Perché Bergoglio non combatte la corruzione invece di limitarsi a denunciarla?

A che gioco gioca Papa Francesco? In un'intervista a Civiltà Cattolica stigmatizza preti pedofili e corruzione. Ma ha già gli strumenti giuridici, prima che mediatici, per porre rimedio alla situazione

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10 Febbraio Feb 2017 1025 10 febbraio 2017 10 Febbraio 2017 - 10:25

A che gioco gioca Papa Francesco? In occasione del numero quattromila di Civiltà Cattolica, il Papa gesuita concede un’intervista alla storica rivista dei gesuiti nella quale, candidamente, tra una cosa e l’altra, lascia cadere una frase che è una bomba e sulla quale, naturalmente, il Corriere della Sera ha aperto la sua edizione: "C'è corruzione in Vaticano. Ma io sono in pace. Se c'è un problema, io scrivo un biglietto a S. Giuseppe e lo metto sotto una statuetta che ho in camera mia". Lo ripeto: a che gioco gioca Papa Francesco?

Che senso ha questa accusa se non è circostanziata? Che senso ha per un Pontefice attaccare la Chiesa, per contribuire a demolirla come istituzione senza distinguere mele sane e mele marce? E se le mele marce ci sono, perché Bergoglio non le individua? Si potrebbe pensare che Bergoglio prepara l’ennesimo repulisti in Vaticano, ma che bisogno ha il Papa di far accompagnare le sue decisioni e financo i suoi processi da un simile massaggio massmediatico che – non si può non comprenderlo – danneggia l’immagine della Chiesa?

Nell’intervista ritorna il tema dei preti pedofili, argomento sul quale, da Benedetto XVI in poi, nella Chiesa è caduto il tabù. Bene è inquadrarlo in tutti i suoi aspetti più dolorosi, invitando anche a comprendere che, in molti casi, chi si macchia di questo orrendo peccato e reato è stato a sua volta vittima in passato della stessa manifestazione del male, ma forse si poteva spendere qualche parola sulla linea dura assunta dalla Chiesa da Ratzinger a Bergoglio per perseguire i colpevoli ed evitare che in futuro episodi terribili come quelli che hanno distrutto la vita di centinaia di persone possano ripetersi.

Che bisogno ha il Papa di far accompagnare le sue decisioni e financo i suoi processi da un simile massaggio massmediatico che – non si può non comprenderlo – danneggia l’immagine della Chiesa?

Questo Papa che ci tiene tanto a definirsi "dinamico", ad amare ciò che è dinamico, invita a "discernere" sempre e a contestualizzare, a non dividere il mondo tra ciò che è Bianco e Nero e finisce col fare un sorprendente elogio del Grigio. E questo elogio del Grigio si accompagna a una tecnica comunicativa che agita ipotesi accusatorie non circostanziate ai danni delle correnti cattoliche più conservatrici, con una retorica da Bar San Pietro secondo la quale “quelli che fanno più i conservatori, i bacchettoni, poi sono anche i più sporcaccioni”. È così, abbiamo letto e compreso bene o ci sbagliamo? C’è contraddizione tra una comunicazione che strizza l’occhio a tutto ciò che è mondano e affermazioni come «il trionfalismo non va bene d’accordo con la vita consacrata»?

La Chiesa è corrotta, Papa Francesco però è «sereno» e «dorme bene». Ma c’è di più e di peggio: "Sì, nella Chiesa ci sono i Ponzio Pilato che se ne lavano le mani per stare tranquilli. Ma un superiore che se ne lava le mani non è padre e non aiuta".

Non ci interessa in questa sede e non siamo neppure all’altezza di entrare nel merito delle considerazioni teologiche di Papa Francesco, che ha parlato senza contrappesi – è un fatto – da vero Papa progressista.

Ma è veramente significativo e singolare sul piano delle scelte comunicative che un Pontefice parli in questo modo e che ricorra in qualche modo a evocare reati per condurre la propria azione. Può darsi che questo rompere per ricostruire sia un rischio calcolato da Bergoglio e dai suoi collaboratori, ma l’intervista concessa a don Antonio Spadaro sembra invece al momento un colossale boomerang per la Chiesa cattolica. Il tempo ci dirà chi ha ragione e dove realmente porterà il disegno di Papa Francesco.

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