I 50 anni di Kurt Cobain ci ricordano la rivoluzione fallita del rock

Cobain oggi avrebbe compiuto mezzo secolo, ma l'autodistruzione era inscritta nel punk della sua musica e della sua vita. Ecco perché i paragoni con John e Yoko sono invariabilmente fallaci

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RICHARD A. BROOKS / AFP

20 Febbraio Feb 2017 1002 20 febbraio 2017 20 Febbraio 2017 - 10:02

Un uomo di mezza età.
Fosse ancora vivo, oggi Kurt Cobain sarebbe un uomo di mezza età. Un uomo di mezza età che festeggerebbe i suoi cinquant'anni. Cifra tonda, adatta in molti casi a una dieta, un taglio nuovo di capelli, un ringiovanimento del look.
Invece con un colpo di fucile in bocca Kurt Cobain, l'icona della mia generazione, il simbolo degli anni Novanta, è rimasto per sempre giovane, l'antieroe che non sopportava di essere diventato una rockstar globale. Il giovane ragazzo con lo sguardo triste che ha preso troppo alla lettera gli ormai tristemente famosi versi di Neil Young, meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

Kurt e Courtney, indicati come i nuovi John Lennon e Yoko Ono, ma senza il lucido cinismo necessari per guidare quella macchina lucente, piuttosto con il disagio di vedersi costantemente in dovere di vaticinare

Un colpo di fucile, solo nella sua casa, e per sempre entrato nel mito passando dalla porta sbagliata. Perché, questo lo abbiamo saputo dopo, l'eroina che lo stava minando non era tanto un modo per incamminarsi a lunghe falcate verso quell'autodistruzione che aveva fatto le prove generali in Italia, con champagne e Roipnol, ma un modo certo non intelligentissimo per tenere a bada un dolore fisico, più che spirituale, quello di un'ulcera allo stomaco che lo stava tormentando da tempo. Ulcera, questo sì, dovuta ai riflettori, alle responsabilità di essere visto da tutti come un simbolo, come un eroe, come un santone. Anche la storia d'amore, pure quella tormentata, con Courtney Love era diventata oggetto di dibattito, con tutti a mettere bocca, a giudicare. Loro i indicati come i nuovi John Lennon e Yoko Ono, ma senza il lucido cinismo necessari per guidare quella macchina lucente, piuttosto con il disagio di vedersi costantemente in dovere di vaticinare. All apologies, non a caso, si intitola una delle canzoni più evocative e disperate dei Nirvana, e non sarà mai chiaro se a chiedere scusa sia Cobain a noi o avremmo dovuto essere noi a lui.

I Nirvana, questo è un fatto, sono stati la band simbolo di una generazione perdente. A metà tra la ricostruzione post-bellica e la voglia di futuro dei millennials. Alfieri di un genere, il grunge, che dalla commistioni di altri generi è nato e che nella realtà è stata più una grande fantasia della critica musicale che una vera e propria scena.
Non a caso da Seattle, che del grunge è stata la culla, son venuti fuori artisti tanto differenti tra loro, da Cobain a Eddie Vedder, passando per Chris Cornell dei Soundgarden a quella che è la rockstar dei giorni nostri, e che con Cobain ha avuto più che qualcosa a che fare, Dave Grohl, quanto di più distante dall'idea di epica del club 27 che ci possa venire in mente, con la sua ironia e la sua voglia di vivere e di suonare. Sarà anche stata l'ultima rivoluzione musicale degna di questo nome, il grunge, figlia del punk e del metal, ma soprattutto dell'hardcore melodico e disperante degli Husker Du, e per certi versi capace di fare da colonna sonora a un decennio, anche se con molta meno incisività del rap, ma di rivoluzione perfettamente coerente col decennio che ha accompagnato si tratta, spuntata.

Una manciata di album, una poetica capace di farsi universale suo malgrado, una disperazione e una urgenza tipica di sa che di tempo ne avrà poco, anche se gli sfugge drammaticamente il perché

Kurt Cobain, quindi, oggi avrebbe festeggiato cinquant'anni. Con sua figlia Frances Bean e sua moglie Courtney Love, forse. Invece si è fermato a 27, degno iscritto a quel club che fa tanto rockstar maledetta, lui che sembrava ambire come tutti a un po' di felicità. Una manciata di album, una poetica capace di farsi universale suo malgrado, una disperazione e una urgenza tipica di sa che di tempo ne avrà poco, anche se gli sfugge drammaticamente il perché.

Su Generazione Shampoo Douglas Coupland, autore che più di ogni altro si è fatto giovane dei nati nella Generazione X, non a caso titolo del suo libro più famoso, ci racconta del momento in cui, imbottigliato nel traffico, ha appreso dalla radio della sua auto la notizia della morte per suicidio di Cobain, perché certe morti, come quella di Kennedy, per chi c'era, o di John Lennon, non te le puoi dimenticare. Anche io ricordo di quando l'ho appresa, mentre stavo facendo il mio turno nel dormitorio per senzatetto, durante il mio servizio civile. Un colpo di fucile in bocca, poche righe lasciate ai fan, non si è mai capito se di scuse di di rimprovero, le parole durissime di Courtney al funerale, il mito e l'eternità di lì a poco. A breve se ne sarebbe andato anche Bukowski, che per la mia generazione è stato un altro eroe epico e sghembo. Berlusconi, era la primavera 1994, era da poco salito al governo con Fini. Meglio pensare a oggi, ai cinquant'anni mancati da Cobain. A quelli che arriveranno, per me e per la mia generazione, nei prossimi anni. Meglio bruciare, con calma, ci siamo detti, e ci siamo adeguati.
Buon compleanno, Kurt, e grazie per la tua musica.

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