Sorpresona! Per Rossi di Bankitalia tutto va male tranne le banche

Il direttore generale Salvatore Rossi, nel suo libro "Che cosa sa fare l’Italia" punta il dito praticamente contro tutte le componenti della società del nostro paese. Ma si dimentica di individuare e anche solo accennare alle responsabilità del sistema bancario

Getty Images 184755538

Filippo Monteforte/Getty Images

20 Gennaio Gen 2017 1030 20 gennaio 2017 20 Gennaio 2017 - 10:30
Messe Frankfurt
WebSim News

Tutto fa brodo, per far ripartire l’Italia. Figuriamoci le opinioni chi, come Salvatore Rossi, è direttore generale della Banca d’Italia dal 2013. Che cosa sa fare l’Italia, s’intitola il volume, scritto a quattro mani con l’economista Anna Giunta. E l’ha scritto, lo dice rispondendo alle domande del vicedirettore del Corriere della Sera Daniele Manca, perché “il nostro Paese non ama molto analizzare se stesso”.

Ben detto! E allora analizziamolo: “Servono buone politiche, buoni atteggiamenti dei cittadini e degli imprenditori”. Sacrosanto! E serve innovazione, perché ”non ci siamo adeguati a un mondo che da un quarto di secolo è cambiato”. Urca! Serve investire in conoscenza, “la bandiera intellettuale del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco”. Giù il cappello! E servono “tribunali che funzionano”, anche se - strano, ma vero! - “a Torino funzionano, a Bari meno”. Sopratutto, però, servono più grandi imprese “che si mettano in testa allo sviluppo” e meno piccole imprese famigliari “la nostra debolezza”, soprattutto se il management è di famiglia, per Giunone!

Nella sua orazione a 359 gradi, il direttore generale della Banca d’Italia non trova modo di dedicare che una mezza frase al sistema del credito

Ecco. Forse siamo rimasti storditi noi da tanta originalità di pensiero, forse nel libro c’è un capitolo espressamente dedicato a quello. Ma ci suona un po’ strano - dopo il crac delle quattro banche e i guai del Monte dei Paschi di Siena - che nella sua orazione a 359 gradi, il direttore generale della Banca d’Italia non trovi modo di dedicare che una mezza frase - “errori di gestione. Sì, anche dei banchieri” - al sistema del credito.

Ecco. Forse potremmo fermarci due secondi e discutere di questo. Se davvero ha senso prendersela con le imprese famigliari e gli imprenditori capannone e famiglia mentre celebriamo i successi di padri-padroni come Ferrero, Caprotti e Delvecchio e spendiamo fior di soldi pubblici per ripianare i disastri dei supermanager di Montepaschi, giusto per dire. Se ha senso parlare di innovazione quando in Italia ci sono banche che fanno ancora pagare i bonifici online per puntellare i costi di una dissennata corsa a chi apriva più sportelli.

Soprattutto, però, ci chiediamo quale strana amnesia selettiva porti il direttore generale dell’istituto di vigilanza del credito a dimenticare che molti di quei disgraziati crediti deteriorati sono figli di pratiche quantomeno opinabili. Come quello di concedere prestiti solo a chi si imbottiva di obbligazioni della banca, per dire. Pratica che ha messo nei guai le imprese che hanno ricevuto quel credito senza meritarlo, quelle che avevano buone idee e sono state superate da chi ne aveva di meno buone, le famiglie che in buona fede avevano acquistato le obbligazioni di una banca che si riempiva come un uovo di sofferenze.

Qualche domanda: la crisi di territori di Arezzo, Vicenza, Siena è figlia di queste pratiche o della terribile “ideologia dei distretti”? Della gestione delle imprese famigliari o di quella delle banche di territorio? Dei cattivi atteggiamenti di cittadini e imprenditori o della distratta vigilanza di Banca d’Italia? Della politica che non ha messo i soldi nelle banche o delle banche che hanno usato male quelli che avevano?

Ha ragione Rossi: il nostro Paese non ama molto analizzare se stesso. Palazzo Koch non fa eccezione.

Potrebbe interessarti anche