Terremoti all’italiana: i soldi della ricostruzione spariscono e c’è chi aspetta da vent’anni

Dall’Umbria alla Puglia: case non ricostruite, soldi pubblici che scompaiono senza spiegazione o arrivano in dosi omeopatiche, passata l'emergenza e il clamore in Italia i disastri si dimenticano. E le vittime continuano a scontarne le conseguenze

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31 Gennaio Gen 2017 0757 31 gennaio 2017 31 Gennaio 2017 - 07:57

«Non ne possiamo più. La burocrazia in Italia uccide più del terremoto». Lo sfogo è sempre lo stesso. Dalla Puglia al Molise, passando per l’Umbria. Non è facile essere amministratori locali di piccoli centri quando, nonostante siano passati anni, è ancora difficile lasciarsi alle spalle quei tragici momenti in cui tutto veniva giù e non restavano che macerie. E non solo perché, spesso, si sono perse vite umane, ma perché poi è lo Stato a rendere impossibile voltare pagina.

Già, perché mentre ci si continua ad interrogare sulle cause delle ultime tragedie, pare surreale che diversi Comuni tra Puglia e Molise, dopo essere stati devastati dal terremoto del 2002, siano ancora in attesa di ricevere i fondi promessi dallo Stato. Per capire di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro. È il 31 ottobre del 2002 quando un violento terremoto sconquassa l’Italia meridionale.

San Giuliano di Puglia è diventato il simbolo del problema. Ad oggi i soldi per la ricostruzione non ci sono. Perché? Non si sa

Un paesino a confine tra la provincia di Campobasso e quella di Foggia, San Giuliano di Puglia, diventa il simbolo di quella tragedia: una maestra e 27 bambini muoiono per il crollo della scuola elementare. Il Governo di allora, guidato da Silvio Berlusconi, sin da subito aveva preso un impegno concreto con le popolazioni colpite dal sisma: per dar loro modo di ricominciare, erano stati sospesi imposte e tributi locali a carico dei cittadini (contributi Inps, Inail, imposta Irpef, addizionale regionale, addizionale comunale, Iva) dal 2002 al 2008. Per fare sì tuttavia, che i Comuni interessati (sette in tutto) avessero fondi a sufficienza per far fronte alle spese, ordinarie e straordinarie, era stato predisposto un fondo ad hoc. Ebbene, questi soldi non sono mai arrivati, con la conseguenza che oggi le casse di quegli enti pubblici sono vuote. Ma quanto manca all’appello? A dirlo è stato l’onorevole Rocco Palese che, in questi giorni, ha presentato un emendamento al “decreto Sud” per porre rimedio all’impasse: «I sette Comuni pugliesi e molisani – dice a Linkiesta - sono ancora in attesa di ricevere dallo Stato 2 milioni 150mila euro».

Il che non è cosa da poco dato che, continua Palese, «ora questi enti rischiano il dissesto». Ma perché tali somme non sono mai arrivate a destinazione? La risposta lascia increduli: «Semplicemente, si sono “persi” nella maglie di una burocrazia farraginosa». Ma oltre al danno c’è la beffa. Perché non solo ci sono Comuni che devono far fronte a spese ordinarie, ma ci sono anche realtà – come già documentato da Linkiesta.itche, tra ritardi e un modello di intervento fallimentare, devono ancora fare i conti con la ricostruzione. È il caso di Bonefro, paesino di 1.400 anime in provincia di Campobasso: un cimitero di impalcature e gru. E dopo ben 14 anni dal sisma, ci dice il sindaco Nicola Montagano, «non tutte gli edifici sono stati ricostruiti: c’è gente che ancora vive nelle casette del villaggio provvisorio. Siamo in emergenza ancora». E per di più con le casse vuote. Vedremo ora cosa accadrà. L’emendamento di Palese, infatti, verrà discusso domani (martedì, ndr). «Sarebbe surreale – conclude il parlamentare pugliese – se il Governo, che tanto parla dell’esigenza di garantire una ricostruzione, non approvi questo finanziamento».

Ad oggi, in relazione al terremoto del '97 in Umbria, ci sono 10 mila edifici non ricostruiti. E i fondi per ricostruirli non basteranno, dato che sono parametrati sui pezzi del 2001

Finita qui? Purtroppo no. E così scopriamo che anche per quanto riguarda l’Umbria (ricostruzione, peraltro, tanto decantata) ci sono indicibili ritardi. Non fosse altro che parliamo di un tragico evento sismico risalente al 1997. Venti anni fa.
La denuncia arriva da Andrea Liberati, consigliere M5S in Umbria. «Ad oggi – dice a Linkiesta – manca all’appello la ricostruzione di circa 10mila edifici in relazione al terremoto del ‘97». Cosa è successo? «Semplice, i lavori o non sono mai partiti oppure sono partiti ma non sono mai stati conclusi». In diverse circostanze, ad esempio, sono subentrate controversie, ricorsi al Tar, in altri è fallita l’impresa costruttrice senza che nessuno pensasse di riaffidare i lavori. Stallo totale. D’altronde è stata la stessa giunta regionale a riconoscere, pochi giorni fa, che le cose non sono andate come avrebbero dovuto.
Nella risposta a un’interrogazione, infatti, si ammette che «il totale degli interventi non ancora finanziati riguardano 7.838 edifici isolati e 1.465 Umi (Unità Minime di Intervento, ovvero l’insieme di uno o più edifici direttamente cantierabili, ndr) poste all'interno dei nuclei e centri storici». «Solo ora – continua Liberati – con l’attenzione mediatica dell’ultimo terremoto, la giunta è intervenuta per ricostruire quegli edifici, con una legge approvata il 10 gennaio».
Peccato però che i fondi difficilmente basteranno dato che sono parametrati al 2001 e non ad oggi. Non a caso è stato presentato un ordine del giorno per sanare l’impasse. «È stato approvato all’unanimità – dice ancora Liberati – ma per ora nessuna modifica è stata apportata alla legge».

Ma c’è, purtroppo, ancora dell’altro. Dopo quel terribile terremoto venne infatti adottata una legge (la n.6 del 30 gennaio 1998) con la quale si disponevano fondi per risarcire i privati che, nel frattempo, avessero ricostruito di tasca propria le loro abitazioni. «Parliamo di circa 300 famiglie tra Foligno, Colfiorito e Nocera Umbria», ci spiega Liberati. Ebbene, a distanza di 20 anni nessuno ha visto un solo euro. «Sono stati tutti ignorati». Anche in questo caso è stato presentato un ordine del giorno in consiglio regionale: approvato all’unanimità. Ma, si sa, le parole se le porta il vento. E in Umbria nessuno più pare disposto a credere a facili promesse durate venti anni.

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