La scissione del Partito Democratico è un’assurdità totale

Parliamoci chiaro: non c’entrano gli elettori, i programmi, nemmeno le poltrone. Nella volontà di rompere il Pd c'è una componente di antipatia personale nei confronti di Renzi che ha la meglio su tutto. E che rende l’operazione ancora più folle e autolesionista di quanto già lo sia

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FILIPPO MONTEFORTE / AFP

17 Febbraio Feb 2017 0909 17 febbraio 2017 17 Febbraio 2017 - 09:09

«Il popolo non capisce perché». Magari sarà pure retorica, quella degli accorati appelli che si moltiplicano in queste ore di ennesimo psicodramma della sinistra italiana, nella sua ennesima lotta fratricida, in vista della sua ennesima scissione. Eppure davvero, vista da qua, si fatica a capire il perché.

Non siamo più in epoca di Craxi contro Berlinguer, quando il socialismo liberale e spendaccione era antropologicamente antitetico al moralismo austero della chiesa comunista. Non siamo nemmeno ai tempi delle fusioni fredde tra classi dirigenti che si adombravano quando nacque il Partito Democratico, temendo che il popolo della sinistra laica e quello cattolico-democratico mai si sarebbero miscelati. Al contrario, in questo specifico ambito si può definire quello del Pd come un esperimento andato a buon fine: trovate qualcuno che si definisce ancora margheritino e diessino, se ci riuscite.

Il punto non è nemmeno programmatico, in fondo. Al netto dei giudizi e delle opinioni in merito, tutto si può dire tranne che Renzi si sia spostato a destra rispetto ai governi di Prodi, di D’Alema, di Enrico Letta, o alle piattaforme programmatiche di Rutelli, Veltroni e Bersani. Ok, ha rotto un paio di tabù - l’articolo 18 su tutti, ma anche la subalternità alla magistratura e la quiescenza nei confronti del mondo di chi lavora nella scuola e nella pubblica amministrazione - ma ha portato il Pd nel partito socialista europeo, ha approvato una legge sulle unioni civili, ha alzato le pensioni minime, ha polemizzato con Bruxelles contro le politiche di contenimento della spesa pubblica e non ha mai ceduto di un centimetro sull’accoglienza senza se né ma dei migranti. Se questa è criptodestra, cos’era D’Alema nel 1997?

Forse la risposta è come la lettera rubata del celebre racconto di Edgar Allan Poe. Ma se, anziché aggiustarlo o migliorarlo, si spacca un partito semplicemente per antipatia personale, allora davvero ci meritiamo Grillo

Alla fine - ha ragione Franceschini nell’intervista a Repubblica di oggi - non è nemmeno un problema di poltrone. Se fai una conta interna e il candidato della minoranza prende, poniamo, il 40% dei consensi alle primarie, è del tutto automatico che la minoranza si sarà conquistata quello spazio nelle liste elettorali, al netto della sua capacità di raccogliere preferenze sul territorio. È stato così nelle primarie del 2012, a parti invertite. Perché non dovrebbe succedere domani? Peraltro, se c'è una cosa in cui Renzi non è stato all'altezza delle sue promesse è nella rottamazione dei vecchi leader, che infatti imperversano quanto e più di prima.

Allora perché? Forse la risposta è come la lettera rubata del celebre racconto di Edgar Allan Poe, talmente semplice che nessuno sembra volerla prendere in considerazione. Ma se, anziché aggiustarlo o migliorarlo, si spacca un partito, l’unico che rimane in Italia, l’unico con un minimo di dialettica interna, l’unico con un minimo di organizzazione e di selezione della classe dirigente, l’unico in grado di fare argine ai populismi e ai nazionalismi di ritorno, semplicemente per antipatia personale - in ambo le direzioni, sia chiaro - allora davvero ci meritiamo Grillo.

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