Assedio all'Europa: ora l'Unione è davvero in pericolo

La politica estera di Trump sta rivelando lo stato di debolezza dell'Unione Europea, assediata da tutti i lati (e anche all'interno) da forze che la indeboliscono e la paralizzano

Europa Stati Uniti Bandiera
3 Febbraio Feb 2017 0754 03 febbraio 2017 3 Febbraio 2017 - 07:54

Le bordate partite dagli Stati Uniti di Donald Trump contro l’Unione europea hanno una portata storica. Le parole sulla Brexit, sulla tenuta della Ue, sulla gestione dell’immigrazione, da ultimo quelle di Peter Navarro, numero 1 del consiglio nazionale per gli scambi commerciali, secondo cui Berlino sta usando un euro "esageratamente sottovalutato" per "sfruttare" gli Stati Uniti ed i partner europei, hanno abbassato la temperatura nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico a livelli senza precedenti dopo la Seconda Guerra Mondiale.

La reazione dell’Ue – durissima, per i suoi standard - è arrivata con una lettera del Presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk. Delineando i rischi esistenziali che corre l’Unione in questo momento storico Tusk, dopo aver citato la minaccia russa in Ucraina, quella cinese, quella mediorientale e quella del terrorismo islamico, ha messo in fondo all’elenco “le preoccupanti dichiarazioni della nuova amministrazione americana”.

La prospettiva protezionista e xenofoba che Trump sta delineando per la politica americana porta infatti acqua al mulino dei partiti nazionalisti e populisti che in Europa già hanno le vele gonfiate dalla crisi economica, dall’emergenza migratoria e dal pericolo attentati. Chi vuole disgregare l’Unione europea – come Le Pen in Francia, Salvini in Italia, Wenders in Olanda e via dicendo – spera, forse non a torto, di aver trovato una sponda a Washington. Un fatto inedito nella storia dell’Ue. Ma non sono solo le intenzioni del nuovo inquilino della Casa Bianca in materia di economia e di rifugiti a porre una minaccia all’Unione europea. È soprattutto la terra bruciata che rischia di farle, più o meno volontariamente, intorno e ai margini.

Trump con le sue parole sulla Nato – definita “obsoleta” e per cui gli Usa non sarebbero più disposti a pagare il conto lasciato dagli altri Stati membri – ha indebolito anche il fianco orientale

Oltre al sostegno dichiarato alla Brexit, sul fianco occidentale d’Europa, Trump con le sue parole sulla Nato – definita “obsoleta” e per cui gli Usa non sarebbero più disposti a pagare il conto lasciato dagli altri Stati membri – ha indebolito anche il fianco orientale. In Ucraina sono ricominciate le violenze nel Donbass, la regione occupata dalle milizie russe. A seconda della campana, questa fiammata viene qualificata o come un tentativo di Putin di saggiare quanto spazio di manovra è disposto a dargli Trump o, al contrario, come una mossa del governo di Kiev per costringere gli Usa a rimanergli vicino. Tutti concordano che in qualche modo sia coinvolto indirettamente il nuovo presidente americano.

L’Ungheria poi, governata dal nazionalista, xenofobo ed euroscettico Viktor Orban, già si sta posizionando per sfruttare la attesa alleanza tra Mosca e Washington a proprio vantaggio, ma in danno degli altri Paesi europei. Nell’incontro del 2 febbraio a Budapest, Orban ha accolto Putin e pare che – tra le altre cose – si sia discusso di un accordo sul tracciato del gasdotto “Turkish stream”. Questo è da sempre un obiettivo strategico del Cremlino per dare ossigeno alla propria economia e per bypassare i Paesi a lei ostili dell’Est Europa, Ucraina in testa, che “intralciano” l’attuale percorso di alcuni importanti gasdotti. Da quando il rapporto di Putin con Erdogan è diventato stretto come mai prima, dopo essersi quasi rotto a causa della Siria, Turkish stream è tornato di attualità. E ora con Orban la Russia potrebbe aver messo un’altra pedina in posizione in preparazione dello scacco ai Paesi “ostili” dell’Europa orientale.

Anche la Polonia, a sua volta guidata da un esecutivo nazionalista, xenofobo ed euroscettico, guarda con interesse a Trump. Rassicurata dal recente invito di truppe Nato sul suo territorio – anche se in virtù di decisioni prese prima dell’insediamento del presidente repubblicano -, Varsavia sembra apprezzare un possibile ravvicinamento tra Russia e Stati Uniti, “purché non a nostre spese”. Anche qui, come nel caso ungherese, pare prevalere una prospettiva di difesa dell’interesse nazionale a discapito della solidarietà europea.

In Scandinavia la “linea morbida” di Trump verso Mosca fa crescere le preoccupazioni. La Svezia, Paese storicamente ancorato all’Occidente ma non membro della Nato, fino a poco tempo fa sembrava prendere in considerazione l’ipotesi di entrare nell’Alleanza. Dopo la vittoria di Trump la prospettiva, secondo gli analisti, si è allontanata e anche la partnership militare esistente tra Svezia e Nato (così come anche quella della Finlandia) potrebbe risentirne in negativo.

A completare l’accerchiamento dell’Unione ci sono il fronte Nord, dove la competizione per l’Artico con la Russia esplosa negli ultimi anni rischia di vedere le ragioni europee indebolite

A completare l’accerchiamento dell’Unione ci sono il fronte Nord, dove la competizione per l’Artico con la Russia esplosa negli ultimi anni rischia di vedere le ragioni europee indebolite dal nuovo atteggiamento Usa verso la Nato, e il fronte Sud. Per ora pare che Trump voglia concentrarsi sulla sconfitta dello Stato Islamico e sul contenimento dell’Iran dopo gli anni del dialogo con l’amministrazione Obama, su un riavvicinamento con Netanyahu in Israele e con la Turchia di Erdogan (complicato, visto che per sconfiggere l’Isis in Siria ha bisogno dei curdi, di recente infatti riforniti di armi da Washington). Non è chiaro però quanto si farà coinvolgere direttamente e soprattutto quanto terreno sarà intenzionato a lasciare a Mosca.

Questo aspetto diventa più che mai pericoloso, al momento, nel caso della Libia, in Nord Africa. Il Cremlino, insieme al Cairo e più velatamente a Parigi, sostiene il generale Haftar, che controlla la Cirenaica. Finora gli Usa e la comunità internazionale (Italia in testa) hanno però sempre appoggiato il governo legittimo di Serraj, che controlla parte della Tripolitania. Se gli Usa, come pare, dovessero abbandonare Serraj e la Russia puntasse su Haftar per espandere la propria sfera anche in Libia, primo sarebbe un danno grave all’interesse nazionale italiano ed europeo, e secondo rischierebbe di scatenare un caos peggiore di quello attuale. Secondo gli analisti infatti il generale non ha le forze e il supporto necessario delle varie tribù e milizie libiche per soggiogare la Tripolitania. La guerra civile potrebbe esplodere in una nuova fiammata di violenza, con gravi ripercussioni su immigrazione e terrorismo.

L’Unione europea ha vissuto per decenni sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti, probabilmente pensando che non sarebbe mai stata (più o meno) abbandonata dal proprio alleato. Ora che pare sia successo, è evidente l’accerchiamento di interessi confliggenti a quelli europei. Se l’Unione europea non vuole che i suoi interessi vengano danneggiati dal gioco al divide et impera delle grandi potenze, che nei partiti nazionalisti antieuropeisti ha la sua sponda naturale, deve sperare di sopravvivere alle elezioni del 2017 e provare a diventare lei stessa una grande potenza negli anni successivi. Non è detto, anzi è improbabile, che ce la faccia tenendosi tutti e 27 i suoi Stati membri.

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