Alla faccia di Trump, i giovani vanno contro corrente: «Viva i profughi e l’immigrazione»

Contro ogni aspettativa, la maggioranza dei giovani nati tra il 1995 e il 2001 ha dichiarato di essere a favore di leggi che rendano più facile e semplice l’immigrazione. Esistono differenze a livello geografico, ma la Generazione Z lotta per l'unità sociale

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Photo by Sarah Morris/Getty Images

11 Febbraio Feb 2017 0830 11 febbraio 2017 11 Febbraio 2017 - 08:30

Aperti, inclusivi, poco o per nulla impauriti. Questo è il ritratto che emerge della cosiddetta Z Generation - i post-millenial, se preferite - quella formata dai ragazzi nati tra il 1995 e il 2001. Una generazione nata negli anni in cui il mondo è transumato online, cresciuta a pane, iPhone e social media, che nell’immaginario collettivo è associata a una forte tendenza apolitica, anche per colpa della globalizzazione che ha - metaforicamente - preso a schiaffi la loro identità.

Prima di sputare amare sentenze, però, varrebbe la pena contestualizzare. Per la Generazione Z i rapidi cambiamenti sono una costante e l’incertezza è all’ordine del giorno: cresciuti in un periodo di turbolenza geopolitica, all’ombra della crisi finanziaria, della primavera araba e della violenza jihadista, da qui a qualche anno dovranno rimboccarsi le maniche per trovare una soluzione ai problemi che i loro genitori gli stanno lasciando in eredità perché non in grado di risolverli da soli.

Soprattutto è una generazione che ha cognizione di cosa significhi essere cittadini globali. Lo dimostra, buon ultima, una ricerca che la Varkey Foundation ha commissionato a Populus sugli atteggiamenti, le idee e le attitudini di giovani dai 15 ai 21 anni provenienti da venti Paesi diversi: Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Israele, Italia, Giappone, Nuova Zelanda, Nigeria, Russia, Sud Africa, Corea del Sud, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. Uno degli obiettivi del sondaggio era quello di andare ad analizzare questioni di cittadinanza globale: dalla speranza di un mondo migliore, alla paura del futuro, fino all’immigrazione.

Cresciuti in un periodo di turbolenza geopolitica, all’ombra della crisi finanziaria, della primavera araba e della violenza jihadista, la Generazione Z ha una visione del mondo diversa da quella dei loro predecessori. La Varkey Foundation ha commissionato a Populus un sondaggio mondiale che dà risultati inaspettati

Qui cominciano le sorprese: proprio a fronte dell’alto numero di migranti, - il più alto della storia, dice il rapporto -, è stato chiesto ai giovani della Generazione Z il loro personale parere su rifugiati e sfollati. Dati alla mano, la stragrande maggioranza degli intervistati ha dichiarato di essere a favore di leggi che rendano più facile e semplice l’immigrazione. Infatti, alla domanda se essi ritengano che il loro governo debba rendere più facile (o più difficile) per i migranti vivere e lavorare legalmente nel paese, una percentuale maggiore di giovani ha detto che sì, i governi e le rispettive politiche dovrebbero facilitare le pratiche per agevolare la regolarità del processo di immigrazione. Dai risultati è emersa anche una buona percentuale di giovani che critica gli Stati per non aver fatto, o aver fatto troppo poco per affrontare la situazione.

Questi esiti, però, variano a seconda della provenienza geografica: mentre nelle Americhe la maggior parte dei giovani è concorde a lasciare che gli immigrati vivano e lavorino nel loro Paese, gli stati dell’Africa si esprimono in maniera diametralmente opposta dichiarando che vorrebbero più sicurezza dai loro governi, in modo tale da rendere maggiormente difficile l’arrivo di profughi. Così anche la Turchia che, forse per la sua vicinanza alla Siria, si rivela essere particolarmente contraria all’immigrazione e l’unico Stato tra quelli presi in considerazione a ritenere (49%) che il governo stia facendo fin troppo per risolvere la crisi dei rifugiati.

E mentre la Turchia rimane coerente con se stessa, paesi come Corea del Sud, Israele, Nigeria e Russia ammettono la necessità di agire maggiormente per sostenere l’immigrazione, ma non sono favorevoli ad accogliere in casa propria gli esuli.

L’Europa si schiera dalla parte delle Americhe: Italia (38%) e Germania (37%) sono i due stati dell’UE che hanno risposto più positivamente a politiche facilitanti. Poco sotto il Regno Unito (31%), e fanalino di coda la Francia, dove solo il 27% crede che bisogni rendere più facile l’insediamento per gli stranieri. Che le ferite dovute al terrorismo sanguinino ancora?

In ogni caso, i sentimenti di simpatia per i migranti sono il fil rouge della Generazione Z, che è alla continua ricerca di una prospettiva futura migliore caratterizzata da più unità sociale. I fattori che, secondo gli intervistati, impediscono il raggiungimento di questo obiettivo sono principalmente la disuguaglianza economica, lo scarso accesso alle tecnologie per i paesi più poveri e la condizione elitaria dell'educazione.

Infine, in quasi tutti i Paesi del sondaggio, il 30% dei giovani è concorde a dire che ciò che contribuirebbe maggiormente a creare unità sociale sarebbe la fine del pregiudizio per motivi di nazionalità, religione e genere. Forse c'è chi contesterebbe che si tratta solo di un classico cliché, di un “pensiero evergreen” del processo di integrazione, ma forse, per la loro innata predisposizione a girare il mondo e ad essere sempre connessi, i ragazzi nati tra il 1995 e il 2001 hanno una visione diversa e una rappresentazione mentale più ampia, rispetto ai cosiddetti adulti, dell'“altro” e del “diverso”.

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