Spaghetti made in Canada: ormai una confezione di pasta su tre è fatta con grano straniero

Ormai il 30-40 per cento del grano duro usato dalle nostre industrie alimentari proviene dall’estero, il primo fornitore resta il Canada. Oltre alla pasta, il fenomeno riguarda il pane. Negli ultimi anni è boom di importazioni di grano tenero dall’Ucraina. A rischio 300mila aziende italiane

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11 Febbraio Feb 2017 0830 11 febbraio 2017 11 Febbraio 2017 - 08:30

Spaghetti canadesi e maccheroni turchi. Siamo il paese della pasta, ma almeno una confezione su tre è fatta con grano straniero. Alla faccia del made in Italy. Come denuncia un’interrogazione parlamentare depositata pochi giorni fa dal leghista Guido Guidesi, ormai il 30-40 per cento del grano duro usato dalle nostre industrie alimentari proviene dall’estero. Un fenomeno in crescita: nel primi quattro mesi del 2016 le importazioni sono aumentate del 10 per cento. Non solo pasta, però. Senza saperlo, può capitare di mangiare pane ucraino. Gli arrivi di grano tenero da quel paese, infatti, sono aumentati del 315 per cento solo nel 2015. Raddoppiate le importazioni di grano dalla Turchia, il primo fornitore di grano duro resta invece il Canada. Un fenomeno per certi versi paradossale. «Non è accettabile - scrive il deputato leghista - che il primo fornitore di grano duro dell’Italia, quale è il Canada, possa esportare a dazio zero, mentre applica una aliquota fino all’11 per cento all’ingresso della pasta in arrivo dall’Italia sul proprio territorio». Una questione commerciale, ma anche igienico-sanitaria. Anche perché, denuncia Guidesi, in molti dei paesi extracomunitari da dove proviene il grano che finisce sulle nostre tavole «sono utilizzati prodotti e fitosanitari vietati da anni in Italia e in Europa».

Spaghetti canadesi e maccheroni turchi. Siamo il paese della pasta, ma almeno una confezione su tre è fatta con grano straniero

A farne le spese sono anche i nostri agricoltori. Le manovre speculative sul mercato hanno portato a un crollo dei prezzi del grano italiano. Solo lo scorso anno gli operatori del settore hanno denunciato perdite per oltre 700 milioni di euro. Il grano duro, destinato alla produzione di pasta, ha perso il 43 per cento del valore, ormai viene pagato 18 centesimi al chilo. Come trent’anni fa. Il grano tenero destinato alla produzione di pane ormai è sceso a 16 centesimi al chilo. A lungo andare, si legge nel documento parlamentare, sono a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro. Intanto sulle nostre tavole cresce la percentuale di materie prime straniere. «Nei porti italiani continuano a giungere navi importatrici di grano che oltre a contribuire alla diminuzione del prezzo, hanno anche problemi di tracciabilità e salubrità del prodotto importato».

In ballo non c’è solo la salute dei consumatori. Ma, come si legge nell’interrogazione, anche il destino di circa 300mila aziende italiane

Come intervenire per invertire la tendenza? L’ultimo governo ha già creato un fondo da 10 milioni di euro per qualificare le produzioni italiane e valorizzare i nostri prodotti. Un finanziamento introdotto la scorsa estate «per dare avvio a un piano nazionale cerealicolo che consenta ai trasformatori di acquistare sempre più prodotto made in Italy», come ha spiegato il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. Forse, spiega Guidesi, non è ancora abbastanza. Per tutelare i produttori italiani di grano si potrebbe introdurre l’obbligo di indicare in etichetta l’origine della materia prima utilizzata per la pasta, accortezza che oggi non esiste. E con questa l’indicazione dell’anno di produzione e «il divieto di utilizzare un prodotto extracomunitario oltre i 18 mesi dalla data di raccolta». In ballo non c’è solo la salute dei consumatori. Ma, come si legge nell’interrogazione, anche il destino di circa 300mila aziende italiane che coltivano grano su un territorio di circa 2 milioni di ettari. Il 15 per centro dell’intera superficie agricola nazionale.

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