Abitudini alimentari

Pasti in casa sempre più poveri, ma gli italiani non rinunciano al ristorante

Il rapporto Ristorazione 2016 della Fipe registra un aumento dei consumi alimentari fuori casa. Ma gli scontrini restano contenuti, e aumentano soprattutto i take away

Cibo

(Getty Images/Dan Kitwood)

18 Gennaio Gen 2017 1131 18 gennaio 2017 18 Gennaio 2017 - 11:31
WebSim News

Un piatto di pasta veloce, un’insalata, un trancio di pizza o un panino ordinato a domicilio. Tra le mura di casa mangiamo sempre più in fretta e spendiamo sempre meno. Ma non ci facciamo mancare i pasti fuori casa, dalla colazione all’aperitivo. Anche questi, il più delle volte, consumati velocemente, e a poco prezzo. Gli scontrini sono contenuti: 5 o 10 euro per il pranzo, fino a una media massima di poco più di 21 euro concessa per la cena del fine settimana.

In controtendenza rispetto al resto d’Europa, nel 2016 in Italia i consumi nei bar, al ristorante e in pizzeria sono cresciuti dell’1 per cento. Coprendo ormai il 35% del totale dei consumi alimentari delle famiglie italiane. Lo dicono i dati del Rapporto Ristorazione 2016 della Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe): mentre i consumi alimentari in casa sono calati di 18,4 miliardi negli ultimi otto anni, la ristorazione ha perso “solo” 344 milioni di euro. E ben 39 milioni di italiani dichiarano di aver consumato pasti fuori casa nel 2016. «Il vero fast food oggi è in casa», spiega Luciano Sbraga, direttore del centro studi Fipe. Si entra al supermercato la sera intorno alle 19/19.30 e si cucina qualcosa velocemente. O meglio ancora, si ordina cibo già pronto a domicilio. Ma «la voglia di convivialità tutta italiana spinge a consumare colazioni, pranzi, aperitivi e cene fuori casa». Con una spesa stimata per il 2016 di 78 miliardi.

Si risparmia tra le mura domestiche, con un calo a due cifre anche per gli acquisti di frutta e verdura (-11%). E si apre il portafoglio al di fuori. Anche se la spesa resta bassa. Per la colazione i quattro milioni di italiani che ogni giorno passano dal bar per un caffè, una spremuta o una brioche spendono in media 2,40 euro, meno del 2015. Per il pranzo durante la settimana lo scontrino si aggira tra i 5 e i 10 euro: panini, pizze, insalate consumate velocemente per lo più al bar. Solo nel fine settimana si sale a 16 euro, con 7,7 milioni di italiani che almeno due volte al mese nel week end pranzano al ristorante o in pizzeria. Per la cena invece la spesa media è di 21,20 euro. E sono 8,8 milioni gli italiani che almeno tre volte al mese di sera mangiano al ristorante o in trattoria. Ma solo uno su cento è disposto a pagare più di 50 euro per una cena. E sui 39 milioni di italiani che hanno consumato pasti fuori casa nel 2016, 17 milioni lo fanno solo due o tre volte al mese. I ristoranti sono pieni sì, come diceva qualcuno, ma si sta attenti ai prezzi.

Non a caso, nel settore crescono soprattutto i take away, facendo registrare un +35% nel 2016. «A scapito della qualità», commenta Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe. Rosticcerie, paninoteche, kebbabari, dove compri a prezzi più bassi e porti via. Per mangiare per strada, o magari a casa. Punti vendita che nell’ultimo anno sono aumentati del 41,6% solo nei centri storici delle città italiane, mentre i bar sono diminuiti del dieci per cento. Un modo per andare incontro al ridotto potere d’acquisto, ma anche «punti vendita che permettono a chi li apre investimenti più bassi, costi ridotti per il personale e tasse contenute, vista le piccole dimensioni», spiega Braga.

Eppure, nonostante il segno più, «il settore continua a mostrare una certa debolezza», spiega Stoppani. «In un Paese in cui c’è un alto tasso di disoccupazione, si tenta spesso di fare fortuna in questo comparto, ma a volte con un approccio al business superficiale». In cinque anni, secondo i dati Fipe, ogni cento attività aperte, 48 hanno abbassato per sempre la saracinesca.

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