“Ho indossato il burqa e mi è piaciuto”: lo strano caso delle donne occidentali che ripudiano la libertà

Dal caso di Ylenia, che difende il fidanzato che voleva darle fuoco, all’elogio del burqa della scrittrice Flavia Piccini. Piccolo viaggio alle radici del controverso rapporto tra donne e libertà. Nella settimana in cui, in tre milioni, hanno sfilato contro Donald Trump

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28 Gennaio Gen 2017 0830 28 gennaio 2017 28 Gennaio 2017 - 08:30

La mortificazione è attraente. Calamitante. Esperienza estetica ed estatica, mezzo mistico, perversione. Di ciascuna delle declinazioni in cui si è dispiegato il mortificarsi, la storia umana offre una cronaca vasta.

Tuttavia, è rara e residuale la riflessione sul bisogno di rispondere, attraverso la mortificazione di sé, all’autonoma disposizione del proprio corpo, al clamore, alla frenesia, all’edonismo accanito (gli eccessi in cui, vagolando tra senso di colpa e rivendicazioni liberali, l’Occidente rotola e rantola).

Eppure, quel bisogno non manca di essere espresso o di trovarsi testimoniato, di recente, in particolare dalle donne. Nella molto variegata discussione sul femminicidio non ve n’è traccia: lo si archivia come un comportamento deviato da un qualche trauma pregresso. Pensiamo alle reazioni, tra lo sdegno e la commiserazione, che ha suscitato nell’opinione pubblica il caso di Ylenia Bonavera, la ventiduenne siciliana che ha subito un’aggressione omicida da parte del suo fidanzato e, pur dinanzi all’evidenza delle prove, ha continuato a difenderne l’innocenza.

La commiserazione che le abbiamo abbonato era per la sua (ai nostri occhi) follia e lo sdegno per il fattore culturale che abbiamo creduto di intravedervi. Aldo Cazzullo, nella prima pagina del suo ultimo libro, Donne che erediteranno la terra (Mondadori, 2016) scrive che la sopraffazione perpetrata sulle donne dagli uomini si è avvalsa spesso del generoso contributo femminile. La condizione di subalternità è durata così a lungo, per le donne, che ha finito col caratterizzarle psicologicamente o sono naturalmente predisposte alla sindrome di Stoccolma? “Ylenia è vittima di uno stato di fragilità emotiva che la vede tuttora fortemente legata al suo aggressore”, ha dichiarato il questore Giuseppe Cucchiara.

Ho indossato il burqa e mi è piaciuto” è il titolo dell’ultimo post sul blog sull’Huffington Post di Flavia Piccini, scrittrice, che ha raccontato di essersi ritrovata a comprare un burqa, a Kuwait City, poiché vestiva all’occidentale avendo “dimenticato le direttive arabe” e, sentendosi addosso sguardi di deprecazione (“gli arabi non amano le mezze misure”, ha scritto), è così corsa ai ripari. Dopo aver descritto una sorta di progressiva liberazione che ha avvertito indossando quell’enorme sacco (niente abbinamenti da rispettare, nessun difetto da mimetizzare, nessuna forma da valorizzare), Piccinni conclude che “guardandomi allo specchio, non ritrovando il mio viso, ma solo una nuvola nera, mi sono domandata se non sia forse questa una lezione che dobbiamo prendere dal mondo arabo: annullare la necessaria ossessione per l’immagine che tutte abbiamo. Imparare a concentrarci su noi stessi e non sull’abito che abbiamo”.

Si è scatenato un prevedibile polverone, a seguito del quale Piccinni ha più volte specificato, sul suo profilo facebook, che la sua era “solo” una provocazione. In molti le hanno rimproverato una innegabile generalizzazione sul mondo arabo. Marina Calculli, studiosa di relazioni internazionali del Medio Oriente, attualmente assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale e associate research fellow presso il Middle East Centre del St. Antony’s College dell’Università di Oxford, spiega a Linkiesta innanzitutto che «l’abito tradizionale in uso in Kuwait è l’abaya, non il burqa. E che non esistono “direttive arabe” circa il modo in cui una donna debba vestirsi. Esistono diversi “veli” che hanno a che fare piuttosto con l’Islam (non tutti gli arabi sono musulmani) e sono molte le donne musulmane, nel mondo arabo e islamico, a non portarlo», sottolineando soprattutto che «la copertura del corpo femminile non è meramente un fatto culturale, ma piuttosto un processo politico che ha imposto gradualmente una visione particolarmente ortodossa dell’Islam: il velo, in questo senso, è un mero strumento di dominazione della società attraverso l’uso – anzi l’abuso – della religione. Non a caso, il velo è un tema di lotta delle femministe arabe, da Salwa Salim a Fatima Mernissi».

Dopo questa doverosa specificazione, su cui gli esperti del mondo arabo sono sempre concordi tutte le (numerose) volte in cui la questione del velo e del burqa viene sollevata (a quanto pare invano), Calculli inquadra il problema dall’altra parte, la nostra, quella occidentale: «Piccinni ammicca a una pratica oppressiva e patriarcale come il velo, non comprendendone affatto il significato culturale e soprattutto politico. Pare piuttosto che lei subisca meramente il fascino “esotico” del velo (che peraltro dubito possa sopravvivere alla prima ora di euforia), cadendo in un orientalismo manieristico e imbarazzante».

Per “orientalismo”, Calculli intende «la tendenza a concepire l’Oriente secondo stereotipi sull’Oriente». La questione, allora, è interessante non tanto in quanto esemplificazione del rapporto insano, semplificato e pregiudiziale che intratteniamo con il mondo arabo e islamico, né tanto meno come ulteriore tassello da aggiungere all’insoluto, insolubile dilemma sul velo come scelta. In entrambi i sensi, infatti, la provocazione della Piccinni, se davvero di provocazione si è trattato, è stata goffa, imprudente e fallimentare. Poiché, invece, esiste una terza via e cioè, come suggerito da Calculli, una fascinazione, corre obbligo di domandarsi se quel “fascino esotico per il velo”, tutto occidentale, non abbia a che fare con il bisogno di mortificazione di sé che per Ylenia abbiamo ritenuto fosse il tracciato di un habitat e di una emotività fragile.

La condizione di subalternità è durata così a lungo, per le donne, che ha finito col caratterizzarle psicologicamente o sono naturalmente predisposte alla sindrome di Stoccolma?

Il mondo si è fatto davvero così inospitale per le donne, da richiedere un ritiro segreto e violento per ascendere all’autenticità di loro stesse e riappropriarsene? Il nostro mondo con tre milioni di signore che scendono in piazza per dire che non gradiscono un presidente democraticamente eletto. La nostra terra che Cazzullo prevede ormai prossima a un cambio di timone tutto a carico delle donne. I nostri governi dove, più o meno timidamente, si tenta di assicurare l’accesso femminile al lavoro, in tutte le sue forme. La nostra letteratura e il nostro cinema, dove le storie delle donne hanno cominciato da un po’ a non essere più solo storie di riscatto e vendetta, ma integrazione, conquista, equilibrio, pacificazione (viene in mente, in linea con il tema del farsi male per purificarsi, “Il primo amore” di Matteo Garrone, la cui protagonista, dopo aver accettato di privarsi del cibo per compiacere il suo uomo, riesce a liberarsi di lui). La nostra televisione che bandisce le miss. Le Barbie cicciottelle. Le principesse guerriere. Tutto questo è davvero solo performance ipocrita tanto da rendere l’aria irrespirabile e preferire soffocarsi?

O l’inospitalità va rintracciata da un’altra parte? È il mondo a essere ostile o le donne a essere ostili al mondo? È la libertà a essere refrattaria alle donne o le donne a essere refrattarie alla libertà tanto da volerla mortificare, mortificandosi? Se davvero la manifestazione delle donne contro Trump è stata, come molti giornali hanno scritto, l’inizio di un nuovo movimento per i diritti femminili e se questo movimento avrà, come in passato, un percorso dentro l’autocoscienza (sarebbe assai auspicabile), dovrà fare i conti con questo tabù che, inavvertitamente, Flavia Piccinni ha scoperchiato o dobbiamo sperare che non si tratti di tabù, bensì del tic, innegabilmente chic, che fa di un privilegio, prima o poi, una noiosa certezza di cui volersi sbarazzare?

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