Sovranista e me ne vanto: ecco tutti gli autori cui si ispira la destra no global

Prima erano solo Alain de Benoist e Ezra Pound. Oggi anche Michel Onfray, Eric Zemmour, Alain Finkielkraut e Regis Debray fanno parte della biblioteca del sovranista di destra, diventato l'ultimo erede dei no global

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4 Febbraio Feb 2017 0830 04 febbraio 2017 4 Febbraio 2017 - 08:30

È successo che la destra è diventata no global. Una trasformazione avvenuta in nome del sovranismo, che banalmente si può riassumere nell’imperativo di restituire potere al popolo sovrano all’interno di ciascuna nazione. Seguendo questo assioma oggi sono i militanti della destra, spesso definita “estrema”, a farsi paladini della contestazione al mondo globalizzato. Vi si oppone una generica visione liberale dei diritti diffusi, perno della superiorità dell’Occidente che continua a guardare con spirito “missionario” ai popoli non garantiti da Costituzioni progressiste.

Ma per i sovranisti il punto non è questo: il punto è molto più “radicale” e consiste nell’opporre al turbocapitalismo, al predominio delle banche e al pensiero unico del “politicamente corretto” la forza della volontà popolare. A voler essere rigorosi, si fondono in questa istanza i lasciti del giacobinismo più arrabbiato (da noi rappresentato dai Cinquestelle) e quelli di un certo tradizionalismo spiritualista (che Matteo Salvini ad esempio cerca di interpretare portando fiori sulla tomba di Federico II a Palermo imitando il fervore dei lepenisti verso Giovanna d’Arco).

Un pensiero che sarebbe errato considerare “di nicchia” o minoritario. Non è più possibile farlo dopo che una serie di fenomeni – dalla vittoria della Brexit a quella di Trump – ha fornito alle idee sovraniste nuovo slancio e ulteriore diffusione. E non parliamo solo di slogan o frasi fatte. I cosiddetti sovranisti – bollati per lo più come populisti dall’establishment – possono vantare riferimenti intellettuali di tutto rispetto. Nella biblioteca del sovranista di destra non troviamo più solo lo scontato Alain de Benoist col suo elogio del comunitarismo o l’icona Ezra Pound con il suo canto Contro Usura o le invettive del filosofo russo Alexsandr Dugin – cultore di Julius Evola - per il quale Russia e Europa devono fare fronte comune contro il liberalismo che vuole liberare l’individuo da ogni vincolo.

No. La bibliografia si è aggiornata. A partire dalla difesa sovranista della civiltà europea del filosofo Alexander Dugin. Vi entra di diritto Michel Onfray, il filosofo anticlericale che i critici hanno ribattezzato “lepenista oggettivo” dopo che si è rifiutato di accodarsi alla commozione generale per la foto del piccolo siriano Aylan morto annegato e divenuto simbolo del dramma dei profughi. Onfray è un feroce avversario della schizofrenia culturale che asseconda il nichilismo europeo, non ha paura di dire che il Corano è un libro misogino e che l’Europa dominata dai mercati è giunta allo sfinimento. Di qui i suoi applausi per un altro libro molto apprezzato dai sovranisti orfani di Oriana Fallaci.

Parliamo del romanzo di Houellebecq, Sottomissione, che racconta appunto della conquista inarrestabile dell’Islam dal volto moderato di una Francia che, dimentica della sua storia, sa opporre come baluardo solo un libero pensiero privo di energia e vigore (il protagonista del romanzo è uno studioso del decadente Huysmans).

Come si vede è la Francia il laboratorio culturale della nuova destra sovranista, quello dal quale Marine Le Pen attinge le sue parole d’ordine contro euro e moschee. La Francia dove l’economista Jacques Sapir non si stanca di spiegare che l’euro è una moneta incompatibile con la democrazia: «La questione della compatibilità tra l’euro e la democrazia si pone oggi con una rilevanza molto particolare. Questa moneta – dice Sapir - ha imposto alla Francia di cedere la propria sovranità monetaria ad un’istituzione non eletta, la Banca Centrale Europea. Essa impone ora alla Francia di cedere alla Commissione Europea, altra istituzione non eletta, interi settori della politica fiscale e di bilancio. Cosa resta allora del patto politico fondamentale che vuole che il potere di tassare un popolo venga ceduto solo in cambio del controllo sovrano dei rappresentanti del popolo sul bilancio del paese in questione?».

La Francia, ancora, dove il pamphlet di Eric Zemmour, Il suicidio francese, ha scalato le classifiche dei libri più venduti. Zemmour è, come Onfray, un intellettuale controcorrente. Se gli metti davanti un tabù da demolire la sua vivacità critica si scatena. Già col suo libro L’uomo maschio aveva attaccato la “società femminilizzata”. Poi si è messo all’opera per decostruire, in ottanta capitoletti, i “decostruzionisti” figli del Sessantotto. Rivoluzione quanto mai nefasta, quest’ultima, perché dopo di essa ha imperato il “trittico: derisione, decostruzione, distruzione”, che ha minato “le fondamenta di tutte le strutture tradizionali: famiglia, nazione, lavoro, stato, scuola. L’universo mentale dei nostri contemporanei è diventato un campo di rovine. Il successo intellettuale delle scienze umane ha distrutto tutte le certezze. Come aveva previsto nel 1962 Claude Lévi-Strauss "scopo ultimo delle scienze umane non è costruire l’uomo, ma dissolverlo”. Quella che Zemmour vuole narrare è la “storia di uno spossessamento assoluto, di una disintegrazione inaudita; di una dissoluzione nelle ‘acque gelide’ dell’individualismo e dell’odio di sé”, spiegabile con quello che l’autore definisce la “nostra passione smodata per la rivoluzione, che ci ha accecati e sviati. Ci è stato inculcato che la Francia è nata nel 1789, mentre aveva già più di mille anni dietro di sé”.

È successo che la destra è diventata no global. Che una serie di fenomeni ha fornito alle idee sovraniste nuovo slancio e ulteriore diffusione. Da Alain de Benoist e Ezra Pound, da Michel Onfray a Eric Zemmour, passando per Alain Finkielkraut e Regis Debray; questa è la biblioteca della nuova destra

Un poderoso pessimismo è il filo nero che lega Onfray a Zemmour e a Houellebecq e che si ritrova anche nell’opera di un altro intellettuale molto apprezzato dai lepenisti, Alain Finkielkraut, autore de L’identità infelice, una critica serrata all’idea della nazione come “aeroporto”. Anche sul razzismo Finkielkraut, figlio di polacco un sopravvissuto ai campi di sterminio, ha idee molto scorrette. L’antirazzismo è diventato ideologia-tabù, come il comunismo. È razzista, allora? No, solo non prende molto sul serio la teoria di Rousseau per la quale siamo tutti buoni ed è la società a farci “deviare”. Finkielkraut ha smesso di essere considerato uno dei più eminenti esponenti della sinistra francese quando, ai tempi della rivolta nelle banlieues (2005), se ne uscì accusando islamici e neri di avere fomentato i disordini. Finkielkraut ha dichiarato guerra al politicamente corretto soprattutto ergendosi a difensore della lingua francese. «Quando sento che Mohamed è il nome proprio più frequente nella regione parigina – dichiarò in un’intervista – mi allarmo, e quando sento l’ex alto commissario del governo Martin Hirsch dire in tv che l’integrazione sarà completa il giorno in cui dei genitori cattolici chiameranno il loro figlio Mohamed, mi dico che a forza di politicamente corretto la Francia cammina con le gambe per aria». Si tiene lontano infine dalla “cultura del piagnisteo” (che il sovranista di destra bolla come “buonismo”): «Salvare delle vite: questa è la missione mondiale del medico del mondo. Costui è troppo occupato a riempire di riso la bocca che ha fame per ascoltare la bocca che parla. Le parole non rientrano nell’ambito della sua sollecitudine. Ciò che richiede il suo intervento sono le popolazioni martoriate, non i popoli volubili; l’esperanto dei lamenti, non le lingue opache e particolari. I corpi di cui si occupa sono, se così si può dire, disincarnati».

Il motto di Trump “America first” (che per ogni buon sovranista si traduce nello slogan “mai più stranieri in casa propria”, cioè dentro i confini della propria nazione) trova una sua dignità ideologica grazie alle riflessioni di Regis Debray col suo Elogio delle frontiere. Secondo Debray, già compagno e amico di Che Guevara, la frontiera non è che un bisogno naturale dell’uomo e dei popoli, anzi l’idea di separazione si ritrova alla base di tutti i miti fondativi. Anche nella Bibbia Dio separa le tenebre dalla luce. Un gruppo umano si dà forma e diventa popolo proprio grazie ai confini e l’appartenenza a quello spazio, fonda un’identità che si contrappone a quella dell’individuo “cittadino del mondo”.

Non solo in Francia è presente il serbatoio culturale cui attingono i sovranisti. In Italia da tempo ci sono gruppi che difendono le stesse tesi grazie ad alcune testate,come L’Intellettuale dissidente o La voce del Ribelle di Massimo Fini e anche a case editrici come la bolognese Arianna di Eduardo Zarelli. Di una discreta risonanza godono le osservazioni di economisti no euro come Claudio Borghi e Alberto Bagnai anticipati dalle riflessioni contro il capitalismo globalizzato del filosofo Costanzo Preve. In questo contesto trovano spazio anche autori emergenti, come Paolo Borgognone che, con il suo ponderoso studio-denuncia L’immagine sinistra della globalizzazione documenta il progressivo allineamento dell’Italia agli orizzonti liberisti che scavalcano la sovranità del popolo e la dignità dei lavoratori in nome dell’idolatria del mercato.

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