Regioni a statuto speciale

Sicilia, la controriforma per salvare le province

Da destra a sinistra l’Assemblea regionale siciliana è pronta a modificare la riforma Crocetta per virare verso le elezioni dirette dei consorzi di comuni. E c’è chi vuole ripristinare anche le funzioni delle province

Sicilia

(Getty Images/Tullio M. Puglia/Stringer)

17 Gennaio Gen 2017 1212 17 gennaio 2017 17 Gennaio 2017 - 12:12

Sicilia laboratorio del ritorno al passato. Dopo il primato italiano per l’abolizione delle province, annunciato nel 2013 dal governatore Rosario Crocetta in diretta tv all’Arena di Massimo Giletti, l’isola che doveva essere il fiore all’occhiello della spending review si avvia invece a una controriforma per ripristinare i cari vecchi enti provinciali.

Una legge regionale pasticciata, quella di Crocetta, nata in tv con l’intento di voler fare prima del resto d’Italia, più volte si è arenata ed è ripartita tra lotte politiche e agguati di palazzo, arrivando a creare alla fine i cosiddetti “liberi consorzi di comuni”, che più che una vera rivoluzione sembrano solo un’etichetta più complicata affibbiata alle vecchie province. Tanto più che ora, a poco più di un mese da quelle che dovrebbero essere le prime elezioni dei consorzi, l’Assemblea regionale siciliana è già pronta a fare un passo indietro e a rimettere in discussione tutto il cuore della riforma. Da destra a sinistra, Cinque stelle esclusi, sono stati proposti disegni di legge per modificare la legge regionale e andare a elezioni dirette per scegliere consiglieri e presidente. Ripristinando, dice qualcuno, anche le funzioni originarie delle province.

L’ennesimo coup de theatre di una riforma, che è nata e si è evoluta a furia di colpi di scena. La Sicilia doveva essere la prima regione ad abolire le province, con una decisione presa ancor prima del governo nazionale. Ma la legge voluta da Crocetta, diversa dal ddl Delrio, è stata prima bocciata dal Parlamento siciliano, e poi impugnata dal Consiglio dei ministri perché alcune disposizioni erano in contrasto con la legge nazionale sulla abolizione delle province. Il risultato è che i liberi consorzi oggi sono amministrati da commissari straordinari in proroga continua, e hanno accumulato debiti fino a 180 milioni di euro, senza poter neanche svolgere le vecchie funzioni delle province. In primis quella della manutenzione delle strade provinciali, che in Sicilia sono in pessime condizioni.

L’11 gennaio scorso, il governo regionale siciliano ha fissato per il 26 febbraio prossimo, quando scadranno i commissari già in proroga, la data delle elezioni per i consorzi di comuni. Si tratta di elezioni di secondo grado, così come prevede la legge Delrio. Perché di fatto, dopo tante discussioni, giravolte e tentativi di prendere le distanze da Palazzo Chigi in nome dell’autonomia regionale, la legge Delrio alla fine è stata recepita di fatto.

Il problema, come ha fatto notare pure Il Messaggero, è che nella primavera del 2017 oltre cento comuni siciliani andranno al voto. Quindi il rischio è che, una volta rinnovati i consigli dei liberi consorzi di comuni, i consiglieri dei consorzi non vengano eletti anche nei comuni. Per cui si dovranno ripetere le elezioni.

Il Parlamento siciliano si prepara a gettare nella pattumiera una volta per tutte la riforma simbolo del governo Crocetta. Un nuovo dietrofront per tornare al passato. Si torna alle province elette direttamente, con tutti i costi che questo comporta. Come se, oltre lo stretto, non fosse successo nulla

Un altro possibile pasticcio della riforma voluta a tutti i costi da Crocetta. Che però questa volta potrebbe non avverarsi. Perché l’Assemblea regionale siciliana è decisa a rinviare le elezioni di febbraio, tornando alle vecchie province con elezione diretta. E come ha spiegato il presidente della Commissione affari istituzionali dell’Ars Salvatore Cascio, «la precondizione per tornare alla elezione diretta è quella di attribuire alle province le funzioni necessarie per il loro corretto funzionamento». Si prevede, insomma, un vero e proprio passo del gambero.

E all’Ars c’è una maggioranza ampia, composta sia da forze di governo che da forze di opposizione, pronta a tornare indietro. «La maggioranza degli italiani, e dei siciliani, ha bocciato, tra le altre, la riforma che aboliva le province, con ciò evidentemente intendendo confermarle», hanno scritto in una nota i deputati dell’intergruppo parlamentare Sicilia Futura-Psi dopo il referendum costituzionale. La riforma costituzionale bocciata il 4 dicembre prevedeva di cancellare il termine “province” dalla Costituzione, ma tutti sappiamo com’è andata. «Appare chiaro che i liberi consorzi e le città metropolitane (le nostre ex province), così come concepiti, non rispondano al comune sentire delle popolazione», scrivono i deputati siciliani. «Oggi pensare di votare i loro organismi con elezioni di secondo livello appare ulteriormente controproducente. Crediamo sia più rispettoso e coerente rinviare queste elezioni e garantire la rappresentanza diretta degli organismi amministrativi dei liberi consorzi e delle città metropolitane attraverso elezioni a suffragio universale che coinvolgono direttamente tutti i cittadini, senza distinzioni e in tutti i territori delle ex province».

L’obiettivo di maggioranza e opposizione è portare in aula il 17 gennaio la proroga della data delle elezioni per le città metropolitane e i liberi consorzi in modo da approvare poi a marzo, dopo la sessione di bilancio, una legge che preveda l’elezione diretta dei presidenti degli enti di area vasta. Nella commissione per gli affari istituzionali saranno illustrati i diversi disegni di legge già pronti, da quello presentato dal deputato di Forza Italia Vincenzo Figuccia a quello della Lista Musumeci.

Il Parlamento siciliano si prepara a gettare nella pattumiera una volta per tutte la riforma simbolo del governo Crocetta. Un nuovo dietrofront. Si torna alle province elette direttamente, con tutti i costi che questo comporta. Come se, oltre lo stretto, non fosse successo nulla.

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