Tutti vogliono la pace in Libia, tranne i libici

La Libia è un Paese frammentato in mille pezzi che scarica la sua instabilità nel Mediterraneo. Arturo Varvelli, esperto di Libia, fa notare «una positiva volontà da parte della comunità internazionale di intervenire per pacificare»

Libia

ABDULLAH DOMA / AFP

17 Febbraio Feb 2017 0828 17 febbraio 2017 17 Febbraio 2017 - 08:28

La Libia è un Paese frammentato in mille pezzi. I due più grossi, la Cirenaica e la Tripolitania, si sono prima combattuti nella guerra civile tra il Parlamento di Tobruk e quello di Tripoli, e adesso procedono tra scontri e trattative sul bilico del precipizio. Il caos e una nuova guerra civile sono infatti prospettive sempre attuali. Il generale Haftar, appoggiato da Egitto, Emirati e Russia (e a cui strizza l’occhio la Francia), controlla la Cirenaica mentre Serraj è il presidente del governo di unità nazionale fortemente sostenuto dalle Nazioni Unite che ha sede a Tripoli. Il mancato accordo tra i due, figlio anche delle divisioni nella comunità internazionale, ha finora impedito qualsiasi pacificazione reale del Paese, che scarica la sua instabilità nel Mediterraneo – non fermando e anzi lucrando su un fenomeno migratorio senza precedenti – e nel Nord Africa, dove preoccupa l’avanzata del fanatismo jihadista.

Le voci che si sono rincorse nelle ultime ora su un possibile incontro segreto tra Haftar e Serraj al Cairo hanno dunque ovviamente suscitato grande interesse, specie dell’Italia che in Libia ha forti interessi economici e geopolitici. Abbiamo chiesto ad Arturo Varvelli, ricercatore dell’Ispi esperto di Libia, come valuti queste notizie.

"Personalmente resto scettico sul fatto che i libici possano sorprenderci trovando un accordo. Da quel che mi risulta un vero e proprio incontro ancora non c’è stato, al massimo si sono incrociati, anche se comunque pare le diplomazie siano al lavoro. Temo si riveli un’altra iniziativa inconcludente, ma già il fatto che si parli di trattative al Cairo è una buona notizia. L’Egitto sembrerebbe infatti voler assumere un ruolo di mediazione, che personalmente auspico da tempo in quanto è proprio il Cairo l’unico attore in grado di condizionare in modo determinante Haftar. Dunque, se anche a questo primo passo non dovessero poi seguirne altri, è comunque da registrare una positiva volontà da parte della comunità internazionale di intervenire per pacificare la Libia”.

La Libia è un Paese frammentato in mille pezzi. Caos e guerra civile sono prospettive sempre attuali. Il mancato accordo interno impedisce qualisiasi pacificazione reale del Paese che scarica la sua instabilità nel Mediterraneo

L’Egitto è finora stato il principale sponsor di una parte, quella di Haftar, nello scontro con le altre. Come mai adesso sembra intestarsi un ruolo di mediatore tra parti diverse? C’entra la Russia o magari la nuova amministrazione americana?

Premettiamo che le questioni mediorientali, come si vede, sono sempre meno questioni occidentali. Ad esempio a proposito della Siria, i colloqui di Ginevra magari proseguiranno ma il fulcro diplomatico si è chiaramente spostato ai colloqui di Astana, in Kazakhstan. Al netto di questo, penso che siamo in una fase di posizionamento tattico di tutti gli attori. La Russia che, semplificando, sta con Haftar non ha comunque interesse a un’esplosione delle violenze in Libia con un rinnovato scontro tra il generale e Serraj. L’amministrazione Trump, poi, dopo le parole della campagna elettorale che sembravano lasciar presupporre una linea differente, ha espresso il proprio sostegno a Serraj. Anche questa mossa mi sembra rifletta un interesse tattico: nelle future trattative in questo modo Washington guadagna peso nei confronti di Mosca. Staremo a vedere.

Da dove nasce l’interesse internazionale nei confronti della Libia, che addirittura coinvolge le super-potenze mondiali?

La Libia non è un pivot dell’area mediorientale, ma è comunque un Paese importante. Ovviamente per il petrolio, ma anche se non soprattutto perché la sua crescente instabilità rischia di contagiare le aree limitrofe. Egitto, Tunisia, Mediterraneo, traffici illeciti, dramma dei migranti: sono tutte questioni su cui il caos libico già impatta negativamente e si teme che se la situazione non dovesse essere risolta, ma anzi peggiorare, potrebbero degenerare ulteriormente. L’Isis ha già approfittato una volta dell’anarchia libica per infiltrarsi nel Paese e si vuole evitare che la cosa si ripeta. Il caos è troppo pericoloso per gli interessi di troppi attori.

L’Italia, che del dramma libico è la prima interessata, sia per la questione degli interessi energetici che Roma ha in Libia, sia per la questione degli sbarchi record degli ultimi anni, che partita sta giocando?

Nonostante tutto l’Italia sta mantenendo una linea coerente. In particolare sono due i principi guida dell’azione italiana in Libia: in primo luogo, no all’intervento militare. Una campagna militare di Haftar, o una delle brigate di Misurata che sostengono Tripoli, non avrebbe speranza di pacificare il Paese. Anzi, lo spargimento di sangue porterebbe solo ancor più anarchia. Dunque la soluzione dev’essere necessariamente diplomatica. Secondo, gli interessi dell’Italia sono in Tripolitania, quindi noi stiamo con Tripoli. Durante la guerra civile eravamo criticati perché flirtavamo col parlamento islamista di Tripoli, adesso stiamo con Serraj che ha l’appoggio dell’Onu. Questo ci dà un ruolo e un peso negoziale e lo si è visto ad esempio nell’operazione per portare un ospedale militare a Misurata piuttosto che nei recenti accordi – ancorché probabilmente poco attuabili, vista la situazione di anarchia che regna nel Paese – con Tripoli sui migranti.

Considerato che Haftar si è impossessato delle strutture petrolifere del ricco bacino della Sirte, stare dalla parte di Serraj non rischia di compromettere gli interessi energetici nazionali, in particolare la posizione dell’Eni?

Haftar ha conquistato quelle strutture nel tentativo di “lanciare un’Opa” sulla Libia. Chi controlla il petrolio controlla la compagnia petrolifera nazionale, la Banca Centrale. Aprendo o chiudendo i rubinetti di fatto controlla l’economia. Tuttavia non credo che l’Eni si trovi in una posizione drammatica: la maggior parte dei suoi interessi è in Tripolitania e comunque in Libia opera attraverso una compagnia che è per metà italiana e per metà libica. L’Eni è stata abile a non farsi percepire come “straniera” dai libici, ma anzi come una struttura che fornisce un servizio fondamentale per la popolazione. Fintanto che riuscirà a mantenere questo profilo non ci dovrebbero essere problemi.

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