Intervista

La denuncia del garante per l’infanzia: l’Italia non è un Paese per bambini

Filomena Albano, garante da marzo 2016: “Abbiamo tante competenze e quasi nessun potere. Solo dieci persone lavorano presso l’Authority”. E sull’abolizione dei Tribunali per i minorenni, dice: “È sbagliato”

Perche Odiamo Bambini Crepet2

(Getty Images/Peter Macdiarmid)

11 Febbraio Feb 2017 0830 11 febbraio 2017 11 Febbraio 2017 - 08:30

Centomila bambini maltrattati in Italia, presi in carico dai servizi sociali. Ma se consideriamo il sommerso, il numero reale potrebbe essere oltre nove volte maggiore. In totale i bambini italiani a rischio sono più un milione. Ma dati certi non ne abbiamo. E non è l’unica cosa che manca. Il piano nazionale infanzia, approvato a novembre dopo un anno e mezzo di attesa, non può contare su risorse proprie e quindi rischia di restare inattuato. E la spesa per i bambini corrisponde solo allo 0,2% del Pil.

«In Italia per i bambini facciamo ancora poco», dice a Linkiesta Filomena Albano, da marzo Garante italiano per l’infanzia, intervenuta a Bologna nel corso degli Stati Generali sul maltrattamento all’infanzia organizzati dal Cismai (Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia). «Stanno tornando forme antiche di violenza e ne stanno emergendo di nuove. A fronte di questo, occorrerebbe un innalzamento del livello di tutela e non un depotenziamento come sta accadendo con il progetto di abolizione dei Tribunali per i minorenni».

Cosa sta accadendo nel mondo dell’infanzia italiano?
Assistiamo all’emergere di nuove forme di violenza che si pensavano debellate per sempre, come la tratta, che riguarda soprattutto le minori migranti. E nello stesso tempo emergono forme di violenza inedite perpetrate attraverso il Web, che hanno sui minori un effetto devastante. Sono nuove sfide, in mezzo alle quali continuano a esistere le varie declinazioni delle violenze tradizionali sotto forma di maltrattamento e abusi sessuali.

Sono fenomeni in aumento?
Per dire se sono o meno in aumento occorrerebbe avere un sistema attendibile di monitoraggio di questi fenomeni. Cosa che l’Italia non ha. Si può dire però che viviamo in questo momento nuove situazioni di fragilità dovute non solo all’aumento della povertà, ma anche all’arrivo di persone da Paesi lontani con problemi di adattamento, o a casi di anaffettività che sono maggiori in contesti sociali non necessariamente legati alla povertà. Davanti a tutto questo, occorrerebbe un innalzamento del livello di tutela e non un depotenziamento. Come sta emergendo con il progetto di riforma che prevede l’eliminazione dei Tribunali per i minorenni.

Lei non è d’accordo?
No. Come autorità di garanzia, abbiamo evidenziato la necessità di rivedere riforma. La procura presso il Tribunale per i minorenni è un avamposto a tutela delle situazioni di fragilità dei minori. Se viene inglobata in una procura ordinaria, finisce all’interno di un enorme calderone di stampo repressivo che mira a perseguire gli autori di reato anziché tutelare i bambini.

Ma perché ancora non sappiamo quanti siano davvero i bambini maltrattati in Italia?
Il problema dei dati è un problema italiano. Le Nazioni unite hanno più volte evidenziato che in Italia manca un sistema organico di rilevazione e monitoraggio dei dati sul maltrattamento nell’infanzia. Occorre mettere a sistema le banche dati nazionali in modo che i vari comparti - ministero dell’Interno, ministero della Giustizia, servizi sul territorio - dialoghino tra loro e alimentino una rilevazione su base censuaria e non campionaria.

Come state affrontando l’arrivo di tanti minori stranieri non accompagnati?
Abbiamo istituito un tavolo al ministero, chiedendo una cabina di regia nazionale, una cartella sociale in cui fare lo screening della storia minore e della sua migrazione, oltre che una nomina rapida e tempestiva del tutore del minore. In più io personalmente sto seguendo un progetto di monitoraggio nei centri di prima accoglienza governativi. Siamo già stati a Firenze, Bologna e Torino. L’esito di questo monitoraggio si dovrebbe avere intorno a giugno.

Il Garante per l’infanzia in Italia è stato istituito solo a fine 2011, con vent’anni di ritardo rispetto alla ratifica della Convenzione delle Nazioni unite sull’infanzia. A che punto siamo?
Questo è il primo anno in cui l’autorità esprimerà alle Nazioni unite il proprio parere sul rapporto che lo Stato italiano deve presentare sull’infanzia ogni cinque anni. Il rapporto va trasmesso entro il 6 aprile prossimo, ma allo stato attuale non abbiamo ancora il rapporto su cui esprimere il parere.

Chi deve mandarvi il rapporto?
Il rapporto deve arrivare governo italiano. L’organo che fa da collante è l’Osservatorio sull’infanzia, che però ancora non è stato costituito. Mi auguro che avremo a disposizione un tempo congruo per esprimere il parere. Il 6 aprile è alle porte, ma il rapporto ancora non l’ho visto.

Ma cosa può fare concretamente il Garante?
Le competenze attribuite dalla legge istitutiva sono tante, alcune generiche altre ultronee. Si dice ad esempio che il Garante deve segnalare gli abusi sui minori alla Procura. Ma quale pubblico ufficiale non lo farebbe! Il problema è che a fronte di quattro-cinque pagine di competenze non sono previsti poteri funzionali corrispondenti. Manca una forza cogente, al contrario delle altre Authority. Alcune delle quali, come l’Agcom o il Garante della privacy, hanno mantenuto alcune competenze sui minori.

Cosa servirebbe?
Si deve fare di più, in termini di organizzazione e anche di risorse. E deve essere potenziato il Garante, rivedendo la legge istitutiva. Basti pensare che oggi lavorano per l’authority solo dieci persone, che non sono nemmeno in organico, ma in prestito da altri ministeri.

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