Perché i film tratti da videogiochi non funzionano mai

Il bilancio è fallimentare, le produzioni inguardabili, le idee poche e gli spettatori anche. Non è un caso: è solo che tutta l’operazione è molto più difficile di quanto non sembri

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Eamonn M. McCormack / Getty Images

6 Febbraio Feb 2017 0808 06 febbraio 2017 6 Febbraio 2017 - 08:08

Sembrano un successo già scritto, un incasso al botteghino già fatto, e invece si rivelano sempre un flop. Perché i film derivati da videogiochi non sfondano mai? Vengono spesi molti quattrini, si impiegano i migliori attori e registi, ma i risultati latitano: come dimostra questo grafico di Rotten Tomatoes, il punteggio non è proprio alto (si salva solo Angry Birds):

Lo spiega un dettagliato articolo di The Conversation, che analizza punto per punto il problema. In generale la risposta riposa in un “un mix di conflitti tra aspettative degli spettatori e realtà commerciali”, come dice. Tradotto, il pubblico è composito: comprende i nerd appassionati di videogiochi e le persone normali, che hanno idee e attese diverse. Gli autori cercano di accontentare entrambi, ma l’equilibrio è molto difficile. Anche perché, viene fatto notare, le funzioni narrative tra videogiochi e film sono molto diverse (e le necessità commerciali di un sequel rendono ancora più arduo il lavoro degli sceneggiatori).

Insomma, nei film tratti da videogiochi c’è troppa trama. Che significa? Gli autori credono, senza sbagliare, che gran parte del fascino di un videogioco sta nella sua atmosfera: luoghi remoti, paesaggi medievali, storie di principi ed eroismi. Nel videogioco, però, questa viene sviluppata con lentezza (si può giocare per ore) mentre il film ha tempi più stretti: risultato? Troppe cose, troppe informazioni stipate in pochi minuti. Tanto che Wired, per aiutare gli spettatori smarriti, si è sentita in dovere di spiegare il trailer di Assassin’s Creed, che appariva oscuro ai non esperti.

L’altro aspetto è che, comunque, la trama di un film richiede più coerenza e logicità rispetto a quella di un videogioco. In generale, per uno sparatutto più o meno sofisticato ci si accontenta di un accenno, di un mozzicone di storia per buttare il giocatore in mezzo alla pista a menar fendenti. E a lui basta. Non serve che la narrazione sia convincente, al contrario. In un film si richiede una storia: e questo impegna non poco gli sceneggiatori, che si devono destreggiare tra gli elementi del videogioco, la necessità di conservare l’atmosfera, le esigenze della produzione. Risultato? Un casino.

È per questo, insomma, che di tutti i film ricavati da videogiochi si è salvato solo Angry Birds. Il giochino si basava su una storia così semplice da rasentare il vuoto. Gli sceneggiatori hanno avuto ampio spazio di manovra per inventare meccanismi nuovi, relazioni tra personaggi e caratterizzazioni, cosa che – di solito – non hanno.

Il flop, allora, è un avvertimento che vale per tutti. Ed è anche un invito, allora, a lasciar perdere. I produttori dovrebbero smettere di produrre film del genere, e gli spettatori di guardarli. C’è tanto altro cinema da vedere. E tanti altri giochi da giocare.

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