Il boom delle startup francesi spinge Macron verso l’Eliseo

La nouvelle economie transalpina è la più dinamica d’Europa. Merito di scelte di politica industriale, scuole che funzionano, imprenditori capaci. Ora però vuole contare, e l’ex ministro dell’economia del governo Hollande, lo sfidante più accreditato di Marine LePen, è il suo campione

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6 Febbraio Feb 2017 0950 06 febbraio 2017 6 Febbraio 2017 - 09:50

Il clamoroso successo di Emmanuel Macron può sorprendere, soprattutto tra chi considera la Francia un paese tradizionalista, ancora ancorato ad una visione statalista dell’economia e restio a dare fiducia a un giovane riformista. In realtà, al di là delle circostanze eccezionali che stanno caratterizzando la campagna presidenziale (l’eliminazione di Alain Juppé e Manuel Valls nelle rispettive primarie, lo scandalo intorno a François Fillon, la scelta di un candidato socialista molto a sinistra come Benoit Hamon), c’è un motivo più profondo e forse inatteso che spiega la capacità del giovane tecnocrate a sedurre l’elettorato. A dispetto delle apparenze, la Francia sta diventando leader europeo della New Economy e Macron più di chiunque altro (anche in Europa) incarna le aspettative di un nuovo ecosistema imprenditoriale e produttivo.

La classifica Technology Fast 500 di Deloitte misura ogni anno la performance delle più brillanti start-up del Vecchio Continente. La Francia occupa la prima posizione nel 2016, con 94 società, superando agevolmente la Gran Bretagna (70) e la Germania (appena 23): per carità di patria omettiamo di segnalare che nel Belpaese ce ne se sono meno che in Turchia o in Polonia e che la start-up italiana che cresce di più occupa la 45esima posizione a livello continentale. Le principali 500 jeunes pousses esagonali impiegavano poco meno di 60 mila persone nel 2012, più di 100 mila a fine 2015 (fonte Statista/ Les Échos). L’anno scorso, gli investimenti nelle start-up hanno raggiunto 2,25 miliardi di euro (+34%) per 587 operazioni (+18%) (fonte eCap Partner), in contro-tendenza rispetto al rallentamento osservato a livello globale. In un contesto di tassi d’interesse bassi, imprese del high-tech, fondi di private equity, fondi sovrani e family offices sono indotti a realizzare investimenti più rischiosi. Ci sono casi in cui le somme raccolte non hanno nulla da invidiare alla Silicon Valley: l’operatore di cloud OVH ha ricevuto 267 milioni da KKR e TowerBrook (battendo il record di 200 milioni stabilito da Blablacar nel 2015) e altre tre società hanno superato i 100 milioni (Sigfox nell’Internet of Things, Devialet nelle casse acustiche ad alta definizione e il servizio di streaming Deezer) (fonte PitchBook).

La classifica Technology Fast 500 di Deloitte misura ogni anno la performance delle più brillanti start-up del Vecchio Continente. La Francia occupa la prima posizione e nel 2016 gli investimenti nelle start-up hanno raggiunto 2,25 miliardi di euro, in controtendenza rispetto al rallentamento osservato a livello globale

Gli unicorni (società valorizzate al di sopra del miliardo di dollari) sono però pochine, solo tre su 47 in Europa (fonte GP Bullhound). Sono Ventes-privées, Criteo (che sviluppa software per misurare la performance della pubblicità online ed è una delle tre società francesi quotate al Nasdaq) e Blablacar. Aspirano a integrare questo club di società rare, quasi mitiche, nuovi campioni come Theano Advisors, una società di consulenza che è cresciuta del 6000% in tre anni (cioè triplicando il fatturato ogni anno). Complessivamente sono una trentina le società della French Tech (tutte ancora abbastanza sconosciute, come J’aime, Art-Fi, Matooma, BBB SAS, Actility) che dal 2012 hanno avuto tassi di crescita superiori al 1000%.

Come spiegare il successo di questo ecosistema? Sicuramente gioca la qualità del sistema di istruzione scientifica e ingegneristica, ma anche le eccellenti écoles de commerce (due nel top 3 europeo, sette nel top 20, e 25 nel top 90, secondo il Financial Times). Contribuisce poi la disponibilità di infrastrutture (non va dimenticato che la Francia è il paese del Minitel, antesignano di Internet) e l’accesa concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni. Sono arrivati soggetti esteri importanti, come Point Nine Capital o Accel Partner.

Non sarebbe una storia francese, ovviamente, se non ci fosse anche una politica industriale attiva. Bistrattato per tanti motivi, François Hollande aveva avuto l’intuizione del 2012 di nominare un Ministro per l’economia digitale, Fleur Pellerin (che una volta abbandonata la politica ha recentemente lanciato un fondo, Korelya Capital). Oltre che con misure per favorire il capitale di rischio e incoraggiare la quotazione sul mercato Alternext, il governo sostiene fortemente la partecipazione della French Tech al Consumer Electronic Show di Las Vegas (dove Macron andò nel 2015, alla testa di una delegazione di 120 espositori), mentre Bpifrance nel 2016 è stato il più attivo acquirente europeo di società sostenute da private equity (con 20 deals, rispetto a 12 per Carlyle o nove per KKR, ad esempio).

Tornando a Macron, ha fatto per il momento l’en plein in questo mondo, ricevendo il sostegno pubblico di tanti imprenditori – Marc Simoncini di Meetic, Jacques-Antoine Granjon di Ventes-privées, Ludovic Le Moan di Sigfox e Frédéric Mazzella di BlaBlaCar – mentre a presentarlo il 12 luglio scorso, nel meeting che ha lanciato En Marche, è stata Axelle Tessandier, creatrice di start-up a San Francisco. Il giovane candidato non ha ancora presentato il suo programma, ma è facile prevedere che darà grande spazio alle start-up, anche per evitare che tante si perdano per strada, prima di diventare unicorni. È la politica industriale di nuova generazione di cui l’Europa ha bisogno: speriamo che ispiri anche i politici nostrani.

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