Matteo, senti cosa dice Giorgio Gori: «Renzi ha ragione, ma deve ascoltare di più»

Il Sindaco di Bergamo era uno dei suoi più stretti collaboratori, nel 2012. E oggi, dopo il congresso della scissione, avverte il leader Pd: «La linea del partito va aggiornata, il mondo è cambiato. Bisogna essere più inclusivi»

Giorgio Gori
20 Febbraio Feb 2017 1020 20 febbraio 2017 20 Febbraio 2017 - 10:20

«Tu hai capito com’è finita l’assemblea nazionale del PD, chi resta e chi va? Io no. C’è un po’ di confusione, mi pare ». Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, uno dei primi a convincersi delle potenzialità di Renzi come leader nazionale è appena tornato da Parole Ostili, l’evento organizzato a Trieste contro la violenza verbale in rete, che l’ha visto tra i relatori: «Il livello di tolleranza per un linguaggio aggressivo e violento si è molto alzato, ma prima che sulle colpe dei social network ragionerei sulle responsabilità dei politici e dei media tradizionali. Se non altro la discussione all’interno del Partito Democratico ha avuto toni civili - riflette -. Nel giorno in cui Matteo Salvini parla di “pulizia di massa” e di “maniere forti” contro i migranti, marchiamo, se non altro, una differenza di misura nel dibattito».

Ok, però alla fine la scissione sembra tutt’altro che scongiurata…

Si sovrappongono delle storie diverse, vicende politiche e vicende personali che si intrecciano. C’è un pezzo di partito che non ha mai accettato l’esito del congresso che portò Renzi alla segreteria – bada bene, col 70% dei voti – , e continua a sentirlo come un usurpatore, come qualcuno che ha mutato il Dna del partito. Per me è cambiato in meglio, per loro in peggio, è chiaro. Ma basta questo per decidere di andarsene? E’ un errore e sarà un danno per tutti.

Cosa dovevano fare?
Stare dentro e partecipare al Congresso, che è il luogo giusto per mettere a confronto idee differenti e per tirare le fila. Aggiungo che è giusto e necessario farlo prima delle scadenze elettorali, perché la linea del partito va messa a punto prima delle amministrative. Senza fretta ma senza tirarla strumentalmente per le lunghe.

«C’è un pezzo di partito che non ha mai accettato l’esito del congresso che portò Renzi alla segreteria – bada bene, col 70% dei voti – , e continua a sentirlo come un usurpatore, come qualcuno che ha mutato il Dna del partito»

Anche lei che è renziano pensa che si debba cambiare qualcosa?

Certo. Lo pensa anche Renzi, se è per questo.

E cosa?
Il 2016 - più ancora del nostro 4 dicembre - ci ha messo di fronte ad alcuni cambiamenti molto rilevanti. Il modello che abbiamo sostenuto, basato sull’apertura, sull’innovazione, sui vantaggi oggettivi della globalizzazione, ha portato con sé anche incertezze e nuove fragilità nelle società occidentali, che si sono riversate nelle urne. Dobbiamo invertire la rotta? Io non credo. I nostri valori restano gli stessi, ma davanti a noi ci sono nuove e complicate sfide da affrontare.

Come?
Facendoci le domande giuste e provando a dare loro una risposta. Come si tengono assieme la globalizzazione e la protezione dalla globalizzazione? Come affrontiamo la rivoluzione del lavoro, che con l’automazione minaccia di bruciare più posti di lavoro di quanti ne creerà? Come gestiamo il welfare in questa prospettiva? Come possiamo modificare i trend demografici? Come facciamo a dare una spinta netta alla competitività e a sostenere l’equità in questo Paese, con un debito di oltre 2300 miliardi e l’Europa che non ci fa sforare nemmeno di 100 milioni? Vorrei che il congresso del PD discutesse di tutto questo.

Tutta colpa della minoranza, se questo non accade?

No, non credo. Errori se ne sono probabilmente fatti da ambo le parti. Certo, che esponenti del mio partito abbiano brindato la sera del 4 dicembre rappresenta una ferita che non è facilissimo dimenticare.

Però?
Forse in questi anni Matteo Renzi avrebbe potuto ascoltare di più, sforzarsi di essere più inclusivo, investire di più sul partito. Magari non sarebbe cambiato nulla, ma avrebbe dato qualche pretesto in meno ai suoi oppositori. In compenso mi pare che in queste settimane abbia fatto tutto ciò che era giusto fare per evitare la rottura».

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