L'uccello (sì, quello) di Gullit

In occasione dell'uscita in Italia del libro del Tulipano Nero, un racconto firmato Valderrama.it di quando Gullit allenava in Cecenia. E avete capito benissimo cosa riguarda

Gullit
27 Gennaio Gen 2017 1054 27 gennaio 2017 27 Gennaio 2017 - 10:54

A metà maggio del 2011 a Groznyj era accaduto un avvenimento molto strano. Ruud Gullit, che si era trasferito in Cecenia per allenare il Terek Groznyj, quel giorno si era svegliato abbastanza presto e aveva sentito odore di panini caldi. Sollevandosi un poco sul letto, vide che sua moglie, Estelle Cruijff, nipote di Johan, una signora abbastanza rispettabile cui piaceva molto bere caffè, sfornava dei panini appena cotti.

“Oggi, Estelle, io non prendo il caffè” disse Gullit “vorrei invece mangiare del pane caldo con la cipolla”. (Ossia, Ruud avrebbe voluto l’uno e l’altro, ma sapeva che era assolutamente impossibile esigere due cose alla volta perché Estelle, in quel periodo, era arrabbiata con lui per i suoi costanti ritorni a notte inoltrata). “Che questo scemo mangi pure il pane; per me è meglio” pensò fra sé la consorte “così resterà una porzione in più di caffè”. E gettò un panino sul tavolo. Per decenza Ruud si mise il frac sopra la camicia e, sedutosi a tavola, prese del sale, preparò due teste di cipolla, impugnò il coltello e, assunta un’espressione ispirata, si accinse a tagliare il pane. Tagliato il pane a metà, gettò un’occhiata nel mezzo e, con suo stupore, vide qualcosa. La sfrugacchiò cautamente con il coltello e la tastò con un dito: “Solido?” disse fra sé “cosa può essere?”. Ficcò dentro le dita e tirò fuori un cazzo.

Ruud si sentì cascare le braccia; cominciò a sfregarsi gli occhi e poi tastò di nuovo: un cazzo, proprio un cazzo! E per giunta, a quel che sembrava, anche in un certo senso conosciuto. Lo spavento si dipinse sulla faccia di Gullit. Ma questo spavento era niente in confronto all’indignazione che s’impadronì di sua moglie. “Dov’è che hai tagliato questo cazzo, brutto imbecille!” si mise a gridare con ira. “Già da tre persone l’avevo sentito dire che, quando esci di notte, ti infili nei locali più malfamati di Groznyj!”.

Ma Gullit era più morto che vivo. S’era accorto che quel cazzo era proprio il suo. “Fermati, Estelle! L’avvolgerò in un cencio e lo metterò in un angolo; ora stia là, poi lo porterò via”. “Non voglio neanche sentirne parlare! Che io permetta a un cazzo mozzato di restare con me nella stanza? Non sai fare altro che tirare calci a un pallone! Fuori di qui! Fuori! Portalo dove ti pare! Che non ne senta nemmeno l’odore!”. Gullit stava lì come un morto. Pensava, pensava e non sapeva che cosa pensare.

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