Cibo a scuola

Il caos delle mense scolastiche: tariffe alte, panini da casa e insetti nel piatto

La battaglia per il diritto al panino da casa da Torino si sta estendendo anche in altre città. A Bologna genitori contro gli sprechi. A Perugia due inchieste su cibi nocivi. Intanto le tariffe variano di molto di città in città, e ci sono pure i costi indiretti da considerare

Cibo Poco Salutare
15 Febbraio Feb 2017 0821 15 febbraio 2017 15 Febbraio 2017 - 08:21

Non c’è pace tra i refettori delle mense scolastiche italiane. Non solo per il caso dell’acqua in caraffa negata in alcune scuole di Torino ai bambini che portano il pasto da casa, reduci per questo da una battaglia nelle aule di tribunale. A Bologna i genitori dell’Osservatorio mense minacciano il terzo “sciopero del panino” dopo la pubblicazione del report sugli sprechi da parte della spa appaltante Ribò. A Novara mamme e papà contestano l’uso dei cibi precotti. A Napoli denunciano la presenza di insetti nei pasti. Mentre a Perugia sono in corso due indagini parallele sulla presunta somministrazione di cibi ammuffiti e porzioni fin troppo ridotte. E in diverse città, da Nord a Sud, si formano comitati e si fanno assemblee contro i ritocchini al rialzo delle tariffe per il nuovo anno.


La battaglia del panino libero
«Il mondo della refezione scolastica in Italia è un dedalo di regole e tariffe», racconta Adriana Bizzarri, coordinatrice del settore scuola di Cittadinanzattiva. Mamme e papà sono sempre più attenti a quello che finisce nel piatto dei propri figli. A volte fin troppo. Si formano comitati e associazioni. E a rendere più complessa la situazione, quest’anno è arrivata la vittoria in Corte d’appello di 58 famiglie di Torino che si sono viste riconosciute la legittimità di portare il pranzo da casa. Il ragionamento è questo: se la mensa è cara e i piatti neanche così buoni, il pranzo ai nostri figli lo prepariamo a casa. Il figlio è mio e gli cucino io.

La battaglia è partita dal Comitato Caro Mensa di Torino, nato circa sei anni fa contro i rincari della refezione scolastica e per il miglioramento della qualità del cibo, che sulla questione del pasto da casa però si è spaccato. I genitori sostenitori del diritto a scegliere la “schiscetta” si sono prima rivolti al Tar, poi al tribunale, che in primo grado aveva respinto il cosiddetto «diritto al panino libero», accolto invece lo scorso giugno in appello. Con un’ordinanza poi il diritto al pasto libero è stato esteso a tutti i refettori comunali, provocando un reclamo del ministero dell’Istruzione, respinto però dal tribunale. E la battaglia a suon di carte bollate continua ancora oggi. Perché, raccontano i genitori, in alcune scuole ai bambini che portano il pasto da casa non viene permesso di usare l’acqua della mensa né di gettare i rifiuti nei bidoni del refettorio. L’ultimo confronto con il Comune si avrà in Cassazione. La raccolta fondi per sostenere la battaglia legale è già partita.

Torino intanto ha contagiato altre città. A Milano alcuni bambini hanno portato il pranzo da casa, ma sono rimasti esclusi dalla mensa, provocando le polemiche dei genitori. Lo stesso è successo a Genova, finendo pure qui nelle aule di tribunale, dove è stato riconosciuto il diritto di poter consumare il pasto domestico a scuola. Pure a Venezia, dopo diversi scioperi contro l’aumento die buoni pasto, molti genitori hanno chiesto di poter portare il pasto da casa. E la lotta per la “mensa libera” è arrivata pure a Napoli dove, dopo il ritrovamento di un coleottero nel piatto di un bambino, i genitori della quinta municipalità hanno annunciato un ricorso sul modello Torino. Da gennaio, nella città il servizio è erogato dalla multinazionale Sodexo, che ha vinto la gara con un ribasso del 17 per cento e vanta diversi precedenti poco piacevoli nelle mense italiane e straniere, preoccupando non poco le famiglie. «Ha ancora senso sperare in una mensa di qualità?», si legge sul gruppo Facebook. «Io penso che finché non c’è concorrenza per la ditta che vince l’appalto non c’è speranza che migliori la qualità... e la concorrenza dobbiamo essere noi mamme con il pasto da casa!».

Una diatriba che in tutta Italia divide insegnanti e genitori. Tra chi sostiene che la mensa sia un momento educativo e comune e che il pasto da casa porti al rischio di discriminazione per il cibo consumato. E chi invece sostiene la libertà di scelta, in quanto la mensa è un servizio facoltativo, e alle scuole che fanno il tempo pieno spetta il compito di organizzare il momento del pasto. Intanto, dopo la vittoria in tribunale, la “battaglia del panino” al comune di Torino è già costata tre milioni nei primi tre mesi di scuola, con la rinuncia alla mensa di circa 4.500 dei 30mila bambini iscritti.

Ha ancora senso sperare in una mensa di qualità? Io penso che finché non c’è concorrenza per la ditta che vince l’appalto non c’è speranza che migliori la qualità... e la concorrenza dobbiamo essere noi mamme con il pasto da casa!

Ogni città ha le sue regole (e le sue rette)

«Il ministero dell’Istruzione da tempo ha promesso la stesura delle linee guida per le mense scolastiche, da inserire nel prossimo decreto ristorazione, che però al momento è in stand by», spiega Adriana Bizzarri. L’ex ministro Stefania Giannini aveva detto che sarebbero state imminenti. Poi il governo è caduto, e il ministro è cambiato. Ora Valeria Fedeli ha assicurato che ci sta lavorando. E una recente interrogazione firmata dal senatore Pd Stefano Vaccari ha ricordato alla neoministra di fare presto.

Perché intanto l’anno scolastico è cominciato con la novità della sentenza favorevole al panino libero, e le scuole si sono dovute attrezzare. C’è chi fa mangiare i bambini con il pranzo da casa nei locali della mensa e chi no, e chi addirittura è arrivato a vietare pure il classico panino della ricreazione portato da casa. E il caos non riguarda solo il diritto alla “schiscetta”. In Emilia Romagna, a Napoli e a Perugia l’attenzione è alta su quello che viene messo nel piatto. Mentre a Roma si stanno rivedendo i menù.

La refezione scolastica è uno dei servizi pubblici a domanda individuale gestiti dai Comuni. Che possono occuparsene direttamente o dare il servizio in appalto, godendo di ampia discrezionalità nella definizione delle tariffe e delle fasce di reddito corrispondenti. Uno standard nazionale con tetti massimi e minimi non esiste, tranne che per i comuni in deficit.

Le aziende che in Italia si occupano di ristorazione collettiva sono circa 3mila, di cui 50 hanno un fatturato superiore ai dieci milioni di euro. Nel 2014 solo le mense scolatiche hanno prodotto un fatturato di 1,25 miliardi di euro. E le sette imprese aderenti all’Osservatorio ristorazione collettiva e nutrizione, Oricon, (Camst, Cir Food, Compass Group, Elior, Gemeaz Elior, Gruppo Pellegrini, Sodexo) da sole coprono il 54% dei volumi dell’intero settore.

Da tempo si attendono le linee guida per le mense scolastiche, che dovrebbero essere inserite nel prossimo decreto ristorazione

Come documentato nella prima rilevazione delle tariffe fatta da Cittadinanzattiva, sia per la scuola dell’infanzia che per elementari e medie, il costo medio della mensa scolastica di una famiglia italiana composta da tre persone con un Isee di 19.900 è di 700 euro. Ma con rette che variano – e non poco – di città in città: dagli oltre 128 euro mensili di Livorno e Ferrara ai 45 euro di Roma e ai 32 di Barletta (la più economica).

L’Emilia Romagna, con oltre mille euro annui in media, ha le tariffe più alte; la Calabria è la più economica, con un costo di 500 euro all’anno. Una retta che è esattamente la metà, e «non è giustificata esclusivamente dal costo della vita», dicono da Cittadinanzattiva. Il costo totale del pasto in parte è pagato dai comuni, in parte dai genitori. E con i bilanci sempre più risicati, la parte coperta dai comuni tende a ridursi, con un aumento delle rette. Ogni città, poi, scandisce le fasce di reddito in maniera diversa. E addirittura in Trentino il criterio usato per definire le tariffe non è nemmeno l’Isee.

Al costo del pasto, poi, alcuni comuni, per arrotondare un po’, aggiungono anche altre spese indirette per il costo dell’acqua, del cibo degli insegnanti e dei bidelli, o anche per l’acquisto di forni e frigoriferi. A Torino, il combattivo comitato “Caro Mensa” a dicembre 2016 ha presentato un esposto alla Corte dei conti contro i costi indiretti pagati dalle famiglie, che poco hanno a che fare con il pasto vero. Oltre 12 milioni di euro, compresi 450mila euro per coprire la refezione degli insegnanti, servizio per il quale però le scuole ricevono i fondi del ministero. A conti fatti, il costo a figlio è di 302 euro in più. Il comune di Torino aveva anche approvato una delibera per l’eliminazione dei costi indiretti. Ma i costi non sono stati ancora rimodulati.

E anche qui ogni comune fa a modo suo. C’è chi inserisce una gabella una tantum, chi mensile. A Monza, ad esempio, oltre al costo mensile, si pagano ogni anno 25 euro in più. A Ferrara, c’è una quota fissa in più di 33 euro al mese. A Forlì di 20 euro al mese aggiuntive.

Al costo del pasto, poi, alcuni comuni, per arrotondare un po’, aggiungono anche altre spese indirette per il costo dell’acqua, del cibo degli insegnanti e dei bidelli, o anche per l’acquisto di forni e frigoriferi

Irregolarità in una mensa su quattro

«I costi in alcune città sono piuttosto rilevanti», commenta Adriana Bizzarri di Cittadinanzattiva. «Noi proponiamo di renderlo un servizio universale, come la ristorazione in ospedale. Ma il problema non sono quasi mai solo i costi. Le proteste dei genitori sono spesso legate anche alla qualità del servizio», assicura. A giugno 2016 sono stati diffusi i dati relativi ai controlli dei Nas sui 2.678 mense scolastiche. In una mensa su quattro sono state riscontrate gravi irregolarità e per 37 è stata disposta la chiusura. Tra le principali violazioni contestate, ce ne sono 695 per carenze igieniche. E in effetti, secondo l’indagine condotta da Cittadinanzattiva, il 64% dei bambini dice di mangiare con piacere a mensa, anche se il 75% ammette si mangia meglio a casa.

«Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione dei genitori, ma anche le loro competenze», racconta Bizzarri. Uno strumento con cui i genitori possono farsi sentire sono le Commissioni mensa, composte da rappresentanti delle famiglie e dei docenti. Dati su quante siano a livello nazionale non ne esistono. Secondo le rilevazioni di Cittadinanzattiva, ad oggi sono presenti solo nella metà delle scuole italiane con il servizio di ristorazione. Valutano i menù, e monitorano le condizioni del refettorio, della cucina e della dispensa con visite a sorpresa. Anche se qualcuna ha l’obbligo di avvisare il giorno prima o qualche ora prima del sopralluogo. «Sono il collante tra il comune e gli utenti», spiega Bizzarri, «e tengono insieme le esigenze delle famiglie per incidere sul capitolato delle gare d’appalto». Se non esiste, i genitori possono chiedere la formazione di una Commissione mensa. A Perugia, ad esempio, la commissione ha chiesto e ottenuto l’introduzione di prodotti biologici e a chilometro zero. A Bologna è stata addirittura creata una rete di commissioni mensa.

E sono sempre più i comitati privati nati su iniziativa dei genitori. Nei menù sono stati inseriti cous cous e piatti senza carne di maiale per rispettare le abitudini alimentari dei bambini con diverse provenienze etniche e religiose. Oltre che alimenti vegani, vegetariani e senza glutine. Le battaglie si fanno soprattutto a Nord, dove ci sono mense scolastiche e sezioni con il tempo pieno. Che invece mancano ancora in buona parte del Sud Italia. Ma questa è un’altra storia.

@lidiabaratta

A giugno 2016 sono stati diffusi i dati relativi ai controlli dei Nas sui 2.678 mense scolastiche. In una mensa su quattro sono state riscontrate gravi irregolarità e per 37 è stata disposta la chiusura

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