È l’Italia il problema dell’Europa, non il contrario

Siamo il Paese dell’Unione in cui il Pil crescerà di meno, l’unico in cui il debito pubblico aumenterà. E ancora siamo qui a prendercela con l’Euro cattivo e con le tecnocrazie ottuse? Non sarebbe meglio un salutare bagno di realtà?

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PHILIPPE HUGUEN / AFP

14 Febbraio Feb 2017 1015 14 febbraio 2017 14 Febbraio 2017 - 10:15
WebSim News

Dopo anni passati a dirci che il problema dell’Italia è l’Europa, dovremmo cominciare a dirci piuttosto chiaramente - noi per primi - che il problema dell’Europa si chiama Italia. Mancassero le prove, ieri la Commissione Europea ha presentato le previsioni sull’andamento economico dei Paesi dell’Unione Europea per il 2017 e per il 2018. Ed è curioso come in Italia sia passato sotto silenzio - meglio: sotto il rumore bianco della rissa permanente nel Partito Democratico, delle figuracce assortite del Movimento Cinque Stelle a Roma, delle baruffe tra Berlusconi e Salvini - un grafico piuttosto didascalico e impietoso, nello sbatterci in faccia come stiamo.

Questo:

Non ci vuole un master in economia per capirlo. Di tutti i ventotto Paesi europei - Regno Unito compreso - l’Italia è l’unico che nel 2017 crescerà a un tasso inferiore all’uno per cento. Già, l’unico. Perché anche la povera e misera Grecia fa segnare un lusinghiero +2,7%, che diventerà +3,1% nel 2018. Per non parlare della Spagna, che veleggia stabilmente sopra il 2%, o del Portogallo, che danza attorno tra l’1,5 e il 1%, così come Francia e Germania. Mentre noi ci fermeremo allo 0,9% nel 2017 per crescere sopra l’asticella dell’1% nel 2018.

L’Europa dell’austerità e delle tecnocrazie se la passa bene. Il Pil cresce più del previsto. La disoccupazione scende sotto la soglia del 10%, l’inflazione tende ormai spedita al 2%, nonostante i prezzi delle materie prime continuino a calare. E tutti i Paesi, tranne il nostro, ne beneficiano: l’Italia è l’unico che nel 2017 crescerà a un tasso inferiore all’uno per cento

Può sembrare una classifica tra le tante, buona a piangerci addosso, ma diventa cruciale nell’anno in cui la Banca Centrale Europea diminuirà i suoi acquisti di titoli di Stato. Perché ovunque il rapporto debito/Pil scende o perlomeno rimane stabile - dal - 7 della Grecia al - 6 della Germania, dal- 3 del Portogallo ai pochi decimali di Francia e Spagna, comunque entrambi sotto la soglia del 100% deficit/Pil - mentre solo in Italia è destinato a salire dal 132,8% del 2016 al 133,2% del 2018.

Ricapitoliamo per chi è poco avvezzo ai numeri. L’Europa dell’austerità e delle tecnocrazie (cit.) se la passa bene. Il Pil cresce più del previsto. La disoccupazione scende sotto la soglia del 10%, l’inflazione tende ormai spedita al 2%, nonostante i prezzi delle materie prime continuino a calare. E tutti i Paesi, tranne il nostro, ne beneficiano.

Colpa delle tecnocrazie e dell’austerità? Difficile sostenerlo, visto che dove la Troika ha picchiato più duro si cresce più che da noi. Colpa dell’Euro? Altrettanto complesso da provare, visto che dovremmo spiegare come mai siamo gli unici a soffrirlo, nonostante il nostro saldo di partite correnti - la differenza tra importazioni ed esportazioni - sia, al netto di quello tedesco, il migliore tra le grandi economie dell’Unione.

Che la colpa sia legata al fatto che l’Italia «da due decenni, ben prima dell’Euro, non ha più un modello di crescita» per dirla con le parole usate da Federico Fubini stamattina sul Corriere della Sera? Questo è già più probabile. Tranquilli, però: nessuno ne parla. Né alla direzione del Pd, né nelle sale server della Casaleggio e Associati. Si balla, sul Titanic. Fino all’ultima nota.

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