Felicori: «La Reggia di Caserta? È la prova che l’Italia si può cambiare»

Intervista al direttore della Reggia di Caserta, che ha rilanciato una delle meraviglie d’Italia ed è stato contestato dai sindacati perché “lavorava troppo”: «Per tutelare il patrimonio culturale bisogna promuoverlo a livello turistico. Mia figlia? Se vuole visitare la Reggia paga come tutti»

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Foto tratta da Flickr.com

18 Febbraio Feb 2017 0830 18 febbraio 2017 18 Febbraio 2017 - 08:30

«Il mio primo giorno a Caserta? Ci sono venuto col direttore dei musei dello Stato per testimoniare solidarietà al titolare del bookshop minacciato da uno dei tanti venditori abusivi che facevano il bello e il cattivo tempo dentro e fuori la Reggia». Non il migliore dei benvenuti per Mauro Felicori, 64 anni, per una vita dirigente del settore cultura del Comune di Bologna, uno dei venti direttori nominati dal ministero dopo la riforma Franceschini, con la missione di rilanciare uno dei beni culturali più preziosi della nostra Penisola.

Era l’autunno del 2015, più o meno un anno e mezzo fa. In mezzo, una piccola grande rivoluzione. 37% in più di visitatori, 50% in più di incassi ed episodi assurti a simbolo di un cambiamento radicale: come quando una missiva sindacale spedita al ministero se la prendeva con questo strano direttore che «lavorava troppo». Già, perché Felicori entrava nella Reggia alle sette dal mattino e usciva alle otto. E nel weekend, invece di tornare a Bologna, girava la provincia a visitare altri musei e siti culturali del territorio con cui fare sinergia. Spenta l’eco mediatica di quell’episodio, Felicori ha continuato in silenzio la sua rivoluzione: fare della cultura e del patrimonio culturale il motore per il rilancio di un pezzo di Mezzogiorno: «L’idea che si possa fare qui un esperimento culturale che diventa vettore di occupazione e ricchezza, che cambiare pelle alla Reggia di Caserta possa diventare un esempio di cambiamento per il Paese, è qualcosa di esaltante».

Felicori, qual è la prima cosa che ha pensato, quando è entrato per la prima volta da direttore nella Reggia di Caserta?
Ho avuto l’immediata consapevolezza di un’incomprensibile incoerenza tra l’importanza del monumento e la sua notorietà. La Reggia era incredibilmente sottovalutata. E non solo la Reggia. In Italia, se li guardiamo dal punto di vista economico, i beni culturali sono irrilevanti. Una recente ricerca dice che la creatività ha un’importanza enorme nella ricchezza dell’Italia. Ma solo il 3,5% di questa ricchezza viene dai beni culturali. Eppure siamo sempre noi quelli che si vantano che metà dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco sono qua.

Come mai?
Alla radice ci sono questioni politiche e ideologiche.

Quali?
È colpa di un’attitudine professorale e accademica. I musei erano gestiti con una visione accademica, come oggetto di ricerche, cataloghi, e non in chiave di marketing e comunicazione, come si gestisce un’impresa. Un’impresa deve produrre fatturati.

Deve fare soldi, quindi…
Un’impresa culturale deve produrre cultura. Deve far dire a un visitatore: «Ho visto per la prima volta un museo, mi è piaciuto e ora li voglio vedere tutti». Questo è il nostro fatturato. La nostra missione è rendere l’Italia più colta e civile. Di un sapere elitario e settario l’Italia non se ne fa nulla.

«Un’impresa culturale deve produrre cultura. Deve far dire a un visitatore: “Ho visto per la prima volta un museo, mi è piaciuto e ora li voglio vedere tutti”. Questo è il nostro fatturato. La nostra missione è rendere l’Italia più colta e civile. Di un sapere elitario e settario l’Italia non se ne fa nulla»

Quando Franceschini ha lanciato la sua riforma è nato un dibattito infuocato su chi diceva che i beni culturali andassero tutelati, non promossi…
Un dibattito allucinante e assurdo, me lo lasci dire. Se non fai promozione, la tutela perde di senso. La tutela nella cultura è un processo attivo. Alla base c’è un’idea apparentemente aristocratica, ma senza alcuna nobilità, che la cultura non debba essere democratica. E Caserta è testimonianza concreta del fatto che senza promozione non c’è tutela.

Ad esempio?
Quando sono arrivato qui, i custodi non avevano una divisa, e ancora oggi usano le loro auto personali per spostarsi da un punto all’altro. Devo dire, con molta onestà, che la Reggia non è pulita. Non come vorrei, perlomeno: i lampadari non vengono spolverati da vent’anni, non si fa una manutenzione del verde da almeno quindici anni. L’unico modo per trovare le risorse per risolvere tutti questi problemi è incassare: dopo la riforma noi viviamo di biglietti, al netto del personale che lo paga lo Stato. La Reggia, nel 2016, ha incassato 1,5 milioni in più di quanto avevamo iscritto nel bilancio previsionale. Ripeto: senza promozione non c’è tutela. Ora ha capito perché?

Chiaro. Ma come ha fatto, in così poco tempo a cambiare le cose? Qual è stato il segnale, il gesto simbolico che ha fatto scattare la scintilla?
La prima cosa che conta è l’esempio. È arrivata mia figlia con le sue amiche, io l’ho mandata a fare il biglietto. Se n’è parlato, nella Reggia. Ho scacciato i venditori abusivi dai corridoi e poi sono andato dai custodi a dirgli che avrebbero dovuto farlo loro. E poi sto sempre qui: appena arrivato mi chiedevano continuamente se avrei vissuto a Caserta. Io trovavo la domanda incomprensibile: si può dirigere un’azienda di 230 dipendenti senza essere sempre in ufficio? Eppure prima di me i direttori non vivevano qui: Caserta era stata unificata col polo museale di Napoli e i direttori se ne stavano il più delle volte nel capoluogo di regione.

E il personale come ha risposto? L’ha seguita su questa strada?
Io ho in mano la Reggia, due soldi e le persone. Io ho fatto tutto questo soprattutto per motivare le persone, per dare loro entusiasmo, fiducia, responsabilità. Chi aveva idee è stato incoraggiato a portarle avanti, anche se non ero d’accordo, per far sì che non perdesse fiducia in se stesso. Il mio modello è l’orchestra che suona senza direttore: se quando me ne andrò io, gli altri continueranno su questa strada, la missione sarà compiuta. Già oggi, tuttavia, tanti visitatori e tanti funzionari mi dicono che il clima è migliorato, che il personale è molto più motivato.

«La prima cosa che conta è l’esempio. È arrivata mia figlia con le sue amiche, io l’ho mandata a fare il biglietto.. Ho scacciato i venditori abusivi dai corridoi e poi sono andato dai custodi a dirgli che avrebbero dovuto farlo loro»

Sì, però c’è stata quella lettera, ricorda? L’esposto sindacale al ministero contro il direttore che «lavorava troppo»…
Le prime vittime di quella lettera sono stati i dipendenti, non io. È stato un brutto danno reputazionale - e sono la maggioranza - per chi, nella struttura, dà il massimo di sé.

Com’è finita, poi?
C’è ancora qualche problema. La Uil sta proseguendo la sua protesta nei miei confronti, facendo ricorsi ministeriali. La Cgil ha cambiato posizione, invece. La segretaria Susanna Camuso è venuta a fare un incontro sulla Reggia come vettore di sviluppo. E la Cisl funzione pubblica ha dato un giudizio positivo relativamente al nuovo corso della Reggia. Complessivamente posso dirmi soddisfatto.

Rimane comunque una protesta al limite del surreale…
Il grande problema del sindacalismo del pubblico impiego è che è tutto così centralizzato che il mio di dialogo coi sindacati è pari a zero. Si decide tutto a Roma. Prima che arrivassi, il sindacato metteva becco su questioni il cui potere decisionale avrebbe dovuto essere nelle mani del dirigente. Si concertava, dove io dovevo solo informare. E capisco che gente abituata a dire la propria ci sia rimasto male.

Nonostante queste resistenze, continuate a crescere…
Non siamo solo noi. L’esperienza di tutti i nuovi direttori è molto positiva, tutte e venti. La direttrice di Taranto ha fatto +50%. Tutti abbiamo fatto bene: Paestum, Pompei. Il ministro Franceschini mi ha raccontato che quando andava all’estero a spiegare la riforma tutti rimanevano stupiti che i musei italiani non avessero un direttore. Abbiamo scoperto l’acqua calda, con qualche decennio di ritardo.

Qual è il modello a cui si ispira?
Io è tutta la vita che copio dal Nord Europa. Ora però il mio modello preferito è più in generale quello della città creativa.

Spieghi meglio…
La città va vista come un unicum. Da vent’anni le città più brillanti si immaginano come città creative e investono sulla promozione dei beni culturali, sulla promozione artistica, concependo le arti come industrie.

Ad esempio?
Ci sono città europee che sono state obbligate a cambiare pelle e diventare città creative come Glasgow, ad esempio, ma la città che ha fatto scuola è stata indubbiamente Barcellona. C’è una dimensione industriale della creatività che si mischia all’artigianato e all’industria. Lo Stato crea le condizioni, ma sono le città il motore dello sviluppo culturale. Io sono un municipalista. Ma nello Stato ora non mi trovo male. È un azienda, finalmente. Perlomeno, a Caserta.

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