Giovanni Bossi: «Se non chiuderanno gli sportelli, chiuderanno le banche»

Parla il Ceo di Banca Ifis, di ritorno dalla conferenza di Davos: «L’innovazione è necessaria, ma ha dei costi. Il localismo? Conoscere i clienti è giusto, prestare i soldi a qualcuno in funzione di dove abita è un errore»

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4 Febbraio Feb 2017 0823 04 febbraio 2017 4 Febbraio 2017 - 08:23
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«Locale non è bello. Tecnologico e innovativo sì. Il problema è che in Italia ci sono consigli di amministrazione che la pensano all’opposto». È appena tornato dal World Economic Forum di Davos, Giovanni Bossi, Ceo di Banca Ifis - banca italiana completamente digitale, senza nemmeno uno sportello - in cui quest’anno hanno tenuto banco il tema della fine della globalizzazione e delle crescenti disuguaglianze, e di come la tecnologia potrebbe ridurle o ampliarle.

A Davos, però, si è parlato anche di banche. O meglio, di quello che ci siamo ormai abituati a chiamare fintech: «Due o tre anni fa i ceo delle grandi banche si occupavano di debiti pubblici, titoli di stato, dinamiche degli attivi, ma non della tecnologia e l’innovazione tecnologica veniva lasciata a fenomeni come Paypal e simili” - spiega Bossi. “Oggi invece sono loro a parlare di innovazione: il ceo di BBVA, ad esempio, raccontava che sono partiti cinque anni fa a contattare i clienti via internet, e oggi più del 55% dei loro clienti è gestito interamente con il digitale. È una rivoluzione, questa, perché fino a quando l’innovazione digitale rimane proprietà esclusiva degli startupper non è trasformata. Lo diventa, se entra nei board delle grandi banche. Ecco: oggi ci è entrata».

Perché è una rivoluzione?
Perché in teoria le banche potrebbero a breve cambiare il loro modello di business e chiudere tutti i loro sportelli, raggiungendo il loro cliente al telefono o attraverso i canali digitali.

Addirittura?
È una questione di logica. La tecnologia serve per avere la miglior esperienza utente possibile. E l’esperienza utente nei canali digitali è mille volte migliore di una fila allo sportello. Le banche stanno proponendo piattaforme digitali. Quando saranno adeguate, i clienti si sposteranno in massa.

Viva la tecnologia, quindi?
Sì, perché fa aumentare la redditività delle banche. Ma anche la chiusura degli sportelli è un problema.

Sociale, più che economico…
Dobbiamo dircelo chiaramente: la rivoluzione digitale sacrifica un mestiere, quello della persona che sta allo sportello, sostituito da chi sta al telefono o sa programmare un servizio online. La trasformazione digitale, per una fascia debole di popolazione, distrugge ricchezza e reddito.

È un po’ strano, se a dirlo il Ceo di una banca che non ha sportelli…
Se non lo fai, il costo è ancora più salato: se tieni aperti gli sportelli, il cliente paga per avere un’esperienza sub-ottimale, non è soddisfatto e va da chi ha chiuso gli sportelli. Pur con la consapevolezza del problema del reddito e della formazione, non c’è alternativa. Il costo del non fare è l’uscita dal mercato della tua azienda.

Come se la immagina la banca di domani?
Noi stiamo facendo degli esperimenti interessanti, come quello di Botteghe Digitali, ma per me la banca è un altro animale. È un’infrastruttura di dati integrata nel ciclo di vita del cliente. È il soggetto che ti fornisce quel che ti serve quando ne hai bisogno. Noi non abbiamo ancora tutte queste capacità. Queste iniziative ci danno la visione di questi temi. Ma per me la banca del futuro è radicalmente diversa da quella del presente. Più magra, snella. Agile. Con infrastrutture tecnologiche integrate coi clienti.

Faccia un esempio…
Un artigiano ha flussi di entrata e uscita talmente agganciati alla banca che la banca li vede istantaneamente. La banca sa istantaneamente quanto finanziare il circolante e il lungo termine. E i cicli si chiudono. Le sofferenze ci stanno sempre, ma in un mondo di questo tipo il rischio è molto minore. Noi banche trasformiamo il rischio in costo. Se riduci il rischio, riduci i costi. Le banche, se questo accadrà, saranno molto più tecnologiche e molto più magre in termini di addetti.

«Se tieni aperti gli sportelli, il cliente paga per avere un’esperienza sub-ottimale, non è soddisfatto e va da chi ha chiuso gli sportelli. Pur con la consapevolezza del problema del reddito e della formazione, non c’è alternativa. Il costo del non fare è l’uscita dal mercato della tua azienda»

Giovanni Bossi, Banca Ifis

Anche il governatore Visco, recentemente, ha detto che non abbiamo così tanti sportelli e addetti più degli altri…
È un mito da sfatare. Noi abbiamo più sportelli degli altri Paesi in Europa, - 20% circa - e questo porta tanti professoroni a dire che la situazione italiana non è grave come sembra. In realtà non è che noi non siamo messi male, è che gli altri - Francia, Germania - sono messi male quasi come noi. Noi potremmo avere uno sportello ogni 20mila abitanti. Detto questo, non critico Visco: lui ha a cuore le risorse umane e fa bene. Dobbiamo tutelarci dai danni dell’innovazione tecnologica, su questo ha ragione. Ma il problema va guardato tutto assieme.

UniCredit però ha annunciato tagli per più di seimila addetti. La rivoluzione sta arrivando anche in Italia?
UniCredit, nel suo nuovo piano industriale, ha cominciato a fare passi importanti. Lo fa, Mustier, perché deve chiedere risorse agli azionisti e sa che comunicare e realizzare queste cose piace ai mercati. In assenza di queste premesse, perché un Consiglio di Amministrazione dovrebbe decidere di muoversi con determinazione nel portare i clienti sull’innovazione digitale?

Già, perché?
Perché rendere concorrenziale l’online vuol dire mettere fuori mercato gli sportelli di quella stessa banca. Oggi alla Governance di buona parte delle banche italiane non interessa creare valore per gli azionisti. Sono in larga parte composti da persone, spesso in là con gli anni, che rappresentano “interessi” particolari.

«Cosa vuol dire per una banca essere attenta al territorio? Se significa dare credito preferibilmente a un territorio è un errore. La banca deve dare credito a chi glielo rende»

Giovanni Bossi, Banca Ifis

Il problema è nella testa, quindi…
La cattiva governance rallenta l’innovazione, perché non vuole pagarne il prezzo. Risultato? Il prezzo lo paga la collettività dei clienti. 100mila clienti girano soldi su banche online perché vivono una buona esperienza utente e hanno buon tasso d’interesse. Senza un’offerta online, le banche continuerebbero a offrire esperienze utente brutte e le farebbero pagare care. E questo significa non tutelare gli interessi dei clienti.

È il famoso rapporto coi territori d’origine che sta rovinando la vita alle banche?
L’innovazione è stata certamente frenata da un malinteso riassumibile così: io sono vicino al territorio, do credito, quindi apro sportelli, finanzio imprese che non stanno bene. Tu, cliente, paghi questa mia generosità. Paghi i servizi tantissimo, paghi perché compri azioni, paghi perché sottoscrivi obbligazioni subordinate. Sarebbe servita, per evitare questo tipo di comportamenti, una fermezza etica che non c’è stata.

Locale non è bello?
No, non lo è. Conoscere i clienti è un dovere. Credere che la governance sul territorio sia un valore è un concetto da pazzi. Tu devi avere i servizi sul territorio, la governance può essere anche fuori dai confini nazionali.

Tesi non esattamente popolare, di questi tempi...
Cosa vuol dire per una banca essere attenta al territorio? Se significa dare credito preferibilmente a un territorio è un errore. La banca deve dare credito a chi glielo rende.

Non sono in molti a pensarla come lei…
Probabilmente molti più di quanti possiamo immaginare. Solo che probabilmente non lo sapremo mai.

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