Theresa May? "Servile" con Donald Trump

La rassegna stampa europea di questa settimana. Al centro del dibattito i rapporti tra Usa e Regno Unito (e le loro conseguenze sui destini d'Europa) e la questione sempre più stringente: che fine ha fatto la sinistra?

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2 Febbraio Feb 2017 1131 02 febbraio 2017 2 Febbraio 2017 - 11:31

Una relazione speciale?

Venerdì scorso, Theresa May e Donald Trump si sono incontrati a Washington per la prima volta dal loro insediamento nei rispettivi paesi. Secondo la redazione del New York Times, pur riconoscendo l'importanza dell'incontro, non si può negare che l’efficacia della "relazione speciale" tra USA e Regno Unito dipenderà crucialmente dal tipo di rapporto che si verrà a creare tra Stati Uniti e Russia.

Dalle colonne dell’Independent David Usborne sostiene che il Primo ministro britannico abbia scelto il momento più sbagliato per fare visita a Trump, date le recenti misure adottate dal presidente degli Stati Uniti in materia di immigrazione. Inoltre, Usborne critica Theresa May per essersi comportata in modo "servile", a causa delle preoccupazioni sulle conseguenze interne della Brexit. Sul Guardian Natalie Nougayrède giudica diversamente la presidenza Trump: posizioni politiche e personalità di Trump a parte, l'Unione europea non può permettersi di prendere le distanze dagli Stati Uniti. Secondo l'editorialista francese, senza la protezione degli Stati Uniti il mondo cadrebbe preda del caos globale.

Sul New York Times Jonathan Coe attacca Theresa May e Donald Trump perché continuano a millantare di rappresentare la "volontà popolare": l’autore sostiene che non è in corso alcuno scontro "élite - popolo" nella politica statunitense né in quella britannica. Al contrario, il successo della Brexit e quello di Trump non sono altro che il risultato di uno scontro tra due élites ben distinte, una "finanziaria" e una "culturale".

Andiamo al di là delle ideologie e della personalità di Trump. L'Unione europea non può permettersi di prendere le distanze dagli Stati Uniti

Brexit: una fortuna per l'Europa?

Nel frattempo la Brexit rimane al centro dei dibattiti europei. Robert Kalcik e Guntram B. Wolff, su Bruegel, si chiedono se la Brexit non possa rappresentare per il Parlamento europeo un'opportunità di rinnovamento. Secondo gli autori, la risposta deve essere positiva e lasciano intendere che dall’uscita del Regno Unito dall’UE possa derivare una riforma volta a ridurre le disparità di rappresentanza dei vari paesi all'interno del PE. Tuttavia - ammettono gli autori - è necessaria una riforma profonda dei trattati dell’UE.

Riferendosi alle attuali prospettive del settore industriale britannico e alla strategia di governo per la Brexit, ancora sull’Independent Ben Chu sostiene che, se davvero volessero difendere l’interesse nazionale, i parlamentari britannici dovrebbero bloccare l'articolo 50. Che ricorda sarcasticamente lo slogan del manifesto conservatore del 2015 "Sì al mercato unico".

La settimana scorsa, il Commissario europeo Cecilia Malmström ha tenuto un discorso sul commercio internazionale e sulle frontiere presso il think tank bruxellese Bruegel. Il Commissario ha difeso i principi del libero scambio e delle società aperte, e ha affermato che “i tentativi di coloro che puntano a restringere la libertà delle persone sono destinati a fallire".

Inoltre, su EurActiv, Sophie Pornschlegel e Marcel Hadeed, sottolineano ancora una volta che le politiche britanniche sono caratterizzate da uno scontro generazionale, esemplificato dall’affluenza alle urne per la Brexit. Solo il 64% degli elettori di età compresa tra i 18 e i 24 anni si è recato alle urne nel mese di giugno: solo attraverso il coinvolgimento delle nuove generazioni è possibile far crescere la pressione pubblica sui negoziati della Brexit. "Invece di concentrarsi sul passato, i decision-maker e l'opinione pubblica devono piuttosto guardare al futuro e trovare soluzioni adeguate per il caos post-Brexit”.

Brexit. La palese evidenza che le politiche britanniche sono un vero e proprio scontro generazionale. Invece di concentrarsi sul passato, i decision-maker e l'opinione pubblica devono piuttosto guardare al futuro

La sinistra ha qualche chance?

Nei commenti e negli editoriali della settimana hanno fatto discutere le nomine di Benoît Hamon e Martin Schulz quali candidati di centro-sinistra alle prossime elezioni in Francia e in Germania. Adrien Valbray, su EurActiv, sostiene che la vittoria di Hamon conferma una tendenza alla "Corbynizzazione" della sinistra in Francia. Valbray afferma che la leadership di Hamon rischia di spaccare il partito, dal momento che rappresenta non più del 30% dei membri. Secondo l’Economist Hamon condurrà il partito socialista verso una netta sconfitta alle presidenziali di primavera: è possibile che gli elettori di centro sosterranno piuttosto l'ex ministro dell'Economia Emmanuel Macron, che corre da solo. Sempre l’Economist sostiene che l'economia avrà un ruolo cruciale nel corso della campagna elettorale.

Daniel Friedrich Sturm su Die Welt commenta il primo discorso di Martin Schulz da candidato cancelliere della SPD: dopo aver giocato la carta del "politico del popolo", Schulz ha bisogno di dimostrare che è veramente in grado di competere con Angela Merkel nella corsa elettorale. L’Economist sostiene che nonostante Schulz sia indubbiamente un candidato migliore di Sigmar Gabriel, tutti i sondaggi indicano che la SPD rischia di perdere nuovamente le prossime elezioni del Bundestag.

La nomina di Martin Schulz fa discutere. Il "politico del popolo" ha bisogno di dimostrare che è veramente in grado di competere con Angela Merkel nella corsa elettorale

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Traduzione dall’inglese a cura di Elisa Carrettoni

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