davos è il Titanic della globalizzazione o il trampolino di lancio per la Cina come campione della globalizzazione?

È complicato. La situazione cinese interna non è gradevole, perché Xi sta facendo un tentativo pesante di riduzione della corruzione, che però sta portando a un riaccentramento nel partito e alla chiusura di molti spazi di crescita. Loro sul piano diplomatico internazionale sono molto brillanti, hanno grande iniziativa e senz’altro occuperanno degli spazi. È un Paese però molto lontano dall’essere non solo democratico ma dall’avere un minimo di società aperta e non gerarchica. È un Paese ancora fortemente imperiale. Un processo di globalizzazione che continui sotto l’egida cinese non sarebbe una cosa molto raccomandabile. Sarebbe la festa del crony capitalism e dei poteri che ci sono. Non è poi detto che gli Stati Uniti si ritraggano. Il grosso del mondo imprenditoriale di questo Paese ha solo da guadagnarci e ha capito quanto sia utile continuare il processo di globalizzazione. Questo punto potrebbe essere quello in cui Trump finirà con l’essere messo all’angolo.

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