Chi sono gli Outaliani e perché abbiamo bisogno di loro

Sono imprenditori, banchieri, scienziati, professionisti che in questi anni di crisi hanno coltivato un’eresia, pericolosa e vincente. Li abbiamo cercati e intervistati, uno a uno. Convinti che è dal loro pensieri e dalle loro azioni che può davvero nascere un’Italia diversa

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4 Febbraio Feb 2017 0830 04 febbraio 2017 4 Febbraio 2017 - 08:30
Tendenze Online

La Storia la scrivono i vincitori, è vero. Ma molto spesso sono le minoranze, i portatori sani di coraggiose eterodossie, a farla progredire. Quelli che non hanno paura del futuro e del progresso, quando tutti lo temono. Quelli che non si nascondono dietro il paravento dell’interesse generale per proteggere i propri. Quelli che semplicemente cercano di fare il loro mestiere al meglio, sfidando le convenzioni, i luoghi comuni, i dogmi del loro tempo.

Sono persone normali: imprenditori che fanno gli imprenditori, scienziati che fanno gli scienziati, banchieri che fanno i banchieri, professionisti che fanno i professionisti. Ma che, a un certo punto, cominciano a fare quel che la cultura hacker insegna: pensare out of the box, fuori dalla scatola. Ed è allora che cominciano, per l’appunto, ad hackerare il sistema, a guidare contromano, a pensare e agire da eretici.

L’Italia, a suo modo, ne è piena di figure simili, ma non le sa riconoscere. Un po’ perché la solitudine è l’altra faccia della medaglia dell’eterodossia e dell’eresia. Un po’ perché non vuole riconoscerli. Perché farlo vorrebbe mettere in discussione i dogmi con cui abbiamo cullato a fasi alterne, in questi anni di crisi, , la nostra auto-esaltazione, la nostra auto-commiserazione, la nostra auto-assoluzione.

L’Italia, a suo modo, è piena di figure simili, ma non le sa riconoscere. Un po’ perché la solitudine è l’altra faccia della medaglia dell’eterodossia e dell’eresia. Un po’ perché non vuole riconoscerli. Perché farlo vorrebbe mettere in discussione i dogmi con cui abbiamo cullato a fasi alterne, in questi anni di crisi, , la nostra auto-esaltazione, la nostra auto-commiserazione, la nostra auto-assoluzione

Il made in Italy, ad esempio, figlio di una cultura che sacralizza la provenienza - e il relativo dispositivo di produzione - come unica possibile certificazione di qualità. E che, nel tentativo di volerla esaltare, cristallizza la nostra creatività, la mette sotto una teca, ne fa un feticcio immutabile e immodificabile che persino un settimanale come l’Economist si è preso la briga di definire come «la strada che porta alla paralisi e alla fossilizzazione».

E ancora, il pensiero magico e paranoide che ci spinge a condannare a prescindere ogni cosa che odora di scienza e di laboratorio, dai vaccini agli organismi geneticamente modificati, sino ai robot umanoidi - novelli cinesi, messicani, rumeni che dir si voglia - che minacciano di rubare il lavoro alle persone in carne ed ossa.

Abbiamo provato a rispondere. Andando a cercare i soggetti che più hanno incarnato, in questi anni, un’alternativa all’idea di Italia che ci siamo appiccicati addosso. Un’idea meticcia, estremamente concreta, fatta di esperienze e di scelte concrete, più che di astratte teorie. Non c'è un ideologia alle spalle di queste persone, né un pensiero unico. Li abbiamo chiamati Outaliani, gli italiani che non hanno paura di guardare fuori e di andare fuori, qualunque cosa sia il loro “fuori”. E li abbiamo intervistati, chiedendo loro di raccontarci la loro storia e le loro esperienze.

Lo facciamo perché vorremmo fossero di esempio, quelle storie. Per chi sta già percorrendo solitario la strada meno battuta. Per chi vorrebbe farlo, ma non trova il coraggio. Per chi non ha mai provato a mettere in discussione le sue certezze. Perché crediamo che saranno gli Outaliani, ognuno nel suo piccolo, al suo posto, a rimettere in moto il motore di questo Paese stanco.

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