Sorpresa! Sono tornate destra e sinistra (e per Renzi e Grillo è un guaio)

Sembravano sepolte dalla Storia, dalle larghe intese, dai populismi, perlomeno in Italia. E invece ecco riemergere l’antico scontro, complice il riavvicinamento Lega-Forza Italia e le minacce di scissione nel Pd. Il Novecento non muore mai

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Vasily MAXIMOV / AFP

15 Febbraio Feb 2017 1016 15 febbraio 2017 15 Febbraio 2017 - 10:16

C’è chi - dal sindaco di Firenze Dario Nardella al candidato presidente francese Emmanuel Macron - le aveva date per morte, un po’ come il rock n’roll. C’è chi pensava fosse ormai il tempo di nuove polarizzazioni, buon ultima quella tra europeisti e sovranisti. Chi, ormai, dipingeva uno scenario multipolare, che moltiplicava le dimensioni del conflitto sociale, dal mondo al pianerottolo di casa. O chi dava già per scontata la nascita e il consolidamento di due grandi Partiti della Nazione - quello politico e quello anti-politico, quello dell’establishment e quello populista - interclassisti e situazionisti, senza ideologie e visioni del mondo, completamente permeabili dal presente e dai capricci della pubblica opinione.

E invece - sorpresa! - nel giro di pochi giorni abbiamo sentito riecheggiare l’eco di parole antiche. Da destra, con il riavvicinamento - per ora solo programmatico - tra Lega Nord e Forza Italia, complici le parole del capogruppo forzista al Senato Paolo Romani - «temo più la Merkel della Le Pen», ha dichiarato - e di un’intervista insolitamente anti-Euro di Silvio Berlusconi, evidentemente tesa a trovare un terreno di mediazione con lo storico alleato (ex) padano.

Nemmeno il tempo di buttare giù due righe ed è arrivata la direzione del Partito Democratico. Un po’ resa dei conti autoreferenziale, un po’ embrione di conferenza programmatica, in cui i diversi leader che si sono avvicendati sul palco, da Renzi alla Serracchiani, da Bersani a Orfini, da Rossi a Emiliano, hanno lanciato strali contro l’Europa dei tecnocrati e dei pareggi di bilancio, evocato New Deal keynesiani, preso le difese dei penultimi e dei ceti medi impoveriti dalla globalizzazione.

Nato dall’intuizione che destra e sinistra fossero uguali, - ricordate, no? Pidielle e pidimenoelle -, che fine farà il Movimento Cinque Stelle se la dialettica politica si riposiziona di nuovo lungo quell’asse?

Intendiamoci: niente di rivoluzionario. Di sicuro, però, una novità per chi, come noi, è abituato a sentire, da quei palchi e da quelle bocche, elogi a Marchionne e apologie sulla scomparsa dell’articolo 18. Così com’è una novità sentire, per la prima volta dopo tanti anni, qualcuno che dice - è stato Bersani - che il nemico non è Renzi, né Grillo (che non viene nemmeno calcolato), bensì «la destra». Riconoscendone l’esistenza e l’egemonia culturale che già oggi esercita. O meglio, forse: preconizzandone la rinascita politica.

E allora ecco che improvvisamente, coi tempi follemente accelerati di questa stagione politica, che quel che sembrava antico diventa improvvisamente nuovo di pacca. E quel che ci pareva iper-moderno diventa improvvisamente vecchissimo. Il grillismo, ad esempio. Nato dall’intuizione che destra e sinistra fossero uguali, - ricordate, no? Pidielle e pidimenoelle -, che fine farà se la dialettica politica si riposiziona lungo quest’asse? E lo stesso vale per Renzi, in fondo, nato dall’intuizione veltroniana che il Pd dovesse essere un partito a vocazione maggioritaria, un modo come un altro per definire una strategia politica di centro. Non a caso un attento osservatore come Carmelo Palma di Strade.it, parla di “abiura del Lingotto”.

Birra e popcorn sono sul tavolo: il congresso del Partito Democratico, o la sua scissione, chiariranno le idee sui rapporti di forza a sinistra. Le prove tecniche di alleanza tra Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia, che assieme e con un candidato premier degno di questo nome sono tutt’altro che marginali, la nascita di una destra nazionalista e identitaria, compiutamente post-berlusconiana. Credevamo di morire democristiani, forse invecchieremo bipolari. Il Novecento è duro a morire.

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