Abbassare le tasse: si può, si deve ed è l’unica cosa che può farci ripartire

Secondo il Fondo Monetario, l’Italia non può permettersi di ridurre il carico fiscale. In realtà potremmo, se solo avessimo voglia di cambiare faccia allo Stato attraverso le nuove tecnologie. È possibile e potrebbe davvero farci volare come mai prima. Perché non provarci?

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31 Gennaio Gen 2017 1026 31 gennaio 2017 31 Gennaio 2017 - 10:26
WebSim News

«L’Italia è il tipico esempio di Paese con un alto rapporto tra Pil e debito pubblico: una nazione che ha poco o niente spazio fiscale». Così parlò il Fondo Monetario Internazionale, in giorni in cui l’Unione Europea ci chiede un aggiustamento dei saldi di bilancio di 3,4 miliardi, a pochi mesi dalla nuova, eterna manovra per disinnescare le clausole di salvaguardia, prima fra tutte l’aumento dell’Iva. Parlare di un taglio delle tasse, insomma, come ha fatto Renzi nell’ultimo post sul suo neonato blog, sembra una boutade elettorale. Eppure lo spazio ci sarebbe, checché ne dica Christine Lagarde. Ed è uno spazio molto maggiore di quello che pensiamo. Ed è l’unica via possibile per dare una spinta al circolo virtuoso necessario per far ripartire l’Italia.

Per trovarlo, tuttavia, serve un bel po’ di ambizione. Bisogna innanzitutto partire dal grande, multiplo aborto di questi ultimi anni. Quella spending review che è dal 2011 che aleggia a mo’ di speranza e di spauracchio. E che ha bruciato, da allora, cinque commissari come Giarda, Grillo, Bondi, Cottarelli e Perotti, chiamati a Palazzo Chigi con l’obiettivo di portarla a casa. Ribadiamo un concetto mai abbastanza ribadito. Spending review è diversa da semplice riduzione della spesa. Non tagli orizzontali, quindi, ma ricostruzione radicale dei processi di funzionamento dello Stato. Tradotto: non si taglia un dito a ciascuna mano e ciascun piede, ma eventualmente, si cura il dito rotto o si amputa quello in cancrena.

Ecco: secondo Piero Giarda, uno che conosce il bilancio dello Stato così come un ultras conosce l’undici titolare della sua squadra del cuore, la spesa pubblica potenzialmente aggredibile sarebbe pari a circa 100 miliardi di euro. Carlo Cottarelli, invece, prevedeva un piano di tagli pari a 32 miliardi in tre anni.

Basterebbe questo, in un mondo analogico. La rivoluzione digitale apre spazi finora impensati per la revisione della spesa. Del resto: se la radicale riduzione dei costi che discende dallo sviluppo esponenziale delle capacità di calcolo dei microprocessori vale per qualunque cosa, dalla sintesi di una proteina alla mappatura del Dna, dai robot umanoidi al finanza, perché non dovrebbe valere per la pubblica amministrazione?

Un studio dell’Osservatorio Fatturazione elettronica e dematerializzazione del Politecnico di Milano del 2013 sostiene che una compiuta dematerializzazione della pubblica amministrazione - tradotto: archivi online, fatture elettroniche, modulistica digitale, sinergie tra le banche dati - consentirebbe di ottenere risparmi pari a 43 miliardi all’anno: 4 di risparmi dagli approvvigionamenti, 15 per i risparmi legati alla produttivitià del personale pubblico, 24 da i costi di relazione tra Pa e imprese grazie allo snellimento della burocrazia. Con uno come Diego Piacentini a disposizione del Paese, è una rivoluzione che avrebbe anche un leader sufficientemente competente carismatico e autorevole per portarla a termine.

Sono tutte riduzioni di costi che - a differenza dei tagli orizzontali - migliorerebbero di gran lunga i servizi anziché peggiorarli. Che renderebbero più facile la vita dei nostri imprenditori. E che renderebbero più attrattivo il Belpaese per gli investimenti esteri, da un flusso annuo inferiore all’uno per cento del Pil a un flusso pari al 4,5 per cento - questa è la media europea - cosa che significherebbe l’ingresso in Italia di 50 o 60 miliardi di euro ogni anno, accompagnati da piani industriali degni di essere chiamati tali.

Sogniamo un po’ e immaginiamo che il combinato disposto di un piano di revisione della spesa tradizionale e di un piano di riduzione digitale porti a un risparmio - non immediato, certo - di una quarantina di miliardi complessivi. Quei quaranta miliardi potrebbero essere usati per attuare - alla faccia della Lagarde - uno shock fiscale come mai se ne sono visti in questo Paese

Non solo. Sogniamo un po’ e immaginiamo che il combinato disposto di un piano di revisione della spesa tradizionale e di un piano di riduzione digitale porti a un risparmio - non immediato, certo - di una quarantina di miliardi complessivi. Quei quaranta miliardi potrebbero essere usati per attuare - alla faccia della Lagarde - uno shock fiscale come mai se ne sono visti in questo Paese. Parliamo, tanto per dare qualche numero, di poco meno del 10% del gettito del 2016.

Ecco: immaginate cosa potrebbe voler dire una riduzione del 10% dell’imposizione fiscale in termini di consumi, investimenti, fiducia. Una riduzione, peraltro, trainata dalla rivoluzione digitale del nostro pachidermico apparato burocraitco. Gli effetti sul Pil sarebbero sufficienti a ridurre il rapporto deficit/Pil e magari potrebbero permetterci pure di abbattere un pezzettino dello stock di debito pubblico. Lo spread calerebbe, i capitali tornerebbero da dove erano scappati, magari pure qualche cervello e qualche centro di ricerca e sviluppo. L’Italia tornerebbe a essere un posto interessante dove fare impresa. Soprattutto, cambierebbe nel giro di poco tempo, la propria immagine sullo scenario internazionale.

Ci saranno delle proteste? Certo. Chi si giova oggi delle rendite di posizione garantite dal non-cambiamento, chi non ha alcuna competenza digitale e nessuna voglia di apprenderla, chi esprime il suo potere attraverso l’interdizione della libera iniziativa economica, chi fornisce beni e servizi obsoleti alla pubblica amministrazione, i consigli di amministrazione di municipalizzate che non servono a nulla. In altre parole, chi fa da zavorra alle ambizioni di un sistema produttivo che, in questi anni, ha provato in tutti i modi a far competere la propria impresa, nonostante l’Italia.

Se c’è un tempo in cui questa rivoluzione è possibile è adesso. Se c’è una campagna elettorale in cui giocare con forza questa carta, è quella che viene. L’alternativa la conosciamo fin troppo bene.

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