Cingolani: «Ecco perché i robot salveranno l’umanità»

Miti, leggende e paure sulla robotica, secondo il direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, avanguardia mondiale del settore: «Gli umanoidi, e non solo, entreranno molto presto nelle nostre vite. Rivoluzione? No, ma dovremo imparare a convivere con loro»

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28 Gennaio Gen 2017 0830 28 gennaio 2017 28 Gennaio 2017 - 08:30
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«Non siamo in un film di fantascienza. Robot deriva da una parola slava, rabota, che significa aiuto, servitù. Parlare di robotica vuol dire parlare di tutto ciò che ci aiuta, in quanto uomini. Ed è un discorso molto più ampio e complesso di quanto pensiamo sia. E di come lo affrontiamo ora». Parola di Roberto Cingolani, fisico «prestato alla robotica», direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, uno dei due o tre centri più importanti al mondo nell’ambito delle intelligenze e dei corpi artificiali. Uno dei pochi che può spiegare, con cognizione di causa, che cosa vuol dire e che impatto avrà per l’umanità vivere insieme ai robot (ci ha già scritto un libro, per altro, intitolato “Umani e Umanoidi” (Il Mulino, 2015) insieme al suo vice Giorgio Metta). Uno che è ragionevolmente ottimista - il titolo non mente - ma è comunque conscio che non sarà semplice, «ci vorranno regole» e «che bisognerà cambiare il nostro modo di vivere e di apprendere».

Professor Cingolani, perdoni noi profani: di cosa parliamo quando parliamo di robot?
La robotica è un ambito molto più ampio di quanto uno possa pensare. Se uno pensa a robotica, di solito pensa all’automazione industriale, a industria 4.0. Un robot però può essere anche altro. Un esoscheletro che aiuta una persona a camminare. O un sistema a controllo remoto che aiuta a compiere operazioni chirurgiche senza aprire cassa toracica. Poi ovviamente ci sono anche i robot umanoidi, quelli che nei film di fantascienza si innamorano, finiscono per provare sentimenti umani, per assomigliarci fino a confondersi a noi. E questa cosa ci inquieta al punto tale che è diventata un genere letterario.

Forse perché hanno una forma umanoide…
Non potrebbe essere altrimenti. Se un robot deve cucinare per noi e guidare per noi, dovrà avere dita per i nostri pulsanti, e piedi per i pedali delle nostre auto. È un mondo antropomorfo e quindi anche l’aiuto dev’essere tale. Ma potrebbe anche essere un aiuto a quattro zampe o un robot-pianta. Dipende dall'uso.

A cosa serve un robot-pianta?
Ad esempio, un robot in cui la componente robotica è rappresentata da radici intelligenti. Potrebbe arrivare su un pianeta e, con quelle radici robotica, fare analisi del terreno. Questo è l’approccio alla robotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia, del resto. È grazie a questo approccio che siamo diventati uno dei due o tre centri di robotica più importanti al mondo.

Come lo definirebbe, il vostro approccio?
Cos’ha fatto l’evoluzione, in fondo? Ha creato dei nessi sempre più forti tra mente e corpo. Tanto era più forte il nesso, quanto era più forte l’evoluzione. Fino ad arrivare all’uomo, dove i nessi tra mente e corpo sono fortissimi. Noi aiutiamo a sviluppare ulteriormente quei nessi: dall’anticorpo artificiale che trasporta sostanze chemioterapiche, ai robot plantoidi, agli insettoidi che impollinano il terreno come le api, agli animaloidi, sino all’umanoide, in tutte le sue declinazioni.

Quali declinazioni?
Segretarie o badanti che interagiscono con l’uomo, ad esempio. O esoscheletri tipo Avatar, che ne imitano i movimenti dandogli più forza, ad esempio, e che possono essere di fondamentale aiuto nelle terapie di riabilitazione. DI fatto con i robot replichi ciò che ha consentito all’uomo di vivere nell’ecosistema.

Un ecosistema in cui però oggi c’è anche l’uomo…
L’interazione tra uomo e macchina e un tema fondamentale. Noi dobbiamo occuparci di come il vecchietto interagisce con la sua badante robotica, per semplificare. Non può essere una relazione standard per ogni tipo di persona o di cultura. Il robot dovrà apprendere come relazionarsi al meglio.

Sono temi enormi con mille declinazione. Eppure lei sostiene che non sarà una rivoluzione culturale, ma una semplice transizione incrementale. In altre parole, che cambierà poco quando i robot invaderanno il mondo…
Sarà un effetto telefonino.

In che senso?
Negli ultimi vent’anni siamo passati da una valigetta col cavo a molla a smartphone che fanno milioni di operazioni al secondo. Questa cosa è cresciuta molto rapidamente e ci ha abituato ad avere un assistente digitale personale. Il robot non è che un telefonino che si muove. Banalizzando: avremo un “telefonone” che ci guida, ci parla e avrà una forte interazione con noi, che potrà guidare la nostra auto, farci compagnia.

Quando?
Molto presto. Abbiamo già oggi dei robot in plastica il cui costo di prototipo è pari a circa 20mila euro. Quando andrà in produzione costerà come un buon televisore al plasma. Siamo davvero a pochi passi dal mercato di massa.

Abbiamo già oggi dei robot in plastica il cui costo di prototipo è pari a circa 20mila euro. Quando andrà in produzione costerà come un buon televisore al plasma. Siamo davvero a pochi passi dal mercato di massa

Roberto Cingolani

A differenza di un televisore al plasma, però, questi robot avranno il nostro aspetto. Un volto, degli occhi, un sorriso. Davvero crede che nessuno finirà per affezionarsi a loro, ad innamorarsi di loro. Sarà la prima volta nella nostra storia, in fondo, che avremo a che fare con degli umanoidi…
È un argomento molto delicato. La sembianza antropomorfa per noi umani è molto evocativa. Sicuramente ci sarà la carica empatica di avere un oggetto che ci osserva, ci parla, ci ascolta. Ma già oggi, la gente piange quando vende la macchina. E già oggi è convinta, grazie agli smartphone, di essere in compagnia di milioni di persone, mentre in realtà è sola con una mattonella di plastica in mano. Sono cambiamenti culturali importanti. E vanno in direzioni che oggi non riusciamo nemmeno a prendere in considerazione.

Ad esempio?
Già adesso i nostri robot decidono piccole cose semplici. Nel momento in cui decidono, in cui lasciamo che decidono, diamo loro la capacità di intendere e di volere. E se sbagliano a scegliere? Se provocano un disastro? Cosa si fa? Non puoi mettere in galera il robot. Che fai? Incarceri il programmatore? Il proprietario?

Che si fa?
C’è un codice della strada. Ci sarà un codice della robotica.

Facile a dirsi…
Difficilissimo a farsi. Perché sono tecnologie che evolvono più rapidamente della cultura dell’uomo, mentre il nuovo umanesimo deve andare di pari passo con la tecnologia. È come quello che sta succedendo con le fake news oggi, coi nostri tentativi di dare delle regole a internet.

Parla di nuovo umanesimo. Cosa intende precisamente?
Forse sarebbe meglio dire cosa non intendo. Io non abdico alle mie componenti artistiche, atletiche, sessuale. È quel che ha che fare con la biochimica della vita. Che in Silicon Valley possono dir quel che vogliono sul transumanesimo, ma la vità non c'è, nelle macchine, e non ci sarà mai.

Come fa a esserne così certo?
I grandi artisti scrivevano poesie sull’onda di tempeste ormonali. Nelle macchine non ci sono ormoni, non c’è biochimica. Sono un insieme di circuiti e bulloni, non serve. Un robot può fare un passo, ma può solo simulare un’emozione. Altro sarebbe se decidessimo di farci aiutare da dei cloni umani. Lì i dilemmi etici sarebbero enormi.

Però un robot può togliere lavoro alle persone, dicono in molti…
Premetto che sono assolutamente sensibile al problema e non sono un oltranzista che difenderebbe le macchine a spada tratta, se ciò accadesse.

Però...
Però bisogna essere equidistanti e non ideologici. Anche quando furono fatti i primi treni nelle campagne inglese, si parlava di distruzione del lavoro. In realtà ogni tecnologia cancella lavori desueti e li rimpiazza con lavori ad alta qualificazione. Il problema è che non puoi chiedere al contadino o la badante sostituita dai robot di andare a programmarli. Se conti quanti sono i ragazzi che vivono facendo app sono molti di più di quelli che hanno perso il lavoro come taxisti. Il problema è che il tassista non riesce più a ricollocarsi, dopo aver perso il lavoro. Questo è un problema sociale.

Che riguarda i più deboli, per altro…
Le rivoluzioni tecnologiche sono sempre un problema, per le classi più deboli. E, spiace dirlo, lo saranno in modo sempre più distruttivo, perché la tecnologia va sempre più veloce e non abbiamo tempo per adattarci. Per questo dico che la scuola dovrebbe insegnarci a essere più flessibili e adattabili. Domani sarà necessario esserlo, ma la nostra preparazione scolastica è simile a quella di trent’anni fa. Non è così che ci si prepara adeguatamente al futuro.

I grandi artisti scrivevano poesie sull’onda di tempeste ormonali. Nelle macchine non ci sono ormoni, non c’è biochimica. Un robot può fare un passo, ma può solo simulare un’emozione

Qualcuno però dice che qui non si sostituisce un bel nulla. Che qui, per la prima volta, i lavori si perdono e basta. Tutto quel che facevano gli umani, presto lo faranno i robot, dicono…
Faccio qualche esempio. I nostri robot passano le giornate a imparare: a scrivere, a riconoscere oggetti. Questi robot hanno degli insegnanti. Ecco un nuovo lavoro. Quando poi comprerai il robot lavorerà 20 ore al giorno, un ritmo tale che ogni due mesi ti toccherebbe portarlo in assistenza. Non sarà possibile, quindi l’assistenza sarà in remoto. Ecco un altro lavoro. Ma c’è di più, in realtà.

Cosa?
Dobbiamo prepararci al fatto che il pianeta, in maniera termodinamica, si deve riequilibrare. Dobbiamo cambiare modello di sviluppo, per non estinguerci. E i robot possono aiutarci a farlo…

In che modo?
La tecnologia è l’unica soluzione. Faccio un esempio. Oggi per produrre le cose è necessaria un enorme quantità d’acqua potabile, una delle più scarse risorse che abbiamo. Se attraverso il lavoro dei robot si riuscisse a diminuire drasticamente la quantità di acqua necessaria a produrre le cose - i robot non bevono - si potrebbe far durare di più una risorsa fondamentale per mantenere in vita la specie umana. Questo sarebbe un modello di sviluppo da homo sapiens. Non quello attuale.

Con un po’ di disoccupati in più…
Con un po' di occupazione in meno, che non è detto sia un male. Se grazie ai robot si riuscisse a lavorare 20 ore a settimana, mantenendo la produzione costante avremmo 18 ore in più alla settimana per stare coi nostri figli, ad esempio. La robotica può diventare un servizio sociale al mondo. Aiutandoci a lavorare, può aiutare la redistribuzione delle risorse, può rendere sostenibile il pianeta. Può farci vivere meglio.

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