I 50 anni del Divin Codino

Dentro, ma fuori: l'eterno destino di Roberto Baggio

Il Divin Codino compie 50 anni. Ripercorrendo la sua carriera, sono stati diversi i momenti nei quali uno dei più grandi calciatori italiani si è ritrovato isolato in un contesto: contro un allenatore, un modulo, o una salvezza impossibile

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PAOLO COCCO / AFP

18 Febbraio Feb 2017 0830 18 febbraio 2017 18 Febbraio 2017 - 08:30

E poi, un pomeriggio del 2004, di colpo noi trentenni, che però all’epoca trentenni non eravamo ancora, siamo invecchiati di colpo. Era di maggio e Roberto Baggio (la rima è casuale, davvero) si sfilava dal braccio la fascia di capitano, per uscire dal campo. San Siro, Milan-Brescia: l’ultima partita di Baggio, Baggino, Roberto, il Divin Codino. Oggi invecchia anche lui, capita anche agli eroi di gioventù: compie 50 anni. Sono già passati diversi anni dal suo addio al pallone e già all’epoca aveva qualche capello bianco: dovremmo essere abituati. Ci siamo abituati, per forza di cose. Nel frattempo abbiamo visto Cristiano Ronaldo, Messi. Abbiamo vinto un Mondiale e cercato di dimenticare i due successivi. Sono arrivati gli arabi, i cinesi. Gli stadi si sono svuotati, almeno a casa nostra.

Messa così, con quella tristezza che ci avvolge come miele, raccontare e ricordare cosa è stato Roberto Baggio è una cosa facile, facilissima. Tanti gol, di cui alcuni che saresti capace di decantare a memoria ogni movenza, come il proemio dell’Iliade o l’undici iniziale della Grande Inter.

Triangolazione, Baggio…Baggio che converge…Baggio, Baggio, Baggio, finta di Baggio, il tiro…grandissimo gol di Baggio!

Raccontare Baggio, dall’altra parte, è invece operazione difficile, quasi rischiosa. Perché la memoria piega gli eventi: di quel Mondiale americano non c’è solo il rigore alto, lo sapete vero? O perché non vogliamo ricordare di quella rete subìta proprio da lui, o quella solo sfiorata (Francia-Italia, di tanto così). O perché la carriera di Baggio non è di così facile interpretazione come potrebbe sembrare. Roberto ha segnato tanto e vinto poco, o ha vinto quando meno te lo aspetteresti: oggi una Coppa Uefa non ti basterebbe ad arrivare forse quinto al Pallone d’Oro, figuriamoci vincerlo. Degli scudetti conquistati, due, quello con il Milan ad esempio lo ha visto non davvero protagonista.

In questo senso, citiamo quanto scrive Tommaso Pellizzari sul Corriere: nella rivoluzione calcistica dei primi anni Novanta, nella quale Baggio si è trovato, viene fuori “la convinzione che doveva cavarsela da solo, cercando una strada diversa e sua”. Ecco, Baggio ha fatto presa sulla gente perché, da vero fuoriclasse, è stato dentro al pallone pur restandone in realtà fuori e risolvendo le cose a modo suo, sempre. Fuori dagli schemi intesi dal punto di vista tecnico, ma anche fuori da un’idea di pallone che opprimeva la sua fantasia. Fuori dal rapporto con un allenatore vincente. Fuori dal calcio che conta, e andarsene in provincia. Baggio è rimasto fuori dal pallone anche dopo, perché il suo ruolo in federcalcio era troppo stretto, per farlo lavorare di fantasia. Aveva un sacco di idee Baggio, ma gliene hanno fatta mettere in atto nemmeno una, allora ciao.

Ma la forza delle sue idee sul campo è rimasta. Ci sono stati dei momenti in cui la sua testa ha detto al pallone esattamente cosa fare, dove andare. Momenti in cui Baggio se l’è dovuta cavare da solo. Riuscendoci, come solo i grandissimi sanno fare. Dentro, ma fuori.

Come sarebbe a dire che avete già fatto il biglietto di ritorno?

Italia-Nigeria

Il 1994 è l’anno delle grandi aspettative. In Italia tira un vento nuovo. Silvio Berlusconi è presidente del Consiglio e ci aspetta che le sue vittorie imprenditoriali e calcistiche vengano replicate anche alla guida del Paese. C’è un fermento pazzesco anche nella caldazza siciliana di luglio, che tutto dovrebbe fermare, costringendoci al riposo, possibilmente ventilato. Forse contagiati dall’ottimismo post-Tangentopoli/Governo Berlusconi, a tavola a casa dei miei nonni è permessa la presenza della Sprite: prima vista come bibita demoniaca che “fa gonfiare lo stomaco”, in quell’estate del Mondiale negli Stati Uniti si può sorbirla a pranzo, perché pare che addirittura “fa digerire meglio”. Forse lo ha detto Berlusconi, ma ho solo 10 anni e non guardo molti tiggì. Ma l’aria frizzante la sento, anche quel pomeriggio di luglio in cui la Nazionale, che fino ad ora è andata così e così, gioca gli ottavi di finale contro la Nigeria. Da bravo scolaretto appassionatissimo di geografia, della Nigeria so tutto: continente, capitale, moneta. Mi sfugge che siano bravi a giocare a calcio, tanto che mi sorprendo a vederli in vantaggio. L’ottimismo berlusconiano – e soprattutto il suo ciclo di vittorie – ha contribuito a portare sulla panchina della Nazionale Arrigo Sacchi, che è un allenatore fissato con gli olandesi, il pressing e il 4-4-2. Lo capisce anche un bambino prossimo alla quinta elementare, che Baggio c’entri poco o nulla con quella roba lì. E infatti nelle prime tre partite non ha segnato e contro la Norvegia gli ha pure detto in mondovisione che è un pazzo, quando ha deciso di toglierlo dopo l’espulsione del portiere. La partita si mette male, nel frattempo. Ma quanto corrono questi africani? Nonno , che ha fatto la guerra e ha servito per anni nella Capitaneria, è noto per essere una persona posata, equilibrata. Quel giorno, appare preso da furore agonistico e tende a urlare Sceccu! (asino, per chi non pratica il siciliano) a qualsiasi giocatore azzurro. Anche a Baggio, certo, che anche in quella partita non benissimo. Pizzul tergiversa. Mancano pochi minuti quando spiega che “Comunque è stata una bella esperienza”. Anche là deve fare un caldo pazzesco, i giocatori sono stravolti e il pressing chiesto da Sacchi a gran voce non aiuta mica tanto. Ecco, servirebbe un pochino di fantasia, solo un po’. E accade che a Baggio arriva un pallone che lui calcia subito in porta, quando manca pochissimo alla fine: gol! E ci tira così giù dall'aereo per tornare a casa.

Porto Lippi in Europa e me ne vado

Inter-Parma

Baggio gioca nell’Inter. Sono interista. Ora, capirete la mia gioia mista a sgomento, quando nel suo secondo anno in nerazzurro Lippi lo fa accomodare spesso in panchina. Ma roba da matti. Baggio, capito: Baggio. Quello che l’anno prima ha lasciato il Bologna per venire a San Siro e tornare protagonista per la corsa scudetto. Baggio, che ha aspettato Ronaldo e i suoi infortuni, per vincere insieme. Baggio, che in Champions ha abbattuto praticamente da solo il Real Madrid, mandando la squadra avanti e salvando per qualche gara la panchina di quel galantuomo di Gigi Simoni, che col cavolo che lo lasciava in panchina. Baggio e Lippi hanno vinto uno scudetto insieme, ma pare che non si vogliano granché bene. Anzi. Con l’esplosione di Del Piero, Roberto era andato al Milan, ora poteva contare di nuovo in un ruolo di primo piano. E invece. Baggio è dentro ma fuori. Dentro la rosa, fuori dalle scelte tecniche. In quella stagione l’Inter ha sei giocatori in attacco e lui è il sesto. Per lui, è la situazione ideale e allo stesso tempo un grande dilemma: se l’Inter vince anche lo spareggio contro il Parma per giocare i preliminari di Champions, Lippi resta. E se Lippi resta, Baggio non può restare. Il suo contratto è in scadenza, non il suo talento, che decide per tutti: si vince e si va via. Il numero 10 è più solo che mai, mentre sul campo neutro del Bentegodi infila Buffon prima su punizione, poi con una gran botta. Questa:

Ce dovemo salvà

Juventus-Brescia

Nel 2000 Roberto Baggio è rimasto senza squadra. Si allena nel campetto dietro casa, facendo uno contro uno con il suo preparatore atletico. Arrivano sì delle offerte, ma tutte dall’estero. Lontano dalla famiglia e lontano dalla Nazionale, che l’anno dopo andrà a giocare il Mondiale: no grazie, anche al Giappone, dove è praticamente venerato. Un giorno, quando manca non molto all’inizio del campionato, squilla il telefono. “Qui non è dobbiamo vincere lo scudetto: ce dovemo salvà”. La voce è quella di Carlo Mazzone, allenatore del Brescia. “Sì mister, vengo”. Mazzone, sia chiaro, è un pazzo. Non solo perché in panchina urla e scalpita. Non solo perché in quel famoso derby contro l’Atalanta tutti ricordano la sua corsa sotto il settore ospiti, dopo il 3-3. Mazzone è un pazzo perché chiama un giocatore che in Serie A non vuole più nessuno. Baggio al Brescia sembra un’eresia, invece è il modo che gli serve per restare proprio lì in A. Ancora una volta, è dentro ma fuori. Ma ai bresciani non importa. I bresciani sognano una salvezza mai arrivata: il Brescia, tutte le volte che è salito nella massima serie, è subito sceso. E se la squadra lombarda è composta da onesti giocatori, è Baggio che deve guidare tutti verso l’obiettivo. Servono tante vittorie, ma anche un punto può pesare come un macigno. Ad esempio contro la Juventus, magari in casa loro, al vecchio Delle Alpi. Peccato solo per lui che sulla panchina della Juve non sia tornato già Lippi, ma non sempre è la vendetta a muoverti. Un lancio di Pirlo, altro talento che l’Inter ha rimandato in provincia, può bastare. Con uno stop salta il portiere e ciao.

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