Stefano Micelli: «Export giù, classe media in crisi: serve un asse con Milano e Torino per rilanciare il Nord Est»

Il direttore scientifico della Fondazione Nord Est commenta i risultati del Rapporto 2017: «Investimenti e industria 4.0 sono la chiave per ripartire. Ma senza relazioni con il resto del Nord, e soprattutto con le sue metropoli, siamo tagliati fuori»

Micelli
20 Febbraio Feb 2017 1420 20 febbraio 2017 20 Febbraio 2017 - 14:20
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C’è un dato, tra i tanti del Rapporto 2017 della Fondazione Nord Est, che merita tutta la nostra preoccupazione. È quello che segnala come nei primi nove mesi del 2016 la crescita dell'export ha rallentato rispetto al 2015 sino all’1,5% (rispetto al 5,3% nell'anno precedente). Che problema c’è? - si dirà. In fondo davanti c’è sempre il segno più e i primi dati su base nazionale descrivono un quarto trimestre particolarmente positivo che contribuirà ad innalzare di qualche decimale il risultato finale.

Vero, non verissimo: «Il dato sul rallentamento dell’export è preoccupante - spiega Stefano Micelli, direttore della Fondazione Nord Est - Non fosse altro per il fatto che dalla crisi del 2008 in poi, tutto quel che noi possiamo chiamare ripresa è export. Il resto, investimenti e consumi era e rimane debole. Il problema è che per la prima volta da molti anni a questa parte dobbiamo ipotizzare uno scenario non più favorevole al libero scambio e alla circolazione delle merci».

Un effetto antecedente a Trump, visto che si parla di 2016. E adesso c’è pure The Donald con la sua guerra ai prodotti d’importazione. Ulteriori guai in vista?
L’obiettivo di Trump, per ora, non è il vino italiano ma le multinazionali che delocalizzano la produzione fuori dal perimetro nazionale. Però quando parti non sai dove finisci. Ed è emblematico, a suo modo, che alcuni consumatori inglesi abbiano pensato a fine gennaio che l’assenza di verdura dai loro supermercati fosse il sintomo di una guerra commerciale con la Spagna.

Il protezionismo è entrato nel senso comune, dopo un ventennio di globalizzazione?
Di sicuro dobbiamo mettere in conto un cambio di scenario, di cui non conosciamo gli esiti. Pensavamo di poter portare i nostri prodotti dove volevamo, ora non sappiamo se ce lo faranno fare. Oggi il vino è una componente importante dell'export del Nord Est. Continueremo a vendere Prosecco in giro per il mondo? Non si sa.

Qual è il piano B, se l’export rallenta ancora?
Rilanciare gli investimenti. È l’unica strada, se non vuoi dipendere dall’export. È negli investimenti che oggi noi conosciamo il deficit più profondo: siamo sotto di 20 punti rispetto al biennio 2007-2008. L'enfasi attribuita ad Industria 4.0 è legata alla speranza che qualcosa si rimetta in moto su questo fronte. In un mondo più chiuso questi investimenti dovrebbero essere indirizzati a sviluppare la domanda interna, in che non sembra sembra facile.

Altrimenti?
Altrimenti continueremo sulla china di questi ultimi anni, aggravando i problemi che già esistono e che si stanno manifestando sui nostri territori.

Cioè?
Il problema di questo territorio non è tanto il trend macroeconomico complessivo, che resta positivo, quanto piuttosto la qualità di uno sviluppo che è sempre più duale. Il fenomeno di divaricazione delle performance economiche è sempre più accentuato. Aumenta la distanza fra le imprese che hanno successo e le imprese che sono in difficoltà. A livello di mercato del lavoro, i contratti a tempo determinato e l'utilizzo dei voucher sono sempre più rilevanti. Sono dati che fanno pensare che esiste oggi un pezzo di economia e di società che va verso una crescente fragilizzazione.

«Di sicuro dobbiamo mettere in conto un cambio di scenario, di cui non conosciamo gli esiti. Pensavamo di poter portare i nostri prodotti dove volevamo, ora non sappiamo se ce lo faranno fare. Oggi il vino è una componente importante dell'export del Nord Est. Continueremo a vendere Prosecco in giro per il mondo? Non si sa»


È la fine del ceto medio affluente, anche nel Nord Est che ne è in qualche modo la terra d’elezione?
Il ceto medio esiste ancora, intendiamoci. Ma per la prima volta vediamo uno sfrangiamento della composizione sociale di questo territorio. Da un lato un mondo che innova e scommette sull'internazionalizzazione e dall'altro un pezzo della società che fatica a tenere il passo. Una volta ci pensavano le istituzioni intermedie come le associazioni di categoria e i sindacti a ricucire queste diffrenze. Oggi nessuno ha una ricetta a disposizione.

E' un problema percepito nella società del Nord Est?
I numeri che noi abbiamo ci dicono che l’autopercezione della classe media si sta deteriorando a vista d’occhio, più di quanto si eroda la sua ricchezza. In questo contesto è ovvio che uno inizia pensare di doversi difendere e dover difendere il proprio status.

La novità del 2016 è che ci si difende pure dalla tecnologia. Succede anche nel Nord Est?
Le tecnologie di Industria 4.0 sono una sfida per un territorio la cui ricchezza rimane ancorata a una manifattura di qualità. Io non credo si debba essere preoccupati della rivoluzione tecnologica in corso. Certo è necessario capire che strada percorrere. Possiamo indirizzarci su un modello di top down, una soluzione unica imposta da pochi grandi operatori, come sta facendo la Cina, dove le tecnologie diventano sostituti della forza lavoro tradizionale. O bottom updove la tecnologia contribuisce a riattivare soggetti sociali. Affinché questo accada, però, servono palestre, luoghi di sperimentazione, realtà dove cimentarsi con l'innovazione e fare impresa.

Può esserlo il Nord Est?
Il Nord Est ha accolto con entusiasmo molte di queste opportunità dal basso. Sono nati diversi Fab Lab e Makerspace in modo spontaneo. In Veneto queste palestre hanno ricevuto un sostegno economico. Molte scuole tecniche si sono attivate coinvolgendo i propri docenti e i propri studenti. Tra gli imprenditori, alcuni si sono dimostrati attenti a queste sperimentazioni dal basso. Ciò detto, non credo che la semplice somma di tante buone esperienze sia sufficente. La politica deve proporre un progetto adeguato alla scala delle ambizioni di questo territorio.

Molte di queste iniziative sono collegati a grandi spazi metropolitani. Il Nord Est avrà mai una metropoli di riferimento?
Il Nord Est per alcuni anni ha immaginato di costituire un nucleo metropolitano legato ai municipi di Padova, Venezia, Treviso. I sindaci dei capoluoghi e la società civile non si sono mai appassionati davvero a questo scenario. Oggi è difficile vedere segnali di aggregazione su questo fronte. È poco utile continuare a immaginare un magnete metropolitano che non c’è.

Quindi?
Nel rapporto di quest'anno abbiamo continuato una riflessione che abbiamo avviato lo scorso anno con Piero Bassetti a proposito di una città metropolitana che oggi si estende da Torino a Venezia passando per Milano. Bassetti l'ha chiamata Metropoli padana. I numeri di uno spazio metropolitano veramente competitivo rispetto all'Europa stanno su questo asse. Il Nord Est è chiamato a trovare un suo ruolo dentro questa grande regione metropolitana. Dobbiamo capire cosa siamo bravi a fare e valorizzare una nostra specializzazione. La forza del progetto è nel suo insieme. Posso raccontare una storia?

Prego.
Qualche settimana fa ho incontrato a Milano un designer di supercar che lavora a Moncalieri e che oggi si sta cimentando con la produzione di automobili "su misura". E il giorno dopo ero a Tolmezzo, in Friuli, e ho scoperto che i fanali di quelle auto le produce una piccola impresa in Carnia . Ecco. Se raccontiamo al mondo una regione metropolitana con questi ingredienti siamo subito interessanti. Dal punto di vista manifatturiero, su quest’asse si può sviluppare qualsiasi cosa; è in questa grande regione che dobbiamo attirare talenti e giovani motivati. Il racconto dell'eccelenza è credibile solo nel contesto di un asse padano che va da Venezia a Torino, passando per Milano.

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