Ritorno alla Prima Repubblica? Senza partiti è un incubo

La sentenza della Consulta sull’Italicum è la sconfessione di vent'anni di leadership maggioritarie. Si torna al proporzionale, ma senza i partiti il Parlamento finirà nelle mani dei ras locali delle preferenze. Con tanti saluti alla governabilità

Quovado

Lino Banfi e Checco Zalone in una scena tratta dal film “Quo vado?” (2015)

26 Gennaio Gen 2017 0830 26 gennaio 2017 26 Gennaio 2017 - 08:30

Il futuro prima o poi torna, scrive Matteo Renzi nel primo articolo del suo nuovo blog. Ma anche il passato ha una sua persistenza in Italia, e allora ecco qui la sentenza della Corte Costituzionale che archivia in un comunicato di quindici righe i vent'anni della Seconda Repubblica certificando alcuni dati innegabili e molto deprimenti. Il primo è che gli attuali assetti della politica italiana, le attuali leadership, l'attuale Parlamento, gli attuali equilibri, non sono in grado di proporre una riforma elettorale decente e coerente con la Costituzione. La bocciatura dell'asse portante dell'Italicum, cioè il ballottaggio tra i primi due partiti, costituisce al di là del dato tecnico una miserevole figuraccia per tutti quelli che ci avevano messo le mani, apertamente o sottobanco con i molti accordi trasversali e occulti stipulati per mandare in porto la legge. L'Italia, se e quando andrà alle urne, lo farà con norme decise da un organo di garanzia composto per lo più da magistrati. Non era mai successo in settant'anni di storia repubblicana.

Non solo. Per paradosso, le scelte della Corte Costituzionale rovesciano come un calzino le istanze della maggioranza parlamentare: laddove la politica indicava l'obbiettivo di un “governo sicuro” già un minuto dopo il voto, la sentenza cancella il ballottaggio e impone lo schema esattamente opposto. Proporzionale puro (la soglia del 40 per cento prevista per il premio è irraggiungibile per chiunque) e dunque nessun vincitore, nessun governo, nessuno schema finchè il lavorio del Quirinale e quello dei partiti non avranno, dopo il voto, tessuto la tela di una possibile maggioranza. È una sconfessione plateale dello schema leaderistico e decisionista a cui siamo abituati da un ventennio, il quale dopo centinaia di sedute, migliaia di emendamenti, milioni di voti, produce risultati diametralmente opposti alle sue ambizioni. Volevano un capo certo con una maggioranza di ferro, avranno una torta divisa in cento spicchi con una maggioranza tutta da decidere dopo le elezioni.

I Mister Preferenze di tutta Italia hanno l'acquolina in bocca. Sono i “vincisti”, gli specialisti del cambio di casacca, quelli che trasportano i loro pacchetti elettorali da un partito all'altro, da una lista civica all'altra, spesso inseguiti da inchieste sui metodi con cui mantengono le loro vaste clientele, e finora hanno dovuto rassegnarsi ai piani bassi del mercato elettorale

Molti dicono: è un sistema che ha funzionato per mezzo secolo, quando governava la Dc, e il Paese non se l'è poi cavata così male. Sottovalutano un dettaglio non secondario. In quel mondo antico i partiti avevano gerarchie di ferro, regole non eludibili, e una selezione occhiuta delle classi dirigenti. Nessuno di noi può sapere cosa produrrà una legge proporzionale, con doppia preferenza e capilista bloccati, nell'assetto slabbrato dei partiti di oggi, che sono spesso sommatoria di cacicchi locali, di portatori di voti finora tenuti a bada nelle retrovie delle Regionali o dei Comuni. I Mister Preferenze di tutta Italia hanno l'acquolina in bocca. Sono i “vincisti”, gli specialisti del cambio di casacca, quelli che trasportano i loro pacchetti elettorali da un partito all'altro, da una lista civica all'altra, spesso inseguiti da inchieste sui metodi con cui mantengono le loro vaste clientele, e finora hanno dovuto rassegnarsi ai piani bassi del mercato elettorale. Ma adesso è il momento loro. L'ascensore del Consultellum non solo può portarli in Parlamento, ma anche dargli un peso serio nella contrattazione post-elettorale, quando per formare un governo si apriranno tavoli, tavolini, camini e caminetti, e ce ne sarà per tutti.

L'impatto delle preferenze poteva forse essere ammortizzato con una legge che assegnasse un primato certo, e chiaramente riconoscibile, fin dallo scrutinio: insomma, una norma che vincolasse partiti e candidati a uno scenario preciso, o vincitori o vinti. Ma adesso, se come pare la legge elettorale uscita dalla Consulta sarà convalidata con aggiustamenti minimi per uniformarla al Senato, siamo nella terra di nessuno. La campagna elettorale diventerà una gara per milionari del territorio, con posta in palio altissima - non solo un seggio, ma anche la possibilità di entrare nelle dinamiche costitutive del futuro esecutivo – e magari sarà anche possibile che il Consultellum stabilizzi il sistema, aprendo prospettive di Grande Coalizione e tenendo l'opposizione grillina fuori dalla porta, ma siamo sicuri che basti salvarsi a questo giro? E quanto influirà un ulteriore declassamento del corpo parlamentare sugli umori dell'opinione pubblica? Una Camera e un Senato dominati dal tipo di personale politico che abbiamo visto all'opera nelle Regioni o nei grandi Comuni, quanto costeranno alla nostra democrazia nei tempi lunghi?

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