Divisi si muore: sicuri che ci convenga la fine dell’Europa?

La strategia di Trump passa per la dissoluzione dell’Unione Europea, che lo metterebbe in posizione di forza nei confronti di tutti gli Stati membri. Ma a noi, a parte le proteste interne, forse converrebbe molto meno correre da soli

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2 Febbraio Feb 2017 1125 02 febbraio 2017 2 Febbraio 2017 - 11:25

«Ho contribuito a far crollare l’Unione Sovietica. Forse adesso c’è un altra Unione che merita di essere domata un po’». Parole di Ted Malloch, nuovo ambasciatore americano a Bruxelles. Non certo una dichiarazione di pace, da parte della neonata amministrazione Trump, che dopo aver pubblicamente elogiato la Brexit e aperto un canale diplomatico con la Russia di Putin bypassando Bruxelles – e Berlino, e Parigi, e Roma – ha rincarato la dose mettendo sotto attacco pure l’ormai celeberrimo surplus commerciale tedesco, minacciando l’inserimento della Germania nella lista nera dei partner commerciali americani.

Se non altro, il bello di The Donald è che gioca a carte scoperte. Ed è ormai chiara e deliberata la strategia di accelerare la fine dell’Euro e dell’Unione Europea. Una strategia, questa, che sta soffiando nelle vele dei partiti sovranisti come il Front National, la Lega Nord o il Movimento Cinque Stelle e che sta trovando sponde (nemmeno troppo) inaspettate pure tra i tattici di casa nostra – tanto per fare un nome: Matteo Renzi – che sperano quest’attacco li esenti da manovre correttive, tagli di spesa o, peggio, nuove tasse, con una campagna elettorale alle porte.

Nel breve, probabilmente, hanno ragione loro. Come si fa a stare dalla parte di questa scalcinata Europa che non fa rispettare regole e patti controfirmati, che piglia calci nel sedere da chiunque senza reagire, di cui i leader blaterano di mirabolanti riforme salvo poi servirsene come di un caprone espiatorio per ogni cosa che fanno (o non fanno) a casa propria? Per di più in un anno elettorale come il 2017, con Francia, Germania e (forse) Italia al voto?

Eppure, forse, è il momento giusto per farci qualche domanda. Vale la pena chiedersi se, ad esempio, la fine dell’Unione diminuirebbe – più di una politica energetica comune – la nostra dipendenza dalle fonti fossili, dal petrolio arabo al gas russo. Se la fine dell’Unione ci metterebbe al riparo – più di una comune strategia di difesa e di controllo dei confini – dalla pressione migratoria proveniente dall’Africa. Se la fine dell’Unione migliorerebbe – più di una politica industriale e di una strategia comune sull’innovazione – la competitività delle nostre imprese nel mondo.

O ancora, se i nostri mercati sarebbero più al sicuro di ora senza il Meccanismo Europeo di Stabilità. Se i nostri debiti pubblici sarebbero immuni dalle tempeste finanziarie senza l’ombrello della Banca Centrale Europea. Se le nostre imprese tornerebbero a volare o sarebbero preda di concorrenti internazionali che se le porterebbero via con le monetine che gli ballano nelle tasche. Se riconquisteremmo piena sovranità insieme alla nostra moneta, oppure diventeremmo semplicemente dei piccoli e fragili servi di un nuovo padrone, coi capelli rossi o con gli occhi di ghiaccio poco importa, bisognosi di credibilità e di garanzie che non saremmo in grado di offrire. Pensiamoci bene. Che le cose stanno succedendo qui e ora.

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