Le storie d’amore che durano? Sono quelle in cui non ci si ama

Si assiste a una retromarcia in tutto l’Occidente: forse le coppie migliori non sono quelle che si impegnano ad amarsi per sempre, ma quelle che imparano a gestire l’odio e la mancata sopportazione dell’altro

Anna Karenina
14 Febbraio Feb 2017 0950 14 febbraio 2017 14 Febbraio 2017 - 09:50

Esiste una app che fa incontrare persone che odiano le stesse cose. Si chiama Hater, l’ha inventata Brendan Alper e il suo strillo è “condividi le cose che odi con chi ami”. Esiste da tempo, ma sui giornali italiani si è cominciato a leggerne da qualche giorno, intorno a da San Valentino. Un tempismo interessante.

Chissà che innamorarsi in nome dell’odio non preservi dall’epilogo dell’odiarsi e dalla ipocrisia di nasconderlo, quel tappeto sotto al quale giacciono la giovinezza, Jacques Prevert, Catullo e il posto del cuore dove tira sempre il vento.

"È stato come un vento”, dice Aldo a Nadar, il suo più vecchio amico, quando gli racconta i quattro anni trascorsi lontano dalla sua famiglia, una moglie e due figli che aveva abbandonato per stare con Lidia, l’unica donna che gli sembra di aver mai amato, la sola con cui il tempo era stato vivere e non correre verso la fine. Aldo è il protagonista di Lacci, il romanzo che Domenico Starnone ha pubblicato due anni fa, vendendo qualche migliaio di copie a settimana per diversi mesi, e ora portato a teatro (a Roma all’Eliseo fino al 12 febbraio, dopo un tour che ha toccato Milano, Tortona, Napoli), con enorme successo di pubblico.

Dopo quei quattro anni di vento e luce, però, Aldo (che a teatro è un magnifico Silvio Orlando) torna a casa. Da una moglie che gli fa paura e due figli che, da adulti, penseranno a lui solo per impedirsi di non diventare come lui. Da una moglie che non ha mai amato “nel modo più arretrato possibile”, cioè assoluto, ma alla quale aveva voluto bene per il conforto che offriva ai suoi calcoli: gli era parsa una Penelope indipendente, con la quale appartarsi dal rifiuto della sua generazione per la famiglia, la monogamia, il focolare, il tetto, le pantofole (si erano sposati negli anni Sessanta) e una persona cui avrebbe finito con l’appaltare il salotto, gli amici e il condominio senza sentirsi in colpa.

Chissà che innamorarsi in nome dell’odio non preservi dall’epilogo dell’odiarsi e dalla ipocrisia di nasconderlo, quel tappeto sotto al quale giacciono la giovinezza, Jacques Prevert, Catullo e il posto del cuore dove tira sempre il vento

Non aveva messo in conto che avrebbe conosciuto un altro amore che lo avrebbe reso felice e trascinato lontano. Eppure, dopo quattro anni di felicità quasi completa con Lidia, Aldo torna da Vanda, la signora incazzata e scolorita che lo aveva ricoperto di lettere minatorie che lo inchiodavano alle sue mancanze, debolezze e meschinità. Torna dalla madre dei suoi figli. Torna in una casa dove non può che essere infelice. Lo fa per saldare il suo conto con la coscienza e perché sua figlia gli fa notare che il fratello si allaccia le scarpe come lui, sebbene non sia stato lui a insegnarglielo e capendo, quindi, di non poter sopportare di essere solo un riflesso e una somiglianza genetica. Ma – e sta qui la pioggia di lame che Starnone ci rovescia addosso – Aldo torna anche perché “a tenerci insieme a volte è qualcosa di cattivo, di danneggiato, persino di sadico” (Annalena Benini nella sua recensione al romanzo).

C’è una disposizione nuova e calda verso la disaffezione all’amore, l’infelicità, la violenza, l’insoddisfazione di cui ogni matrimonio, unione, pacs, uno + uno, da un certo punto in poi, assai facilmente s’ammala. È qualcosa di molto diverso dall’accettazione del paradosso di odi et amo. “Le unioni infelici mi sembrano un soggetto umano e artistico di enorme interesse”, ha scritto Emanuele Trevi su La Lettura del Corriere della Sera, specificando di riferirsi non tanto alle coppie litigiose e violente, quanto a quelle dove si è “deciso di detestarsi in modo stabile, sereno, lungimirante: senza bisogno di alzare la voce, di arrivare al dunque una volta per tutte”.

Tolstoj scrive in Anna Karenina che “le donne sono la principale pietra d’inciampo nell’attività dell’uomo. È difficile amare una donna e allo stesso tempo concludere qualcosa. Per questo c’è un mezzo d’amare comodamente senza ostacoli: il matrimonio”. Di quel tempo, per molti versi terribile, in cui non ci si sposava per essere felici e contenti, ma per agevolarsi la vita, stiamo probabilmente arrivando a recuperare qualcosa, stremati come siamo da decenni di divorzi lunghi, brevi, lampo consacrati all’ingenuità che amare un altro significhi collimarci, esserne appagati e sollevati, insomma che sia un atto di puro romanticismo.

“Scese, evitando di guardarla a lungo, come si fa col sole, ma vedeva lei, anche senza guardare”: così Tolstoj descrive i primi incontri di Vronskij e Anna Karenina. Lei finirà con il buttarsi sotto un treno e lui le sopravviverà, giovane e biondo, per molto tempo. “Sarà più facile in due rimanere svegli, cosa ti aspetti dal sole?”, canta Niccolò Fabi nel suo ultimo singolo, dove l’amore è “una mano sugli occhi prima del sonno”.

Tra le ragioni per cui non ci si lascia ci sarebbero il peso economico, i figli e la sottovalutazione del disagio conseguente alla condivisione della vita con qualcuno verso cui si prova indifferenza nei casi migliori e odio in quelli peggiori

“Non si può stare insieme senza essere ipocriti”, ha dichiarato Silvio Orlando parlando di Lacci in un’intervista a La Repubblica. Qualche anno fa, forse, si sarebbe trattenuto dal dirlo. Stiamo cominciando a intravedere, in quell’ipocrisia, qualcosa di molto più complesso di un semplice rifugio dall’avventura della vita. Cominciamo, forse, a renderci conto che l’infelicità non è la fine dell’amore, ma una sua forma e persino un suo nutrimento.

A gennaio, il Secolo d’Italia riportava un dato del presidente dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti, Gian Ettore Gassani: circa un quinto delle coppie è composta da separati in casa, “un fenomeno tutto italiano”. Tra le ragioni per cui non ci si lascia ci sarebbero il peso economico, i figli e la sottovalutazione del disagio conseguente alla condivisione della vita con qualcuno verso cui si prova indifferenza nei casi migliori e odio in quelli peggiori. Sul magazine Gioia, sono state raccolte alcune testimonianze di donne separate non separate. Alcune hanno ripreso a fare l’amore con i propri compagni. “La nostra storia è finita, ma la locomotiva coniugale continua ad andare perfettamente”, dice una. “Da quando abbiamo deciso di vivere separati in casa, siamo più garbati. Abbiamo ripreso a farci le domande che ci facevamo all’inizio. È solo sparita la parola amore”.

I quattro appuntamenti che la piattaforma Medium ha annunciato ai suoi lettori per il mese di febbraio, sono tutti dedicati alle coppie. Solo in un titolo su quattro compare la parola “amore”. In un sottotitolo, invece, compare uno scintillante “(un)happy”.

Su La Lettura, ricorrendo a “L’arringa di un pazzo” di Strindberg e “Il mio matrimonio” di Jacob Wassermann, entrambi resoconti dei rispettivi matrimoni infausti nei quali però entrambi gli autori indugiarono per anni, sviluppando un odio intenso per le consorti, Emanuele Trevi conclude che le coppie infernali, quelle che conducono una vita di continui, sfibranti litigi, spesso non hanno bisogno di tirarsene fuori: “In perfetta complicità, sembrano impegnate in un piano molto più ambizioso: ridurre la violenza del mondo a un affare casalingo, a un problema di economia domestica”.

In mondo in cui ci si ama perché ci si odia, dopotutto, la guerra è superflua.

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