Non capite Charlie Hebdo perché conoscete solo la satira bigotta

Figlia di un Paese dominato dal familismo amorale, la nostra satira non potrà mai essere sanamente nichilista. La vetta irraggiungibile della garbata inoffensività sono le vignette di Giannelli sul Corriere. Ma anche a sinistra Sergio Staino, Ellekappa e perfino Makkox non pungono

Charlie Hebdo 2017

(ERIC FEFERBERG/AFP/Getty Images)

28 Gennaio Gen 2017 0830 28 gennaio 2017 28 Gennaio 2017 - 08:30

La satira? Un paese come il nostro, dominato dal familismo (più o meno amorale, poco importa), non potrà mai dotarsi di una vera satira corposamente nichilista, dunque in grado di non fare sconti di pena a nessuno, neppure allo zoppetto, e sarà dunque perfino incapace a comprendere quella altrui, soprattutto se si tratta di una satira - l’Altra - votata a far tabula rasa d’ogni altare, d’ogni tinello, d’ogni spogliatoio di stadio, perfino di un centro commerciale. Un maestro della satira assoluta, il francese Georges Wolinski, ebreo ateo e (già) comunista, per esempio, due anni prima di morire nella strage di “Charlie Hebdo” ci diceva con convinzione assoluta, certo delle conquiste acquisite dopo le barricate del maggio 1968: «Noi, qui in Francia, non crediamo alle menzogne della religione». Quanto basta per ritenere che non ci si può far schiacciare da un’idea di divino venuta al mondo nel tempo in cui gli uomini si accoppiavano con le capre, vorrà pur dir qualcosa se il progresso e la modernità ci hanno fatto dono delle capre gonfiabili, o no? Gli islamisti, storia ormai nota, non hanno preso affatto bene una simile laica disinvoltura. Alle spalle delle sua scrivania, la prima pagina de “l’Aurore”, il “J’accuse…!” di Zola in difesa di Dreyfus. Povero Wolinski, felice erotomane.

D’altronde, basterebbe sfogliare le annate di CH per comprendere il sentimento laico e insieme estraneo a qualsivoglia conformismo che consente di non avere remore neppure di fronte alla morte del padre della Patria, pensiamo qui al modo in cui a CH accolsero la scomparsa del generale De Gaulle: “Ballo tragico a Colombey! 1 morto”. Ne seguì il sequestro e la chiusura immediati del giornale! Eppure da allora nulla fu come prima, la satira vinse la sua battaglia di libertà: sì, esatto: si può ridere anche dei morti, perfino sugli handicappati. Quando, per esempio, sempre lui, Wolinski, scelse di iscriversi al Partito comunista francese, il giornale, parafrasando e soprattutto ribaltando il titolo un suo libro, titolò in prima pagina: “Wolinski ha deciso di morire idiota”. Per non parlare del rotocalco fiancheggiatore di “Charlie”, ossia “Hara Kiri”, su tutte svetta la copertina dove, ribaltando la retorica femminista, c’era modo di scorgere una donna al guinzaglio del suo accompagnatore maschio che orinava a quattro zampe sotto il marciapiede: “Le donne sono cagne! Insegniamo loro a fare pipì nel canale di scolo”. Immagino già, più che l’indignazione, l’opinione stupita, nonostante si ironizzi sulle non proprio amate femministe, dei nostri vicini: e questa sarebbe satira? Ma non è forse vero, come insegnava lo stesso Honoré Daumier, lui, padre patrono della satira, che disegnava i giudici ora arcigni ora ottusi dei tribunali di Francia nell’Ottocento, che il suo obiettivo dovrebbe inquadrare i potenti, lasciando da parte i più deboli, le vittime?

La satira italiana è organica o del tutto inoffensiva. La vetta inarrivabile è quella del vignettista del Corriere Giannelli, le cui vignette sono degne della “Pravda” del grigiore brezneviano

In Italia, per esempio, questo assunto è stato assimilato così bene da avere generato una satira organica o del tutto inoffensiva. Tra catto-comunismo e buon senso piccolo borghese, incapace di andare oltre l’ironia sul difetto fisico dell’onorevole “forchettone”, e sai che sforzo! Escludendo per pudore e rispetto del sarcasmo stesso il vignettista del quotidiano della borghesia lombarda, Giannelli, le cui vignette son degne dell’insignificanza degna della “Pravda” del grigiore brezneviano, ossia un’auto parcheggiata sotto la Torre di Pisa. E vorresti pure che ridessi? Anche a sinistra negli ultimi decenni non c’è che dire a proposito di satira “organica”, ancor più che fiancheggiatrice, penso a Sergio Staino con quel suo consolatorio Bobo destinato a un ormai dissolto popolo delle sezioni, penso ad ElleKappa i cui testi sono degni di un probiviro del Pci-Pds-Ds-PD; al punto che si fa davvero fatica a non immaginarli come impeccabili funzionari di partito. E perfino Makkox, l’albertomanzi al pennarello ufficiale di Zoro, sulla tragedia di Rigopiano ha mantenuto un piano quaresimale, con tanto di retorica sui “soccorritori eroici”.

Mi direte: però c’è stato anche “Il Male”, dove Giuliano ci faceva dono dei monologhi di un Cristo in croce scazzato anziché no, e di Tanino Liberatore che ironizzava su un Wojtyla colpito dalla lebbra durante il suo viaggio in Africa: “Io detto a bambino negro: tu no toccare papa, lui voluto toccare papa, ed ecco frittata!” Convincente, ma la memoria non può non fare ritorno ancora una volta a un’altra firma-martire di CH, Cabu, cui dobbiamo il personaggio del cognato fascistoide e ottuso, “Mon boeuf”, già poujadista poi lepenista, lo stesso che, commentando la notizia della morte del dittatore spagnolo Franco nel 1975, rassicurava se stesso: “Me ne fotto, si vede che andrò in vacanza in Cile”. Mi direte: e con ciò? Volete scherzare? Massacrare in effigie il cognato significa soprattutto porsi fuori dalla difesa implicita del familismo, e questo al di là del fatto che chiunque possa detestare a torto o a ragione i propri parenti acquisiti, immaginandoli non proprio consanguinei in canottiera mentre maledicono governo nel corso del tempo: eccolo il cognato nel 1974 con doberman, eccolo nel 1994 con il codino…

Anche a sinistra negli ultimi decenni non c’è che dire a proposito di satira “organica”, ancor più che fiancheggiatrice: è quella di Sergio Staino, di ElleKappa e perfino di Makkox

A proposito di codino, che dire dello sdegno di Fiorello per la vignetta dedicata alla valanga che ha determinato la strage dell’hotel Rigopiano? Corrisponde all’idea, anzi, all’opinione diffusa assai “turistica” che i “cugini” d’Oltralpe sarebbero in sostanza degli autentici “pezzi di merda” (cit.), e questo perché, “stronzi quali sono”, farebbero bene a occuparsi dei fatti loro, non dimenticate che Mussolini a pochi giorni dalla dichiarazione di guerra dichiarò che “noi desideriamo che non si parli più di fratellanza, di sorellanza, di cuginanza e di altrettali parentele bastarde.” Morale prosaica che serve tuttavia a semplificare e rendere alla portata di tutti il succo amaro del nostro discorso: “…vuoi mettere con quella volta che a Versailles ci fecero pagare una Orangina 10 franchi?” O ancora: “Non ti dimenticare della testata di Zidane al nostro Materazzi!” O per finire: “E poi ci guardano dall’alto in basso, a Parigi il cane lupo, in un bistrot, mi stava dando quasi un morso, e poi, cazzo!, restituiscano la Gioconda, bastardi!”.

Combustibile antropologico di un subcultura sufficiente affinché l’odio che comunque serpeggia verso i nostri stessi consanguinei dentro ciascuno di noi, d’improvviso svanisca, anzi, si reifichi in amor di bandiera, di maglia, di calzettone, di filo di frizione, di libretto di manutenzione del folletto, di bandierone da “mundialito”, e dunque non si tocca il sangue del nostro sangue, giù le mani dai nervi dei nostri nervi, è il grande lucchetto del familismo sta lì a serrare ogni laicità ogni dialettica dentro il baule dell’orgoglio nazionale, d’altronde un popolo si riconosce dal modo in cui occupa la strada con la propria automobile, facciamo una Ritmo: gli italiani? Ritengono che ogni corsia gli appartenga, per spirito ancora una volta familistico, direbbe il romano: “Ce stamo io e mi fijo che annamo a trovà zi’ Ulisse, e tu vattela pija ‘der culo!” Basta osservare il catasto quotidiano delle offese in nome dell’orgoglio trafitto per comprendere che la libera satira in Italia non sa andare oltre le rimostranze per gli arretrati mai giunti; salvo poi alla fine sfogarsi con i dirimpettai sgozzandoli per un parcheggio usurpato. D’altronde, se il nuovo che avanza crede a rettiliani e microchip sottopelle hai voglia di aspettare che risorga l’incendiario.

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