Perché Renzi è ancora l’unica alternativa ai populisti (se vuole esserlo)

Renzi guida l’unico partito socialdemocratico rimasto sopra al 20% in Europa. Per questo, che piaccia o meno, l’ex premier è l‘ultima barriera al populismo che si impone dagli Stati Uniti all’Europa. Ma dovrà essere capace di dare risposte nuove ai problemi del lavoro e della competitività

Renzi Bruxelles

Matteo Renzi in un summit a Bruxelles del giugno 2016 (PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images)

23 Gennaio Gen 2017 1126 23 gennaio 2017 23 Gennaio 2017 - 11:26

A volte è il contesto che ti assegna un ruolo, senza bisogno che sia tu a decidere. Per Renzi, oggi, funziona così. Obama è out, Cameron e Hollande spazzati via dalla Storia, Merkel è all’ultimo mandato, Rajoy si è regalato un nuovo giro fuori tempo massimo e Macron, a oggi, è ancora troppo debole per poter sperare nell’Eliseo.

A contrapporsi al duo Trump-Putin, a Beppe Grillo che li ha eletti a Uomini Forti di riferimento, al selfie populista di Salvini-Le Pen-Petry non rimane che lui. L’unico leader di un partito socialdemocratico ancora sopra il 20 per cento. L’unico con concrete possibilità di vincere le prossime elezioni. L’unico con abbastanza futuro davanti per potersi concedere il vezzo di una visione, di una prospettiva di medio termine.

Sappiamo quel che pensate. Che Renzi ha passato l’ultimo anno a solleticare la pancia del populismo, a sparare contro Bruxelles come un Grillo qualunque, a puntare il dito contro nemici esterni che vogliono il male dell’Italia, a praticare un populismo istituzionale - contro il Sistema, dentro il Sistema - che non ha fatto altro che legittimare le istanze dei populisti veri. Difficile, se non impossibile, che possa essere lui il leader in grado di compattare attorno a sé un’alternativa popolare al populismo.

Difficile darvi torto. Eppure non può essere che questo, Renzi. E il silenzio assente di queste settimane - malcelato tentativo di un effetto attesa in grado di rilanciarlo alla grande sulla scena dopo la sconfitta referendaria - può avere senso solo in funzione di una proposta politica nuova, in forte discontinuità con quella antecedente al quattro dicembre.

Il silenzio assente di queste settimane può avere senso solo in funzione di una proposta politica nuova, in forte discontinuità con quella antecedente al 4 dicembre

Intendiamoci: questo non significa buttar via mille giorni di governo. Vuol dire collocare tutte le cose fatte dentro una nuova e coerente visione politica. Quella di chi non si rassegna al protezionismo, ad esempio, ma vuole rilanciare la forza commerciale del decimo Paese esportatore al mondo. Quella di chi non si rassegna alla fine del lavoro, al fisiologico impoverimento del ceto medio, ai redditi di cittadinanza come unica possibile alternativa. Quella di chi pensa che prima di prendersela con il globo terracqueo - dai migranti alla Germania, dalla Cina alla Silicon Valley - dovremmo guardarci in casa e liberarci delle tante, enormi zavorre che ci portiamo dietro da decenni, dalla spesa pubblica ipertrofica e assistenziale a una giustizia elefantiaca, da una burocrazia assurda e soffocante a un sistema scolastico ancora troppo lontano dagli standard di modernità minimi imposti dal mondo.

Qualunque altra strada è più sicura, probabilmente, perché si adagia sul senso comune di chi pensa sia l’ora di dazi e barriere, di Stati e monete sovrane, di patriottismo e assistenzialismo, di paura del futuro e di uomini forti, di Trump, Putin, Le Pen, Grillo, Salvini. Se è vero che un leader è un po’ un acrobata - l’ha detto l’ex premier in una recente intervista - questa è l’acrobazia che ci aspettiamo da Renzi. L’unica alternativa - culturale e politica - possibile a un governo Lega-Cinque Stelle. Sei pronto a saltare, Matteo?

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