Il peggior nemico di Renzi? La matematica

La strada che separa l’ex premier da Palazzo Chigi è molto più impervia di quanto sembri. Dai Cinque Stelle a D’Alema, da Brunetta al partito del non-voto, tutto pare cospirare contro il segretario Pd. In particolare i numeri

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MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images

1 Febbraio Feb 2017 1244 01 febbraio 2017 1 Febbraio 2017 - 12:44

Non dev’essere semplice, per Matteo Renzi, scegliere che strategia adottare, per provare a sopravvivere politicamente. Più che altro, non dev’essere semplice convincere i suoi sodali che sciogliere le camere in tutta fretta e votare a giugno sia una scelta vincente.

Mettiamo in fila un paio di numeri, che non si sbaglia mai. Allo stato attuale, la media degli ultimi sondaggi dice che il Partito Democratico ha più o meno il 30% dei voti e che il Movimento Cinque Stelle lo segue a un paio di punti percentuali di distanza. Che Lega Nord e Forza Italia sono appaiate attorno al 12-13% dei consensi. Che Fratelli d’Italia viaggia attorno al 5%. E che quel che sta a sinistra e destra del Partito Democratico - Sinistra Italiana e il Nuovo Centro Destra - vivacchiano attorno al 3%.

In questo contesto e con questa legge elettorale, una maggioranza parlamentare è impossibile o quasi, a meno che non siate dotati della più fervida fantasia. La grande coalizione Pd-Forza Italia-Ncd si ferma al 46% circa. L’improbabile fronte sovranista (Lega-Cinque Stelle-Fratelli d’Italia) si ferma al 45%. Addirittura, secondo Ipr, se si votasse domani, si avvicinerebbero di più questi ultimi alla maggioranza assoluta alla Camera (306 seggi) che il fronte Renzi-Berlusconi-Alfano (286).

Questo, lo stato dell’arte. Le elezioni che Renzi desidera con tutte le sue forze, sono destinati con ogni probabilità a regalarci l’ingovernabilità. A meno che, ovviamente, Renzi e il Partito Democratico non raggiungano il tanto agognato 40% che garantirebbe loro di governare da soli. Prospettiva difficile già di suo, questa. Resa particolarmente ardua dalla minaccia di scissione paventata da Massimo D’Alema, se non si terrà il congresso prima del voto. Che magari non arriverà al 10% come aspira il Lider Maximo - o addirittura al 14% come paventano alcuni sondaggi - e non farà scendere il Pd sotto percentuali bersaniane del 2013. Ma che di sicuro rende irraggiungibile - a meno di miracoli - il premio di maggioranza.

In questo contesto e con questa legge elettorale, una maggioranza parlamentare è impossibile o quasi, a meno che non siate dotati della più fervida fantasia. La grande coalizione Pd-Forza Italia-Ncd si ferma al 46% circa. L’improbabile fronte sovranista (Lega-Cinque Stelle-Fratelli d’Italia) si ferma al 45%. Addirittura, secondo Ipr, se si votasse domani, si avvicinerebbero di più questi ultimi alla maggioranza assoluta alla Camera (306 seggi) che il fronte Renzi-Berlusconi-Alfano (286)

C’è un’altra possibilità, a questo punto. Sperare comunque in un incremento dei voti e contemporaneamente che Forza Italia riesca a drenare consensi alla Lega Nord di Matteo Salvini. Anche in questo caso, tutto molto aleatorio e complicato. Anche perché lo spirito dei tempi - da Trump alla Brexit, dal Pil al palo all’occupazione che non si muove - è tutto dalla parte di chi grida più forte e si abbevera dell’umore di chi sta male e di chi ha paura. Peraltro, quand’anche si raggiunga il 50+1 dei seggi parlamentari, bisognerà capire se i pasadran anti-renziani di Forza Italia come Renato Brunetta accetteranno di votare la fiducia a un esecutivo guidato da Matteo Renzi. Si accettano scommesse.

Terza strada, allora: fare il congresso in fretta e furia prima delle elezioni e poi votare a giugno. Difficile ci siano i tempi tecnici per farlo. Ma se così fosse, un eventuale vittoria di misura dell’attuale segretario del Pd potrebbe condizionare la composizione delle liste democratiche in Parlamento. Tradotto: la minoranza finirebbe per avere più posti in Parlamento di quanti ne ha ora. Si salverebbe l’unità del partito, aumenterebbero le scarse probabilità di arrivare a governare insieme a Forza Italia, ma non sarebbe semplice conciliare le posizioni neo-laburiste dei dalemiani con quelle di Berlusconi e soci. Che succederà alla prima proposta di revisione del Jobs Act?

Rimane la prospettiva di rinunciare al voto subito, di fare il congresso a ottobre e di far finire la legislatura alla sua scadenza naturale. È quel che si dice vogliano il presidente Mattarella, pesi medi del Pd come Dario Franceschini e alleati strategici come Silvio Berlusconi. È una prospettiva che permetterebbe di trovare una quadra su una legge elettorale in grado, per quanto possibile, di garantire la governabilità. Ma che - e su questo fa leva Renzi - potrebbe portare acqua al mulino a Lega e Cinque Stelle se il Governo fosse costretto a una legge di bilancio di tagli o non riuscisse a disinnescare le clausole di salvaguardia. In ogni caso, se questa fosse la prospettiva, arriverebbe alla partita indebolito dalla lontananza da Palazzo Chigi, logorato dalle minacce della minoranza e dalle manovre di chi, nell’alveo della maggioranza, vuole prenderne il posto. In altre parole, sacrificabile sull’altare della stabilità. Ammesso e non concesso che vinca le elezioni, ovviamente.

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