I prodotti a marchio dei supermercati sono i nuovi re degli scaffali

Soprattutto nel prodotti di fascia alta i prodotti cosiddetti “marca del distributore” stanno volando, a discapito di quelli dei produttori tradizionali. Tra le ragioni c’è la fine di un segreto di Pulcinella: che molte industrie tradizionali fabbricano anche prodotti per i supermercati

Elisabetta Al Supermercato

27 ottobre 2016: la regina Elisabetta II visita un supermercato Waitrose a Poundbury, nel Dorset (Justin Tallis - WPA Pool/Getty Images)

31 Gennaio Gen 2017 1550 31 gennaio 2017 31 Gennaio 2017 - 15:50
Tendenze Online

Vendite per 10 miliardi di euro, in crescita dello 0,3%, con il segmento premium che vale (nei primi undici mesi del 2016) 1,35 miliardi di euro e registra una crescita del 15,3%, facendo arrivare i prodotti MDD (Marca del distributore) al 18,6% di quota di mercato nei canali iper e super e libero servizio (nel discount è oltre il 50%). «La MDD non ha più un ruolo ancillare nei confronti della marca industriale, anzi può ragionevolmente aspirare a diventare capitano di categoria in molti casi», annuncia il presidente di Adm Giorgio Santambrogio.

I dati forniti dal tredicesimo Rapporto Marca, elaborati da Adem Lab-Università di Parma in collaborazione con Iri, disegnano un quadro sostanzialmente favorevole per la MDD. Una crescita dello 0,3% non è una performance da urlo anche se in un mercato piatto la media generale non dà ragione di quelle insegne che registrano crescite decisamente superiori con quote di mercato che superano abbondantemente il 18,6% generale.

Ma in questa edizione del rapporto l’attenzione si focalizza sul segmento premium che comprende diversi universi: l’eccellenza qualitativa (denominazioni, territorio, ricettazione), il biologico (certificazione, ecosostenibilità), il funzionale (naturalità, integrazione, salute). Ed è proprio in questo segmento, cresciuto del 4,9% nell’ultimo anno, che la MDD ha realizzato performance superiori a quelle del mercato e a quelle delle marche industriali: +17,1% contro il +3,1% dei prodotti di marca. «Stiamo assistendo a un passaggio di paradigma fondamentale – sottolinea il direttore generale di Selex Maniele Tasca – cioè il definitivo passaggio della MDD a marca quale risultato del giudizio dei consumatori che riconoscono credibilità, contenuti e posizionamento di prezzo ai nostri prodotti».

Il segmento premium traina la crescita

Quali le ragioni della crescita della MDD nel premium che, ricordiamolo, nel 2006 valeva il 6% del mercato e nel 2016 è cresciuto al 15,9%? Secondo Guido Cristini, docente di Marketing all’Università di Parma e autore («da tredici anni») del Rapporto Marca vi sono motivi diversi. «Sul lato offerta – afferma il docente – possiamo annoverare un processo di sviluppo delle referenze in categorie già presidiate, l’ingresso in nuovi mercati, il miglioramento qualitativo dell’assortimento. Sul lato della domanda, invece, una richiesta di maggiore personalizzazione e distintività, una maggiore fiducia nelle insegne, una richiesta di eccellenza qualitativa e innovativa a prezzi equi e trasparenti».

L’aumento degli assortimenti dei prodotti MDD è misurato nella crescita dei codici premium e bio e nel rafforzamento della presenza a scaffale delle linee mainstream (+2%). «In tre anni le referenze nei canali iper e super sono aumentate tra il 10 e il 20%», sottolinea Gian Maria Marzoli vicepresidente Iri.

A ciò si aggiunga il fatto che nel segmento premium, ma anche in generale, il consumatore comincia a confrontare i prodotti di marca con quelli MDD («alternativa principesca alla marca, non controparte», secondo le parole di Santambrogio).

Perché crescono i prodotti “private label”? Perché la marca industriale appare poco trasparente per via della continua e intensa promozionalità che ha fatto perdere la certezza del valore e per la consapevolezza che molta industria produce anche prodotti per i supermercati

Il confronto con la marca

«Sebbene la marca industriale rimanga un punto di riferimento certo – spiega Giuseppe Minoia, presidente onorario di Gfk – oggi si compra meno a occhi chiusi, le persone sono meno disponibili ad aderire acriticamente alle promesse della marca, che è disposta al confronto con la MDD. La marca industriale appare anche poco trasparente per via della continua e intensa promozionalità che ha fatto perdere la certezza del valore e con la consapevolezza che molta industria produce anche per le insegne. Inoltre la marca industriale viene messa in discussione da chi ha problemi di budget».

Nell’ultimo anno infatti, a fronte di una crescita dell’intensità promozionale dei prodotti di marca del 29,8% (+2,9% negli ultimi cinque anni), quella dei prodotti MDD si è attestata al 20,1% con una riduzione dell’1,2% negli ultimi cinque anni. «L’aumento della pomozionalità dell’industria di marca – commenta Marzoli – ha lo scopo di preservare i volumi di vendita. Tuttavia tra i top 25 gruppi Idm, dieci aumentano i volumi di vendita, ma solo uno aumenta il fatturato alle casse nei dieci mesi considerati del 2016. D’altro canto i prodotti Idm con prezzi sopra la media denunciano dei problemi».

«Il confronto con le marche industriali – aggiunge il presidente di Coop Marco Pedroni – è solo una parte della questione. Ormai si lavora in campo aperto e l’articolazione in linee di prodotto segue una nuova logica di sviluppo. Ma attenzione. La crescita dei prodotti nel segmento premium non deve farci perdere di vista il grande corpo dell’offerta che i consumatori ci chiedono di articolare meglio. Anche sul mainstream la MDD può comunicare distintività».

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