Il Nobel Michael Spence: «Trump può fare bene, se smette di litigare con tutti»

Intervista al grande economista americano: «Trump ha capito più degli altri le trasformazioni dell’economia americana ed è stato il primo a sfidare la cultura delle aziende, attente solo agli azionisti e non ai lavoratori. Il bando temporaneo ai musulmani? Una scelta idiota»

Michael Spence

L’economista Premio Nobel Michael Spence (Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

1 Febbraio Feb 2017 0749 01 febbraio 2017 1 Febbraio 2017 - 07:49
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Che ci piaccia o meno, Donald Trump non solo ha capito più dei suoi avversari la crisi e la rabbia di una classe media che non ha colto i benefici della crescita del Pil americano degli ultimi anni. Sta anche godendo della fiducia sia degli investitori sia dei consumatori, raccogliendo i frutti di una campagna che, tra mille punti controversi, ha avuto il coraggio di rompere molti tabù di tipo economico: come quello di considerare indiscutibile la priorità data dalle imprese agli azionisti rispetto ai lavoratori. Per questa apertura di credito da parte dei suoi cittadini, ha spiegato il premio Nobel per l’Economia Michael Spence dal palco della Gam Insights Conference 2017 di Milano, è lecito aspettarsi una crescita del Pil nominale e una salita dell’inflazione. Fattori positivi, a cui però si contrappone il rischio di una perdita di produttività delle aziende americane, nel lungo periodo, e soprattutto una situazione di instabilità a livello internazionale.

Il multilateralismo abbandonato di colpo dalla logica bilaterale del “super-negoziatore” Trump lascerà un vuoto che ora nessuno, né l’Europa né la Cina, sono in grado di cogliere. Il vecchio continente, in particolare, viene visto da Spence come bloccato e indebolito dalla sua struttura rigida e dall’austerty. C’è poi il rischio politico, ma inevitabilmente economico, della voglia matta che il presidente americano dimostra di volersi «infilare in ogni battaglia possibile», da quella con il Messico a quella con la Cina. Dove porterà tutto questo è la grande incognita che inquieta l’economista dell’Hoover Institute di Stanford, che dal 2011 insegna anche all’Università Bocconi. Lo abbiamo sentito a margine della conferenza.

Professor Spence, nella sua presentazione ha mostrato con grande chiarezza come in tutti i Paesi sviluppati sia avvenuta una sistematica distruzione di posti di lavoro nella fascia media di retribuzione, a favore di quelli pagati molto oppure molto poco. Così come il fatto che i redditi medi siano rimasti fermi, nonostante l’incremento del Pil. È un impoverimento della middle class che Donald Trump è stato in grado di leggere più correttamente degli altri?
Sì. Ha sicuramente capito quello che è successo nel mondo del lavoro e lo ha capito nella maniera giusta. Ha cioè intuito che non si trattava solo di distribuzione del reddito, c’era molto di più in ballo: chi era vissuto nella classe media, e magari veniva da cinque generazioni di lavoro in fabbrica, non vedeva l’abbandono delle imprese come un semplice cambiamento della fonte di reddito. C’era un tema di identità. Per questo il discorso di Trump sulle opportunità e sulle politiche da adottare per preservare il lavoro nelle fabbriche gli ha portato moltissimi voti, anche se come sappiamo nel voto popolare (la somma di tutti i votanti, ndr) ha perso. Penso che anche i Democratici avessero un’agenda inclusiva su questi fronti, di sicuro l’aveva Bernie Sanders. Hillary Clinton ha però scelto di concentrare la campagna su tutte quelle persone che sarebbero state discriminate dai punti programmatici di Trump: le minoranze, le donne, i gay e lesbiche. In questo modo ha però lasciato un’autostrada libera a Trump sui temi del lavoro.

Le politiche di Trump sono ancora da mettere alla prova dei fatti. Tuttavia, lei si sarà fatto un’opinione su quanto saranno efficaci le misure protezionistiche che promette.
Penso che se smetterà di ingaggiare zuffe con chiunque e si concentrerà sull’economia, avrà buone possibilità di avere risultati positivi. Si sta vedendo una crescita nei mercati, negli investimenti, nella fiducia dei consumatori e in altre fattori: è probabilmente una buona scommessa (sul successo delle politiche economiche, ndr). Il rischio ora è piuttosto che ci dividiamo malamente su questioni come l’immigrazione e su altri punti che alzeranno polveroni. Molte persone saranno infastidite da queste scelte. Ma restando sul fronte economico, quello a cui stiamo assistendo è un vero cambiamento nel mix di politiche proposte.

Fonte: GAM

«Penso che se Trump smetterà di ingaggiare zuffe con chiunque e si concentra sull’economia, ha buone possibilità di avere risultati positivi. Si sta vedendo una crescita nei mercati, negli investimenti, nella fiducia dei consumatori: è una scommessa sul suo successo. Ma il rischio ora è piuttosto che ci dividiamo, come nazione, su questioni come l’immigrazione»

Al di là di questi polveroni, qual è il più grande cambiamento che sta portando Trump?
Trump sta provando a cambiare la cultura dei gruppi corporate. Negli ultimi anni negli Stati Uniti si è sempre data la priorità agli azionisti e si sono considerati i lavoratori come qualcosa di usa e getta, perché altrimenti i mercati avrebbero fatto delle ritorsioni. Trump ha detto “fermi tutti, questo non può più funzionare così”. Se questa impostazione passerà, la “corporate America” diventerà più simile al modello tedesco e meno simile a quello inglese. Il secondo cambiamento è il passaggio da un sistema basato sul multilateralismo a un sistema di negoziazioni bilaterali. Lui pensa di essere un “super-negoziatore”. E che saprà negoziare con la Cina e con tutti gli altri. Ma c’è una grande incognita in tutto questo.

Quale?
Il multilateralismo è un sistema, che ha alcuni sponsor: l’America, l’Europa, il Regno Unito, il Giappone. Se l’America esce di scena, viene meno uno degli sponsor principali del sistema che si è creato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questo creerà un vuoto. L’Europa è in pessima forma ed è preoccupata dei suoi stessi problemi. La Cina non può prendere il posto, perché non è abbastanza aperta e non è abbastanza grande per essere una forza stabilizzatrice alternativa. Ci sono grandi cambiamenti e rischi in questo nuovo assetto.

La squadra che Trump ha scelto al governo è all’altezza del ruolo?
Sì e no. Il Segretario alla Difesa, James Mattis, è un collega alla Hoover Institution, che è un’istituzione davvero democratica. Tutti pensano che sia una persona fantastica. È diretto, è onesto, non crede alle stupidate. È una nomina molto buona. Probabilmente anche il ragazzo di Goldman Sachs, Steven Mnuchin, è una buona scelta: è una persona corretta, è un internazionalista. Altri personaggi sono un punto di domanda. Rex Wayne Tillerson è stato di certo un uomo di successo a ExxonMobil, ma la domanda è se sarà anche un buon Segretario di Stato. Non sappiamo se conosca qualcosa del mondo. Ci sono state poi nomine di persone che almeno in passato hanno avuto delle visioni molto radicali, che non vorremmo vedere trasformate immediatamente in azioni politiche.

È preoccupato per il bando temporaneo ai cittadini di sette Paesi islamici o pensa che sia stato un provvedimento sovrastimato negli effetti?
Penso che sia stato un provvedimento stupido. È una cosa davvero idiota, per varie ragioni: intanto perché l’Iraq è un nostro alleato nella lotta all’Isis. Posso capire che si vogliano stringere i controlli per ragioni di sicurezza, ma non capisco un bando. Anche perché inizialmente si sono dimenticati dei residenti, quelli con la green card, l’equivalente del vostro “permesso di soggiorno” (in italiano, ndr). Sono persone che lavorano, vivono, pagano le tasse negli Stati Uniti. Penso che se continueranno su questa strada andranno incontro a dei guai. Penso inoltre che l’America ha avuto finora un’immagine positiva nel mondo, derivante dal fatto di essere una società aperta. Questa immagine è stata danneggiata.

Fonte: GAM

«Servono nuove politiche per accompagnare la transizione della forza lavoro verso la nuova economia. Ma al reddito di cittadinanza preferisco il modello nordico di forte spesa per la formazione delle persone»

Usciamo per un attimo dagli Stati Uniti: qual è la sua opinione sulla proposta di una tassa sui nuovi robot installati nelle fabbriche? È stato uno dei punti forti del candidato del Partito socialista francese, Benoit Hamon, risultato vincente alle primarie.
È un’idea davvero stupida. Ci sono altri modi per controllare l’impatto della globalizzazione e tecnologia sulla forza lavoro. Le soluzioni semplicistiche come una tassa sui robot non funzionano. Ci sono discussioni tra i sindacati e le aziende su come preservare i posti di lavoro. Si possono fare molte cose ma sono percorsi complicati, ma non ci sono alternative “one shot”.

Come considera invece la possibilità di un reddito universale di base?
Non appoggio il reddito universale di base, anche se penso che proteggere le persone finanziariamente sia una misura importante di policy. La mia personale risposta è che bisogna fare cose che rendano la transizione meno dolorosa per le persone che vedranno la distruzione e il cambiamento dei lavori. Molte persone, tra cui me, pensano che questo non stia accadendo a sufficienza. Servono quindi delle misure di supporto, ma che devono includere sia il reddito sia la formazione e altro ancora. Per questo considero il reddito universale puro e semplice un’idea possibile, ma non una buona idea da consigliare a chi governa come misura concreta di policy. Le innovazioni a cui guardo con più interesse in quest’area sono quelle stanno facendo i Paesi nordici. Stanno investendo pesantemente nel supportare le persone in queste transizioni, puntado sulla ri-formazione e contemporaneamente nel renderle parte dei programmi di sicurezza sociale. È un work in progress ma stanno investendo in quello che davvero aiuta le persone. La Danimarca utilizza il 2% del proprio Pil per ri-formare le persone, gli Stati Uniti meno dell’1 per cento.

Lei ha insistito sulla debolezza dell’Europa. Come potrebbe superarla?
La mia visione sull’Europa è che molte cose stanno per accadere, che la riguardano: la Brexit, la politica di Trump e la crescita dei populismi europei. Tutto questo potrebbe produrre una sveglia, almeno per la direzione della poitica economica europea. Meno austerità fiscale, più attenzione ai meccanismi di aggiustamento, investimenti maggiori, misure che abbiano impatti sui giovani e molto altro che avrebbe un impatto nel medio e lungo termine. Si potrebbe pensare che queste misure richiedono tempo per avere un qualche effetto. Ma le persone non sono stupide. Se questi cambiamenti sono reali e loro credono che funzioneranno, il senso di aspettativa e di ottimismo cambierà molto più velocemente della realtà e questo è quel che è necessario.

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