Nessuno ti crede? È colpa di certe frasi che ti ostini a ripetere

Risultare affidabili dipende da molti fattori. Prima di tutto, dal linguaggio che si usa e da come lo si usa

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17 Gennaio Gen 2017 0817 17 gennaio 2017 17 Gennaio 2017 - 08:17

Tutti si indignano per le bugie dei politici e, ancora di più per quelle che appaiono sui media (sia quelli tradizionali che quelli alternativi). Ma le menzogne, grandi e piccole, vengono dette ogni giorno, da ciascuno di noi. Il problema è che, a differenza dei politici, la maggior parte delle persone si lascia scoprire – o, in misura minore, non riesce a convincere l’interlocutore della veridicità delle sue affermazioni. Questo è perché mentire, anche se molto spontaneo, non è per nulla semplice.

Come dimostra una (solita) ricerca (americana), condotta dall’AoEC, cioè l’Academy of Executive Coaching, spesso chi racconta un fatto cerca di convincere il suo interlocutore con espressioni che cercano di rendere più credibile il suo racconto: “è vero”, “credimi”, “la verità è che”, “il fatto è”, “in tutta onestà”, “a essere onesti”. Tutte frasette che infiocchettano il discorso e che, alle orecchie di chi ascoltano appaiono come una spia di emergenza: “per quale motivo sente di dover ribadire la verità del fatto che racconta?”. Semplice: perché il fatto non è vero.

E allora l’effetto che si ottiene, anche se il racconto è veritiero, è l’opposto: non si viene creduti. Per fidarsi delle parole di qualcuno, continua la ricerca, è fondamentale incontrare un linguaggio semplice (non circonvoluto, incerto e ambiguo), frasi brevi e molto, molto chiare. Soprattutto, evitare espressioni rafforzative come “ti dico che è così”, o “credimi”. Riuscire ad avere il coraggio di coinvolgere l’interlocutore in modo emotivo, avvolgente, quasi suadente (attenzione: evitare il trucchetto di ripetere il suo nome nel mezzo delle frasi, come fanno i venditori di aspirapolveri). Si otterrà un effetto migliore di quanto non si pensi.

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