La Francia investe in startup quindici volte noi: impariamo da loro, e facciamolo in fretta

A Parigi aprirà l’incubatore più grande del mondo, in partnership con Facebook. E i cugini transalpini investono in startup quindici volte quel che investiamo noi

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30 Gennaio Gen 2017 1510 30 gennaio 2017 30 Gennaio 2017 - 15:10
Osservatorio Non Food 2017

L’ultima notizia arriva dalla Francia ed è piuttosto clamorosa: Facebook, insieme al miliardario-visionario Xavier Niel - leggete chi è, ne sentirete parlare ancora - aprirà a Parigi l’incubatore d’impresa più grande del mondo. Si chiamerà Station F e ospiterà un migliaio di startup, un auditorium, ristoranti aperti 24 ore su 24 e un laboratorio di stampa 3d. Soprattutto, Facebook avvierà in Station F uno spazio battezzato Startup Garage che offrirà un’ottantina di postazioni e spazi di lavoro per 10-15 startup indipendenti, specializzate nella data economy.

Non è una meteora, peraltro. Nel 2016 la Francia è diventata il terzo hub tecnologico europeo per numero di startup e investimenti, battendo ogni suo record precedente. Non male, nell’anno in cui mezza Europa si scanna per scippare a Londra lo scettro di capitale europea delle startup, dopo la Brexit. Per la cronaca: la Francia è il Paese europeo in cui ci si mette meno a creare una startup (4 giorni e mezzo) e anche uno di quelli in cui costa meno. E pure un Paese di quelli con più incentivi finanziari ed esenzioni fiscali, già che ci siamo. Insomma, è un’ecosistema che ci ha creduto e che sta raccogliendo i frutti dei suoi investimenti. Tanto per dire: in Francia nel 2016 sono stati investiti 2,7 miliardi nella creazione di nuove imprese contro i 170 milioni investiti in Italia. Quindici volte noi.

Fosse solo quello. Soprattutto, fosse solo la Francia. Perché possiamo raccontarci quello che vogliamo, primo fra tutti che l’Europa non sia un continente a misura di startup. Cosa che è in parte è vera, ma che il futuro prossimo potrebbe incaricarsi di smentire clamorosamente. Nella classifica redatta da Richard Madison, Marketing Executive per la Brighton School of Business and Management, tra i dieci posti migliori per far partire oggi una startup. Su dieci Paesi, quattro sono in Europa: in questa classifica compaiono Paesi europei come la Bulgaria e la Polonia e realtà a noi limitrofe come Tunisia ed Egitto.

In Francia nel 2016 sono stati investiti 2,7 miliardi nella creazione di nuove imprese contro i 170 milioni investiti in Italia. E a Parigi Facebook, insieme al miliardario-visionario Xavier Niel aprirà a Parigi l’incubatore d’impresa più grande del mondo

Beninteso: si tratta di Paesi in cui ci vorrà ancora qualche anno prima di cogliere i frutti dell’investimento. Ma sono comunque Paesi che stanno investendo. E in cui gli oneri sono molto spesso figli di accordi tra lo Stato e grandi corporation come Google, Microsoft, Oracle, Ericsson. Che generano e diffondono competenze, idee, posti di lavoro, indotto. E che rappresentano, se non un futuro radioso, perlomeno un futuro possibile.

Anche da noi è stato fatto parecchio, va detto. Senza andare troppo indietro nel tempo, nell’ultima legge di stabilità, attraverso il piano Industria 4.0, ci sono l’esonero dell’imposta di bollo per le nuove imprese che si costituiscono, gli incentivi per investimenti in startup e Pmi innalzati sino al 30 per cento, passando per il rinnovo degli strumenti di super ammortamento e l’introduzione dell’iper ammortamento per beni strumentali.

Quel che manca, insomma, non sono gli strumenti, semmai gli attori. Un esempio su tutti: l’investimento in start up viene normalmente fatto dai venture capital, investitori pronti a farsi carico di una dose di rischio in cambio di più alti ritorni. È quella, tra le tante, l’industria da sviluppare. Ed è lì, nello sviluppo di un mercato finanziario liquido a supporto delle start up, che è necessario agire. Bisogna intervenire prima che il gap diventi incolmabile. Solo un Paese che creda davvero che la startup economy non sia un giochino per non far annoiare i nostri giovani disoccupati, può teletrasportare la nostra economia - grandi industrie e pmi manifatturiere e di servizio, persino la nostra pubblica amministrazione - in un nuovo scenario. Se c’è un momento per provarci ancora più forte, è questo.

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