Ma non è tutta colpa di Virginia Raggi

La sindaca è il capro espiatorio perfetto, per giustificare tutti i guai di Roma. Ma forse, prima di immolarla, andrebbero ripartite equamente le responsabilità. Altrimenti, al prossimo giro, sarà la stessa storia

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9 Febbraio Feb 2017 1108 09 febbraio 2017 9 Febbraio 2017 - 11:08

A metterli in fila, i guai di Virginia Raggi e della giunta capitolina, non ci si crede. Assessori che rifiutano l’incarico, guerre intestine, avvisi di garanzia a pioggia, casi paradossali come l’affaire sulle polizze vita, in cui ancora non si capisce a cosa davvero servissero e se la Sindaca ne fosse al corrente, polemiche su ogni decisione presa, dalle Olimpiadi all’albero di Natale, dal Capodanno senza concertone al nuovo stadio della Roma, persino conversazioni rubate a un assessore che dice peste e corna del sindaco, per non parlare di quelle inventate di sana pianta. Tutto questo, sul corpo agonizzante di una Capitale che perde imprese, prestigio, qualità della vita.

Abbastanza per costruire una narrazione sulla peggiore amministrazione di sempre, sulla prova regina che il Movimento Cinque Stelle sia del tutto inadeguato a governare alcunché, tantomeno una grande città come Roma, tantomeno l’Italia. Il trappolone perfetto, come aveva preconizzato Paola Taverna all’inizio della campagna elettorale: farli vincere nel posto più difficile che c’è, per smascherarne l’incapacità, il doppiopesismo, per smontare il mito dei paladini dell’ho-ne-stà, della democrazia diretta, della contrapposizione manichea tra gli onesti dilettanti contro i ladri di professione.

L’incapacità, sia chiaro, non è una scusante. Né le difficoltà - ben note a chiunque, figurarsi a chi si doveva candidare alla guida della città - sono alibi. Tuttavia, prima di fare di Virginia Raggi il capro espiatorio perfetto per sanare contemporaneamente le contraddizioni interne al Movimento e la mala gestione amministrativa di chi l’ha preceduta, andrebbe sfatato qualche mito. E andrebbero distribuite in modo adeguato le responsabilità.

L’incapacità, sia chiaro, non è una scusante. Né le difficoltà sono alibi. Tuttavia, prima di fare di Virginia Raggi il capro espiatorio perfetto per sanare contemporaneamente le contraddizioni interne al Movimento e la mala gestione amministrativa di chi l’ha preceduta, andrebbe sfatato qualche mito. E andrebbero distribuite in modo adeguato le responsabilità

A chi Virginia Raggi l’ha votata, innanzitutto, vuoi consapevolmente o per disperazione. Intendiamoci, era un esperimento che aveva senso politico, legittimato peraltro da percentuali di consenso che nemmeno in Bulgaria nel 1985. Candidare una giovane, inesperta finché si vuole, più o meno estranea ai circoli di potere, alla guida di una grande città non è sbagliato in sé. Chiara Appendino sta facendo bene a Torino, Ada Colau di Podemos sta facendo altrettanto bene a Barcellona. Se è un azzardo, tanto per fare un altro esempio, lo era anche Maria Elena Boschi, più giovane ancora della Raggi, ministro delle Riforme. Evidentemente c’è un problema Roma che trascende la presunta incapacità della Sindaca a Cinque Stelle. E gli elettori dovevano esserne consapevoli, prima di affidare la città a una persona senza alcuna esperienza amministrativa.

Se questo problema esiste - punto due - è un problema che riguarda le precedenti Giunte passate dal Campidoglio, pur con differenti gradi di responsabilità. È a loro che vanno imputati i guai irrisolti di Atac, l’azienda dei trasporti, e di Ama, la municipalizzata dei rifiuti. È a loro che bisogna chiedere conto delle varie affittopoli e dell’assenza di ogni tipo di censimento e di catalogazione informatica delle proprietà immobiliari del Comune. È a loro che bisogna chiedere perché il Comune di Roma abbia 12 miliardi di debiti.

Gestire una situazione del genere sarebbe stato impossibile anche per il più esperto degli amministratori, figurarsi per dei parvenu, che sono stati eletti non per gestirla, ma per rivoluzionarla. Loro, la Raggi, i suoi quattro amici al bar, Beppe Grillo e Luigi di Maio, il Movimento Cinque Stelle tutto - terzo grado di responsabilità - avrebbero dovuto esserne pienamente consapevoli. Aprendosi alle forze sane della città - che esistono, e non sono poche - rompendo il fronte dei nemici, stimolando le energie che la società civile romana aveva da offrire. Non farlo - qualunque sia stata la motivazione che l’ha indotto - è stato un errore molto grave.

Nemmeno le forze sane della città, tuttavia, si sono messe a disposizione. La solitudine di Virginia Raggi - esemplificata dal video di una cerimonia al Quirinale in cui tutto l’establishment le sta a debita distanza quasi come se fosse un’appestata, è la prova regina di una classe dirigente che preferisce bruci la città, se serve a far cascare questa Giunta. O che, perlomeno, non vuole aver niente a che fare con chi ha il mandato e il potere di cambiarla. Sprecare un’occasione, anche la peggiore possibile, non è comunque indolore. E per il prossimo sindaco, per la prossima giunta, i cocci da raccogliere saranno ancora di più. Ieri Marino, oggi la Raggi. Altro giro, altro capro espiatorio?

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