Zitti e governate! Ma le faide del Pd paralizzano (di nuovo) l’Italia

Sette mesi buttati per il referendum costituzionale, un anno e otto mesi per la legge elettorale. E ora un nuovo congresso, che rischia di far cadere il governo, mentre sette italiani su dieci vogliono che vada avanti. E farebbero volentieri a meno delle risse tra i i democratici

Renzi Torna In Campo
13 Febbraio Feb 2017 0801 13 febbraio 2017 13 Febbraio 2017 - 08:01

La spietata cronologia dei fatti racconta la palude italiana più di cento retroscena. Sette mesi, dal 6 maggio al 4 dicembre 2016, ad aspettare il voto sulla riforma Costituzionale, con il Paese paralizzato in attesa del verdetto. Un anno e otto mesi, dal maggio 2015 al gennaio 2017, per conoscere la sorte della legge elettorale, infine smontata dalla Consulta. E ora che siamo in febbraio, al Paese viene chiesto un ulteriore passaggio nel pantano: aspettare che il Pd risolva la faida interna contro il suo segretario. Nell’ipotesi più celere, altri tre o quattro mesi. Ma se prevarrà l’idea di “tempi ordinari” altri otto o nove, fino a novembre. Ci ritroveremo a fare l’albero di Natale con gli stessi punti interrogativi dello scorso anno, e dell’anno prima, sempre alle prese con quella che sembra essere diventata la nostra specialità: una infinita campagna elettorale senza elezioni, il pre-partita ansiogeno di un derby che non si gioca mai mentre ogni decisione viene procastinata, ogni adempimento rinviato al “dopo”.

L’Italia all’inizio ci ha preso gusto. Ha tifato col consueto spirito di fazione prima per il leader rottamatore o contro di lui, poi per le sue riforme o contro di loro, ha applaudito il Jobs Act ed è andata ai tavoli Cgil per abrogarlo, si è divisa con animosità sul Sì e sul No, ha preso parte al duello sulla legge elettorale. Adesso appare un po’ stufa. Le rilevazioni di Demos e Ipsos per il Corriere e per Repubblica danno i due poli di questa nevrotica partita – Pd e Cinque Stelle – in netto calo e attribuiscono al premier Paolo Gentiloni una quota di consenso (47 per cento) piuttosto sorprendente per un capo del governo pro tempore come è stato rappresentato. Il messaggio appare piuttosto chiaro: “Sospendete il duello e mettetevi a governare”. Ma chi lo ascolta?

Matteo Renzi sa che se giocasse la partita in guanti bianchi, guardando alle sue responsabilità verso il Paese, dovrebbe archiviare il sogno di tornare al governo: già l’Italia sembra averlo dimenticato, già l’Europa parla col suo successore (e sembra esserne soddisfatta), già i media lo declassano nei tagli bassi delle pagine

Mai come in questo passaggio le regole della politique politicienne sembrano in conflitto con quelle del buonsenso e dell’interesse del Paese. Nel Pd c’è un leader ferito, estromesso da Palazzo Chigi, che perde sostegno di importanti spezzoni, ed è ovvio che alle sue molte opposizioni interne questo appaia come il momento giusto per liberarsene: da tempo lo considerano un usurpatore, e se non ora quando? Dall’altro lato Matteo Renzi sa che se giocasse la partita in guanti bianchi, guardando alle sue responsabilità verso il Paese, dovrebbe archiviare il sogno di tornare al governo: già l’Italia sembra averlo dimenticato, già l’Europa parla col suo successore (e sembra esserne soddisfatta), già i media lo declassano nei tagli bassi delle pagine. O adesso o mai più, si dice Renzi, e probabilmente ha ragione: senza qualcosa che confermi la sua personale centralità – un congresso o le primarie, se non il voto anticipato – rischia di passare alla storia come un altro Achille Occhetto, il leader che portò il Pci alla svolta, ma ne fu triturato.

In altri tempi l’Italia avrebbe aspettato con pazienza, e magari si sarebbe pure appassionata a questo tipo di dibattito. Anche gli antichi congressi Dc bloccavano le istituzioni per mesi e determinavano le sorti dei governi senza che nessuno ci trovasse niente di strano. La congiura congressuale era un classico: alle assise del 1989 Ciriaco De Mita entrò premier e segretario di partito, apparentemente invincibile, e ne uscì ex-segretario e premier di un governo in crisi, che infatti sopravvisse pochi mesi. E però erano i tempi del benessere, ci potevamo permettere quel tipo di palude che non incideva più di tanto sulle vite dei singoli, delle imprese, della società. Oggi, con l’occhiuto attenzionamento dell’Europa, le cose sono assai diverse. C’è una posta in palio, nel dibattito interno al Pd, che non riguarda solo i suoi dirigenti ed i suoi iscritti ma ogni singolo cittadino, per chiunque voti.

È una consapevolezza, questa, che i Democratici dovrebbero acquisire e tener presente nelle prossime settimane: la loro partita è, in qualche modo, quella del Paese. Difficilmente il Paese li perdonerà se dovessero gestirla con la sconsideratezza che molti hanno mostrato nelle ultime ore, sacrificando al loro interesse di singoli, di gruppo o sottogruppo il poco che resta dei nostri equilibri nazionali. E sarà molto difficile, se e quando si arriverà al voto, chiedere una scelta di responsabilità se responsabili non si è stati.

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