Joan Subirats: «Gli Stati sono finiti. Saranno le città ribelli a cambiare faccia all’Europa»

Parla il professore catalano, ideologo del neo-municipalismo, vicino alla sindaca di Barcellona Ada Colau: «Le città sono le istituzioni più globali che ci siano e sanno fare rete. Gli Stati? Sanno solo litigare»

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JOSEP LAGO / AFP

16 Febbraio Feb 2017 1000 16 febbraio 2017 16 Febbraio 2017 - 10:00

Le città ribelli. Così si chiamano, in gergo giornalistico, quelle municipalità in cui forze politiche anomale, nate nel magma del movimentismo che, complice la crisi economica, hanno spazzato via i partiti tradizionali. L’Europa è piena: Birmingham, Bristol, Grenoble, Wadowice, Slupsk, senza dimenticare Napoli con De Magistris, e Torino, con Chiara Appendino (Roma, ahilei, fatica a rientrare nel novero, almeno per ora). Questo sommovimento che alcuni si spingono a definire come neo-municipalismo ha però epicentro in Spagna, dove quattro tra le cinque più grandi città - Madrid, Barcellona, Valencia, Saragozza - sono annoverabili tra le forze della ribellione.

«Le città sono oggi le istituzioni più globali che ci siano. Per questo credo possano cambiare il mondo», spiega a Linkiesta Joan Subirats. In Italia per il Friuli Future Forum di Udine, Subirats è professore all’università autonoma di Barcellona, Subirats è specializzato in politiche pubbliche e nel potenziale innovativo della società civile. Sopratutto, è stato tra i cofondatori di Barcelona En Comù, la piattaforma civica guidata da Ada Colau che è riuscita a vincere le elezioni del 2015 e conquistare il governo della seconda città spagnola.

Come inizia, la storia?
Ada Colau ha iniziato come attivista in un movimento per la casa, nel 2007. Poi nel 2009, prima che esplodesse la protesta degli Indignados ha creato Plataforma de Afectados por Hipoteca, sostanzialmente una piattaforma anti-sfratti, che ha esercitato un ruolo molto importante durante lo scoppio della bolla immobiliare spagnola.

In che modo?
È stata la grande alternativa. Quando tutti i grandi opinion maker spagnoli parlavano della crisi come un risultato di una incapacità della gente di controllare le proprie spese, della loro irresponsabilità, Ada è riuscita a ribaltare la narrazione, dimostrando che altro non fosse che una truffa organizzata dalle banche e dalle istituzioni, che avevano creato le condizioni affinché fossero concessi mutui ipotecari a persone che non se li potevano permettere.

La sua forza era la comunicazione, quindi?
No, al contrario. La piattaforma di Ada non offriva servizi, né si poneva l’obiettivo di offrire tutela individuale a tutti i cittadini che avevano subito uno sfratto. Lei lo diceva chiaramente: il problema singolo non si può risolvere, ma se diventi un’ attivista, risolveremo assieme il problema di tutti. Risultato? Quando nel 2011 è esplosa la protesta degli Indignados, la sua era l’unica forza organizzata presente nelle piazze.

È lì che è nata l’idea di Barcelona En Comù?
Sì, ma Barcelona En Comù non è stata un’operazione né di comunicazione, né di marketing politico. Ada aveva combattuto numerose battaglie sulla casa e Barcellona ha gravi problemi con il prezzo degli affitti, spinto in alto dal turismo. Per di più, gli alloggi pubblici sono solo l’1,5% sul totale delle abitazioni, mentre in città come Berlino, Vienna, Amsterdam la percentuale sale al 40-50%. Se abbiamo vinto perché la nostra leader aveva una fortissima credibilità e aveva dimostrato altrettanta coerenza su questo tema: alle precedenti elezioni nel 2011 aveva votato il 52%. Nel 2015 ha votato il 62%. Quei 10 punti sono stati quasi tutti voti per Ada: nei quartieri più poveri l’affluenza è cresciuta del 30-40%.

Un po’ come con la Raggi a Roma, un outsider al pari di Ada Colau, che tuttavia sta pagando lo scotto della sua inesperienza. A Barcellona come sta andando invece?
È un anno e sette mesi che Ada Colai è sindaco. Quando ha vinto, ha conquistato undici consiglieri su 41, oggi se si rivoltasse ne avrebbe 15. Sarebbe comunque un governo di minoranza, ma il suo peso elettorale crescerebbe. Segno che tanto male non sta facendo.

C’è anche da dire che Barcellona non è Roma…
La struttura tecnica della città funziona molto bene. In più, Ada Colau ha avuto l’intuizione di prendere come general manager del Comune un socialista molto esperto e molto conosciuto in città. Questo le ha permesso di non pagare lo scotto dell’inesperienza, com’è invece toccato a Virginia Raggi a Roma.

In cosa si caratterizza l’amministrazione Colau? Perché è così diversa da chi l’ha preceduta?
Per tre motivi. Il primo sono le politiche sociali, da far crescere e molto. In un anno e mezzo sono state costruiti duemila nuovi alloggi pubblici e sono stati messi a disposizione dieci terreni demaniali alle cooperative edilizie che volevano creare edifici pubblici. Anche gli appalti sono stati condizionati ai salari dei lavoratori. E quelli sull’energia alla promessa di non staccare la luce a chi dimostra di non poter pagare la bolletta.

Poi?
Poi c’è la partecipazione: a Barcellona le politiche pubbliche si co-producono tra amministrazione e cittadini. Abbiamo un programma informatico che permette la partecipazione di tutti nella pianificazione della città.

Terzo punto?
Etica pubblica e lotta contro la corruzione. Sono stati ridotti i salari delle cariche pubbliche sino a un massimo di 2200 euro e il resto è stato dato in beneficienza. Inoltre è stato creato un servizio di whistleblowing civico: chiunque è a conoscenza di episodi di corruzione, può denunciarli con garanzia di anonimato.

«Se prendi cinque o sei sindaci provenienti dai quattro angoli del mondo, dopo pochi minuti parleranno dei medesimi problemi, pur nel contesto delle enormi diversità che ci sono tra loro. Sono vicini ai cittadini, sono estremamente concreti. Creare network di città è necessario per confrontarsi, mettere a sistema risorse, fare progetti assieme. Gli Stati sono molto più eterogenei e litigiosi, in confronto»

Sembra il programma del Movimento Cinque Stelle, perlomeno sulla carta…
Ci sono due grandi differenze. La prima: l’approccio del M5S è problematico e contraddittorio verso i temi della diversità, almeno leggendo le dichiarazioni di Grillo. Qui siamo molto più aperti ai migranti, ad esempio, nessuno soffia sul fuoco della paura. Libertà, uguaglianza, diversità sono le parole d’ordine di Ada Colau. Nei Cinque Stelle non si capisce.

La seconda?
Leadership e organizzazione di Barcelona en Comù sono molto più orizzontali e partecipativi di quelli dei Cinque Stelle. Però noi siamo un movimento civico.

Ok, però siete anche tra gli ispirati di questo network internazionali delle città ribelli. A proposito, come nasce questo progetto?
Parlandosi. Se prendi cinque o sei sindaci provenienti dai quattro angoli del mondo, dopo pochi minuti parleranno dei medesimi problemi, pur nel contesto delle enormi diversità che ci sono tra loro. Sono vicini ai cittadini, sono estremamente concreti. Creare network di città è necessario per confrontarsi, mettere a sistema risorse, fare progetti assieme. Gli Stati sono molto più eterogenei e litigiosi, in confronto.

Con chi collabora Barcellona?
Con chiunque voglia farlo.In Spagna si parla ormai di una vera e propria rete di città ribelli: Barcellona, Madrid, Valencia, Saragozza, La Coruna, Santiago di Compostela, Cadice. Che a loro volta collaborano molto con Londra, Amsterdam, Parigi. Ad Habitat 3 di Quito, la conferenza Onu sullo sviluppo urbano sostenibile si è manifestata forte la volontà di creare un network internazionale di città.

Quali sono le città italiane con cui collaborate?
Barcellona ha ottimi rapporti con De Magistris a Napoli, con Merola a Bologna. Siamo stati molto attenti a Milano, quando c’era Pisapia. E oggi seguiamo con altrettanta attenzione l’esperienza torinese di Chiara Appendino. Per noi è quel che accade altrove in Europa è cruciale. A Grenoble, tra qualche mese, nascerà una vera e propria rete municipalista europea.

Le città possono cambiare il mondo?
Io sono un municipalizza, ma sono convinto che le città conteranno di più degli Stati nella globalizzazione. Gli stati si stanno ribellando alla globalizzaizone, ma è una reazione regressiva, difensiva. Le città sono altrettanto contrarie all’austerità, ma giocano nella globalizzazione, sono propositive, sanno innovare. Ed è solo con questo spirito che puoi cambiare le cose, anziché opporti semplicemente al cambiamento.

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