Caso Raggi, dov'è la notizia? Quando crolla la politica, trionfano i maneggioni

L’avviso di garanzia a Virginia Raggi non è prova della sua presunta disonestà. Ma la certezza che non ci si improvvisa classe dirigente. E che senza esperienza, né strutture politiche alle spalle, il cambiamento può solo peggiorare le cose

Raggi
25 Gennaio Gen 2017 1059 25 gennaio 2017 25 Gennaio 2017 - 10:59

La vicenda che inchioda Virginia Raggi al tanto atteso avviso di garanzia è di per se tragicomica. La sindaca è accusata di abuso di ufficio per aver nominato responsabile del Settore Turismo del Comune di Roma il fratello del capo del personale Raffaele Marra, già vicecapo dei Vigili della Capitale. E di falso, per essersi presa la responsabilità di una nomina che, stando alle indagini della Procura, si sarebbe limitata ad avallare. O peggio ancora, le sarebbe stata imposta.

E in fondo il problema sta tutto qua. Non nella presunta disonestà della sindaca. Non nel presunto, inedito, garantismo del Movimento di cui fa parte. Piuttosto nella straordinario mix tra ingenuità e incapacità della Raggi e di chi le sta attorno. Con gli occhi di tutti addosso, con la condanna autoimposta di dover essere i più onesti e trasparenti di tutti, con un passato di richieste di dimissioni a chiunque fosse sfiorato da un’indagine, firmare una nomina che rappresenta la quintessenza del nepotismo istituzionale è una mossa suicida che nemmeno il suo peggior nemico le avrebbe consigliato di fare.

A ciascuno il suo mea culpa. A noi, di ribadire l’ovvio. Che una classe dirigente non si improvvisa. Che il vero cambiamento ci sarà quando prenderemo atto che per fare politica, l’onestà non è la sola precondizione. Che la competenza, la capacità di comprendere il contesto, il cinismo necessario per sapersi muovere in un nido di vipere sono altrettanto fondamentali per non finire arrosto come Marino o la Raggi

E qui casca l’asino, in fondo. Perché ingenuità e incapacità per chi ha responsabilità come quelle in capo a Virginia Raggi sono aggravanti di un comportamento illegittimo, non certo delle attenuanti. Che svelano, una volta di più, la sua conclamata inadeguatezza, certo. Ma anche l’incapacità del Movimento Cinque Stelle di selezionare la propria classe dirigente, proprio nel posto e nel momento in cui contava di più farlo. E ancora, l’irrazionalità di un elettorato che, pur sapendo che la Raggi fosse del tutto impreparata al compito improbo di risollevare una città morente - bastava guardare un solo dibattito per rendersene conto - l’ha eletta con percentuali bulgare. E infine, la debolezza di tutto il resto dell’emiciclo politico, che, nonostante tutto, non riesce a scalfire il consenso del Movimento, né a proporsi come alternativa credibile, nemmeno dopo una simile sequela di orrori.

A ciascuno il suo mea culpa. A noi, di ribadire l’ovvio. Che una classe dirigente non si improvvisa. Che il vero cambiamento ci sarà quando prenderemo atto che per fare politica, l’onestà non è la sola precondizione. Che la competenza, la capacità di comprendere il contesto, il cinismo necessario per sapersi muovere in un nido di vipere sono altrettanto fondamentali per non finire arrosto come Marino o la Raggi. Che la politica è mestiere complesso e che bisogna studiare, fare gavetta, appoggiarsi a strutture organizzate per potersi proporre come forza di governo. Tutto il resto sono velleitarismo e pensiero magico. E finiremo per farci davvero male - tutti, non solo i romani - se non la capiremo.

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