Sindaco, mestiere infame

Responsabilità enormi, zero risorse, rischio d’inchieste, popolarità in caduta libera: da «mestiere più bello del mondo», quella di Sindaco è diventata una carica cui nessuno ambisce più. Un problema peggiore di quanto possiamo credere

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17 Gennaio Gen 2017 0830 17 gennaio 2017 17 Gennaio 2017 - 08:30

«Il sindaco è il mestiere più bello del mondo. Quando fai il sindaco niente ti è estraneo di una città. Sei il custode della città». Era il 1 giugno 2013. Matteo Renzi non era ancora il segretario del Partito Democratico, ma - per l’appunto - il sindaco di Firenze che pochi mesi prima aveva invano sfidato Pierluigi Bersani come leader della coalizione di centro sinistra per le elezioni politiche di febbraio.

Sul palco con lui c’era Ignazio Marino, candidato a sorpresa a sindaco di Roma. E quelle parole, in fondo, suonavano un po’ sinistre. Non solo per la fine che ha poi fatto Marino, sfiduciato da un notaio proprio dai suoi consiglieri comunali, pare su mandato dello stesso Renzi. Ma anche perché no, difficilmente oggi un sindaco o un assessore direbbe che il suo mestiere è il più bello che esiste.

Difficilmente lo direbbe Virginia Raggi, succeduta a Marino lo scorso anno, che ha perso in pochi mesi il 23,2% dei consensi raccolti al ballottaggio, crollando a una popolarità del 42%. E probabilmente, non lo direbbe nemmeno Rita Rossa, sindaca di Alessandria, da quattro anni peggior sindaco d’Italia secondo la ricerca Governance Poll di Ipr Marketing. Alla “povera” Rossa è toccato portare i libri del Comune in tribunale tre sole settimane dopo aver indossato la fascia tricolore. Difficile credere che il dissesto fosse colpa sua. Nonostante questo, e nonostante il riequilibrio dei conti, il rientro nel patto di stabilità, il recupero dal fallimento della locale municipalizzata, mantenendo i posti di lavoro, l’opposizione - ed evidentemente pure la cittadinanza - è scatenata contro di lei. Lei tira dritto. Ma di certo non va a dormire serena.

Piccola consolazione, Rita: non sei sola. Gli ultimi dati della Governance Poll di Ipr Marketing, che annualmente misura il consenso nei confronti dei primi cittadini delle città capoluogo di provincia fotografa impietosamente un crollo verticale di popolarità che ha pochi eguali nella storia recente. Nel 2016, complessivamente, i sindaci hanno perso 540 punti percentuali di gradimento rispetto al giorno in cui sono stati eletti. In media, il 5,1% in meno a testa. Peggio dell’anno precedente, in cui il crollo complessivo era stato di 458,97 punti, in media il 4,5% in meno a testa. Solo qualche anno prima, nel 2011, l’emorragia dei consensi era la metà, pari a 205 punti percentuali, l’1,9% in meno a testa.

C’era un tempo in cui forse il sindaco era, se non il migliore, per lo meno un bel mestiere. Prendiamo il Governance Poll del 2007, l’anno prima della crisi, quando di crisi ancora nessuno ne parlava, di tagli agli enti locali nemmeno e il Patto di Stabilità interno era poco più che una seccatura. Allora, l’attuale consenso di Chiara Appendino - Cinque Stelle pure lei, sindaca più amata d’Italia, 62% con un incremento del 6,4% - sarebbe stato il tredicesimo. Allora, per dire, il suo predecessore a sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, aveva un gradimento del 73%, secondo solo a quello di Vincenzo De Luca, allora sindaco di Salerno.

Non stupisce, così, che la cronaca giornalistica si sia arricchita di un nuovo genere: quello del Comune che non va a elezioni per assenza di candidati e si consegna al Commissario Prefettizio. O che, in un caso solo un po’ migliore, si ritrova senza alternative, con un unico candidato sulla scheda

C’entrano i soldi? Eccome se c’entrano: dal 2008 a oggi gli enti locali hanno dovuto subire sforbiciate ai trasferimenti di circa 40 miliardi di euro, dice la Corte dei Conti. Altre stime - leggere i bilanci degli enti locali è arte, non scienza - parlano di 18 miliardi svaniti dalle casse comunali. Risultato? Taglio della spesa - sovente quella sociale -, degli investimenti e aumento delle imposte, nel migliore dei casi. Nello scenario peggiore - quello di chi ha un sacco di debiti - il dissesto finanziario. Onta che è toccata ad 84 comuni italiani tra l’inizio del 2011 e l’estate del 2016, quasi 200 se si contano pure quelli in pre-dissesto.

Non bastasse, ci sono le indagini. Non esistono numeri precisi - ognuno conta gli inguaiati altrui - ma basta scrivere su Google “sindaco indagato” e scorrere le decine, centinaia di pagine che si aprono su storie di appalti, abusi d’ufficio, turbative d’asta. A volte ruberie conclamate, a volte vizi procedurali, a volte semplici bolle di sapone. Che finiscono per costare un avviso di garanzia, un iter processuale, talvolta pure una carcerazione preventiva e lo stigma di ladro e inquisito, a uso e consumo di chi vuole troncarne la carriera politica.

Il tutto, per stipendi piuttosto miseri, commisurati alle responsabilità. Per dire: Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, guadagnava 3600 euro al mese. Ignazio Marino, sindaco di Roma ne prendeva 4500. Meno della metà dello stipendio di Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, molto meno di parecchi dirigenti del Comune stesso. Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, prende 630 euro al mese.

Non stupisce, così, che la cronaca giornalistica si sia arricchita di un nuovo genere: quello del Comune che non va a elezioni per assenza di candidati e si consegna al Commissario Prefettizio. O che, in un caso solo un po’ migliore, si ritrova senza alternative, con un unico candidato sulla scheda. Cose che succedono non solo nel profondo Sud, ma anche in regioni celebrate per le loro virtù civiche come l’Emilia-Romagna, il Trentino Alto Adige, la Toscana, il Veneto. Nessuno vuole fare il sindaco a Castelfondo, in provincia di Trento, né a Pieve di Soligo e a Monfumo, in provincia di Treviso. Nessuno vuole fare l’assessore ad Arsié, provincia di Belluno, con il sindaco costretto a pubblicare un bando. Casta? Sì, quella degli Intoccabili.

Eppure, forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire. Dalla capacità dei territori di selezionare i migliori amministratori. Di farli crescere nel contesto di una comunità politica - fatta di partiti, movimenti, associazioni, che fa loro da scuola. Di dar loro gli strumenti per sperimentare politiche, di soddisfare bisogni primari, di adempiere al loro ruolo di prima controparte istituzionale di qualunque cittadino. Trasformarli in esattori senza capacità di spesa, per evitare di sforbiciare i costi di ministeri e amministrazioni centrali è stato un pessimo errore. Perché ha svilito il ruolo, tolto prestigio e prospettive a un mestiere che sì, un tempo, era ambito dai migliori, mentre oggi lo è molto meno. Ne siamo convinti: un (bel) po' del disamore dei cittadini nei confronti della politica - ne siamo convinti - arriva proprio da lì.

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